Un drone russo ha colpito un condominio a Galati, in Romania, provocando due feriti e la consueta preoccupazione per un allargamento della guerra in Ucraina all’Europa. Un altro drone di Mosca ha invece bersagliato un mercantile turco salpato da poco dal porto ucraino di Odessa. Non è la prima e non sarà neanche l’ultima volta, fintanto che il conflitto prosegue. Come accaduto in Polonia e nella stessa Romania nel settembre 2025, lo sconfinamento delle armi russe hanno riportato in auge la domanda topica che ciclicamente ritorna: la Nato risponderà? Scatterà il celebre Articolo 5?
Drone russo in Romania, cosa sappiamo
Iniziamo dai fatti, cercando di inquadrarli nella strategia russa. Un drone russo, utilizzato nell’ambito di un attacco notturno contro l’Ucraina, si è schiantato contro un edificio a Galati, città romena vicina al confine.
Apparentemente, dunque, un “incidente” collaterale di un raid non diretto contro la Romania, ma contro la città di Odessa. Bucarest ha subito condannato l’episodio parlando di “escalation irresponsabile” da parte di Mosca e convocato l’ambasciatore russo.
Il drone è stato tracciato dal radar nello spazio aereo romeno e si è schiantato sul tetto di un edificio provocando un incendio. Due persone hanno riportato ferite e diversi residenti sono stati evacuati.
L’esercito romeno ha fatto decollare due caccia F-16 e un elicottero autorizzati a colpire i bersagli russi. Nel contempo il Paese, che fa parte della Nato, ha informato immediatamente il segretario generale dell’Alleanza Atlantica.
Intanto il medesimo raid russo su Odessa ha “straripato” anche nel Mar Nero. Un altro drone ha centrato una nave mercantile turca, causando incendio e due feriti. E coinvolgendo anche un altro Stato membro della Nato.
Perché la Russia “attacca” Paesi della Nato
Senza girarci troppo intorno, i presunti “incidenti” di guerra russi hanno due obiettivi tattici principali: alzare la pressione sui Paesi europei e Nato al confine e testare la risolutezza di un’America profondamente stanca e in difficoltà, come la guerra in Medio Oriente ha ampiamente dimostrato.
Mentre gli ucraini rilanciano la resistenza dopo quattro anni e mezzo di conflitto, puntando forte proprio sui droni e sui combattimenti da remoto, il Cremlino è consapevole che gli Usa sono venuti a bussare alla porta russa nei mesi scorsi per rilanciare i negoziati.
Questo segno diplomatico “di debolezza” da parte degli statunitensi ha portato Mosca a chiedere tutto al tavolo delle trattative. E cioè: Ucraina mai nella Nato (e per questo probabilmente associata al mercato comune Ue, senza entrare nell’Unione), neutralità del governo di Kiev e riallaccio del corridoio energetico tra Russia ed Europa.
Quest’ultimo punto si è già verificato, con la riapertura degli oleodotti diretti in Ungheria e Slovacchia. Una mossa necessaria per la Federazione guidata da Vladimir Putin, che sta svendendo gran parte del proprio petrolio alla cooperante Cina, diventandone sempre più preda geopolitica.
Droni russi in Europa, i precedenti recenti
Mantenere una provocazione a bassa intensità sui Paesi Nato fa parte del gioco. Come ben dimostrano i numerosi precedenti. Tra il 9 e il 10 settembre 2025 lo spazio aereo polacco fu violato da uno sciame di droni Gerbera di produzione russa, provenienti per la maggior parte dalla Bielorussia.
Anche nelle settimane precedenti si era verificato un episodio simile che allarmò la politica e l’opinione pubblica polacca. Nella notte tra il 19 e il 20 agosto a Osiny, nel voivodato di Lublino, si registrò un’esplosione in un campo di granoturco.
Nello stesso periodo un drone violò anche lo spazio aereo della Romania, sorvegliato per quasi un’ora dai caccia F-16 di Bucarest. Anche all’epoca si parlò di “inaccettabile e irresponsabile” escalation, com Bruxelles che lanciò l’allerta per una “grave minaccia alla sicurezza regionale”.
In risposta, la Nato organizzò l’esercitazione Eastern Sentry, col chiaro intento di mostrare al Cremlino la forza difensiva dell’Alleanza dal’Artico al Mar Nero passando per il Baltico. Una strategia evidente fin dall’ingresso di Svezia e Finlandia nel Patto Atlantico.
Furono anche dispiegati due F-16 e una fregata anti-aerea dalla Danimarca, tre Rafale dalla Francia e quattro Eurofighter dalla Germania, oltre ai contributi dal Regno Unito e altri alleati.
Scatterà l’Articolo 5 della Nato e ci sarà l’escalation?
Fermo restando che, per puro calcolo geopolitico, la Russia non dovrebbe avere alcuna intenzione di attaccare direttamente l’Europa, proviamo a fare un paio di considerazioni sulla possibilità che scatti il famigerato Articolo 5 della Nato.
Parliamo ovviamente della clausola del Patto Atlantico che prevede il mutuo soccorso di un Paese in caso di attacco da parte di uno Stato esterno. E ribadiamo che non si tratta affatto di un meccanismo automatico.
L’Articolo 5 dispone infatti che vengano avviate consultazioni, più o meno immediate, su ciò che è avvenuto e che venga prese decisioni di concerto. Senza mai dimenticare che l’ultima parola spetta sempre e comunque al Comando statunitense stanziato in Europa.
Se impariamo a guardare alla Nato come sinonimo della presenza militare Usa sul continente, riusciamo a comprendere come il possibile intervento di italiani ed europei sarebbe di puro supporto alle forze americane.
Come d’altronde è successo in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle e al Pentagono. L’Articolo 5 della Nato fu appunto applicato solo in quell’occasione. L’Italia si offrì di unirsi alle operazioni in Medio Oriente, finendo per effettuare il consueto sostegno logistico.
Detto questo, nel caso romeno non ci sarà alcuna risposta diretta contro la Russia. Come nei casi precedenti, toccherà alla Nato mostrare la propria forza di deterrenza attraverso qualche mossa scenografica, come esercitazioni o diplomazia.
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