The lady don’t mind
Tra il fragore della produzione e il silenzio dei simboli, un uomo e una canzone degli Talking Heads intrecciano il loro destino: lui fedele a un colore sconfitto, lei un’«enigmatica» che «si gira e scompare», e di cui al cantante «piace quello stile».
— I —
Partiamo dalla musica. Nell’estate del 1985, la band americana Talking Heads pubblica il suo sesto album, Little Creatures, il più venduto della loro carriera e un immediato successo di pubblico e critica. Il quarto brano, The Lady Don’t Mind, viene scelto come singolo d’apertura e anticipa un sound che il gruppo aveva volutamente alleggerito: ritmi più accessibili, un’atmosfera quasi country, e una struttura musicale che rinuncia volutamente agli sperimentalismi aritmici dei dischi precedenti per abbracciare una dimensione più diretta e danzante. La canzone è costruita su un’ossessiva progressione di due accordi, un basso che cammina costante e un’ariosità generale che viene subito percepita come «un samba a due accordi». Ma è il testo, scritto da David Byrne, a trattenere un’intera filosofia di vita compressa in un ritornello apodittico e lieve: «Well, the lady don’t mind».
Per chi ascolta, l’effetto è quello di una vertigine statica. La voce sembra fluttuare sopra una base che non si sposta mai veramente, come chi resta impassibile mentre attorno accadono eventi che dovrebbero turbarla. Nel testo della canzone, Byrne descrive una donna che salta dalle finestre e si limita a sorridere, che si gira e sparisce lasciando gli altri in attesa di una spiegazione che non arriverà mai. Una donna che non segue le regole, che non chiede permesso, che non reagisce alle aspettative o ai giudizi, e che per questo viene percepita come sfuggente, forse inafferrabile, ma soprattutto libera. La critica musicale ha spesso letto questo brano come un piccolo trattato sull’«indifferenza attiva», quella che non nasce da insensibilità ma da una scelta precisa: quella di non concedere ai conflitti il privilegio di una reazione. La signora del titolo non è stupida né distratta; semplicemente, la sua tranquillità non è in vendita. La canzone insiste sull’idea che qualcuno possa vivere «alle proprie condizioni», senza dover giustificare ogni gesto o colore di fronte a un tribunale esterno. Per i Talking Heads, abituati a scrivere canzoni «nervose e angosciate», questo pezzo segna una svolta interessante: sembra quasi una celebrazione della quiete, della pazienza, dell’osservare senza intervenire. Eppure, proprio in questa apparente rinuncia all’azione, si cela forse la forma più radicale di presenza al mondo: quella di chi sa che molte battaglie si vincono semplicemente rifiutandosi di combatterle sul campo avversario.
— II —
Ora spostiamo lo sguardo altrove, in un’altra latitudine e in un tempo che volutamente non fissiamo.
C’è una regione — nessuna in particolare, ma fra le più ricche e laboriose della sua nazione — dove le giornate cominciano prima che faccia giorno e la fatica si trasforma in cifra di orgoglio. Qui vive un uomo, profondamente immerso nelle attività produttive del suo territorio. Non è un capo né un subalterno, piuttosto un organizzatore: qualcuno che coordina, ottimizza, fa sì che le cose accadano senza bisogno di annunciarle. Il suo motto personale, impresso fin dalla giovinezza e condiviso con un ristretto gruppo di amici, è acta non verba: fatti, non parole. In una terra che primeggia e guarda le altre con un certo sussiego, abituata a misurare il valore sulla base dei risultati tangibili, questo modo di pensare è quasi una religione civile.
L’uomo ama profondamente il suo paese, ma sente anche il richiamo della nazione nel suo insieme, con la sua storia lunga e le sue tradizioni stratificate. Insieme agli amici, dedica tempo ed energie a iniziative commemorative, solidaristiche e civili: si resta urgono lapidi, si organizzano banchetti per anziani soli, si ripuliscono piazze, si rimettono in piedi piccole biblioteche di quartiere. Nulla di eclatante, nulla di propagandistico: semplicemente, si fa. E il loro motto resta immutato.
C’è però un dettaglio che, a un osservatore esterno, potrebbe apparire incongruo rispetto a questo rigore pragmatico. L’uomo, sin dalla giovinezza, in quelle occasioni indossa sempre una livrea elegante — taglio sobrio, tessuto pregiato — i cui colori riprendono quelli di una parte politica che, in un certo tornante della storia nazionale, è stata sconfitta. Il potere successivo ha considerato quella parte negletta, da dimenticare o da condannare. L’uomo, però, non è un nostalgico. Lo ripete spesso: non vuole restaurare nulla. Anzi, nella società moderna quel passato non andrebbe nemmeno attivamente rinnegato, ma soltanto riconosciuto per l’errore che è stato. Eppure lui mostra quel colore. Lo indossa come un frammento di memoria che si rifiuta di scomparire, un’ostinazione silenziosa che non chiede conversione ma solo di non essere cancellata.
Proprio come la donna della canzone che «si gira e scompare» senza spiegare il perché, l’uomo indossa la sua livrea senza mai scendere in diatribe. Quando qualcuno gli chiede conto di quei colori, lui risponde con un gesto, non con una dissertazione. E in questo, l’ascoltatore della canzone riconosce una consonanza profonda: «lei non si offende», canta Byrne, non perché non capisca, ma perché ha già scelto di non partecipare al gioco dello scontro frontale. Allo stesso modo, l’uomo non risponde alle provocazioni con controprovocazioni; si limita a continuare la sua opera, certo che alla lunga siano i fatti a parlare, non le parole.
— III —
Tuttavia, la quiete dura fino al giorno in cui una voce esterna irrompe sulla scena. Da una terra lontana, completamente estranea alle dinamiche di quella regione operosa, un uomo molto influente — politico, intellettuale, opinionista, poco importa — lancia una condanna pubblica contro il nostro protagonista. Costui non ha mai messo piede in quelle terre, non conosce le sfumature del colore né il contesto delle iniziative solidaristiche. Vede la livrea, riconosce il simbolo della parte sconfitta e lo interpreta come una minaccia, un residuo da estirpare. Le sue parole sono dure, cariche di una retorica che divide il mondo in buoni e cattivi, in progressisti e reazionari. L’uomo, secondo lui, starebbe fomentando un pericoloso ritorno al passato.
I media amplificano l’accusa. L’eco arriva fino al paese, fino agli amici, fino alla famiglia dell’uomo. Ci si aspetta una ritirata, una scusa, un cambio d’abito. Invece, l’uomo fa qualcosa che lo avvicina ancora di più alla signora della canzone. Non si scusa, non si infiamma, non si giustifica. Compie un atto minimo ma decisivo: riunisce i suoi amici e, con calma, rilascia una breve dichiarazione. Non alza la voce, non accusa a sua volta. Dice soltanto: «Il mio colore non è una bandiera di guerra, è una traccia. Io rinnego quel passato come sistema di potere, ma non rinnego che sia esistito. Mostrarlo è il mio modo di tenere viva una domanda: cosa si perde quando si cancella senza comprendere?».
Con questo gesto, l’uomo rovescia l’accusa senza nemmeno tentare di ribaltarla. Piuttosto, la rende irrilevante. Come la donna che Byrne descrive saltare dalla finestra «e limitarsi a sorridere», l’uomo si sottrae alla logica della provocazione e della controprovocazione. La sua indifferenza attiva, il suo non mind nei confronti del giudizio esterno, trasforma la condanna in un rumore di fondo che può continuare a risuonare ma senza più la capacità di ferire.
La scelta è evidente: mentre il mondo si aspetta uno scontro, l’uomo offre una quiete che spiazza. È quello che Byrne canta quando ripete che alla signora piace «quel curioso sentimento» di salire e scendere senza una meta precisa, abbandonandosi all’imprevedibilità. Anche l’uomo accetta che il suo gesto possa essere frainteso, che possa persino essere scomodo per qualcuno, ma non per questo rinuncia alla sua coerenza. Sa che l’opinione pubblica, come la lady della canzone, «non si offende» fino a quando non vede traditi i principi profondi: il rispetto per la memoria, la serietà del lavoro, la dignità della scelta individuale.
— IV —
La solidarietà che riceve è sorprendente. Gli amici lo sostengono — almeno apparentemente all’unisono — e il paese intero, quella regione orgogliosa e laboriosa, si compatta intorno a lui. Non perché tutti condividano il suo simbolo, ma perché riconoscono il diritto a manifestarlo senza nuocere a nessuno. I giornali locali parlano di «un uomo che non ha mai tradito le sue mani», di «un figlio di questa terra che ha speso la vita nei fatti, non nelle chiacchiere». L’estraneo influente, da fuori, tenta di reagire, ma le sue parole ora suonano vuote: non conosce i campi, le officine, le biblioteche rimesse in sesto, le lapidi ripulite. Ha solo parole contro una vita di azioni. E Byrne, nella sua canzone, aveva già anticipato questo esito: «l’amore non è ciò che cerca, e tutti lo sanno», canta, suggerendo che c’è una verità che non ha bisogno di essere gridata, ma che emerge da sé quando le parole altrui si spengono.
Così, il paese risponde con un’ovazione silenziosa. Nessuna manifestazione di piazza, nessuno striscione. Semplicemente, si continua a lavorare, si continua a restaurare, si continua a mostrare il colore con la stessa discrezione di sempre. E l’uomo, in fondo, ringrazia accennando un sorriso — non molto diverso dal sorriso della lady dopo essere saltata dalla finestra.
— V —
Cosa ci dice questa vicenda, incrociata con una canzone pop degli anni Ottanta? Che esiste un’etica dell’ostinazione mite, una politica dell’indifferenza attiva che rifiuta lo scontro frontale senza per questo cedere all’apatia. I Talking Heads, con The Lady Don’t Mind, hanno scritto più di un semplice pezzo radiofonico: hanno composto una piccola fenomenologia dell’anima ferma, di chi non concede al mondo il potere di turbarla. Non a caso, la critica ha spesso visto nella signora del testo una metafora della libertà individuale e del rifiuto di omologarsi alle aspettative altrui.
L’uomo della nostra storia abita esattamente questo spazio. Non combatte per restaurare il passato, ma non lo rinnega neppure completamente: lo indossa, lo porta con sé come una cicatrice consapevole. Sa che il potere successivo lo considera negletto, eppure non si ribella con le armi della polemica. Usa invece la sua vita operosa, i suoi gesti quotidiani, la sua fedeltà a un colore che è diventato silenzioso testimone di una memoria complessa. E quando arriva la condanna pubblica, non si scusa: si limita a girare la testa e a scomparire, come la lady della canzone, lasciando che gli altri si interroghino su ciò che hanno visto.
In un’epoca in cui ogni gesto viene immediatamente catalogato, ogni simbolo tacciato di appartenenza, ogni colore trasformato in trincea, l’atteggiamento di quest’uomo rappresenta una forma di resistenza civile ancora poco studiata: quella che non cerca il consenso, ma neppure lo rifiuta; che non si nasconde, ma neppure si espone; che agisce, tace e lascia che i fatti parlino da soli. I Talking Heads l’avevano capito prima di molti sociologi: a volte, la lezione più rivoluzionaria è contenuta in una frase semplice e leggera come «the lady don’t mind». Perché la lady, alla fine, ha già vinto la sua battaglia: quella di non averne bisogno, di nessuna.
Bibliografia verificata
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Antonio Rossello
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