“Per anni ho cercato amore nello sguardo degli altri”


Andrea Carpinteri ha quarant’anni e una storia che, ascoltandola, dà una sensazione strana: quella di trovarsi davanti a qualcuno che ha fatto il giro largo per arrivare nello stesso punto in cui, forse, era destinato a stare da sempre. Solo che a volte la vita funziona così. Ti allontana proprio da ciò che ami per capire quanto sia davvero tuo. Perché spesso siamo convinti che crescere significhi seguire una linea precisa. Studiare, lavorare, costruire qualcosa di stabile, trovare il proprio posto e restarci. Ci raccontano che esiste una direzione corretta e che il segreto stia nel non perderla mai. E quando ci fermiamo, quando cambiamo strada o quando torniamo indietro, abbiamo quasi la sensazione di aver fallito. Poi però esistono persone che mettono in discussione questa idea. Andrea Carpinteri è una di quelle. Il suo percorso nella recitazione inizia presto. Dopo il liceo lascia la Svizzera, arriva a Roma, studia all’Accademia Beatrice Bracco e comincia quasi subito a lavorare. Serie televisive, cinema, teatro. Quello che per molti rappresenta un obiettivo lontano, per lui sembra iniziare a prendere forma abbastanza velocemente. Eppure, proprio quando qualcosa sembra avvicinarsi, accade qualcosa che spesso nessuno racconta. Arriva la paura. La paura del futuro. La paura della precarietà. La paura di non sapere se ciò che stai costruendo avrà davvero un domani. E così, a un certo punto, Andrea Carpinteri prende una decisione drastica: lascia tutto. Si allontana completamente dalla recitazione. Passa dietro le quinte, entra nel mondo della televisione, lavora come autore e redattore, costruisce un nuovo percorso professionale, presenta. Una vita diversa. Più concreta, più razionale, più sicura almeno in apparenza. E forse è proprio qui che la sua storia smette di essere soltanto la storia di un attore. Perché in realtà dentro questo percorso iniziano ad affacciarsi domande molto più profonde. Quanto delle scelte che facciamo nasce davvero da ciò che desideriamo e quanto, invece, dal bisogno di sentirci accettati? Quanto pesa il giudizio degli altri? Quanto ci condizionano le ferite che ci portiamo dietro da bambini? E quante volte continuiamo a inseguire qualcosa soltanto perché speriamo che, una volta raggiunta, possa finalmente riempire un vuoto? Ascoltando Andrea Carpinteri per questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie si ha la sensazione che gran parte del suo viaggio sia passato proprio da lì. Dal bisogno di essere visto. Dal bisogno di sentirsi scelto. Da quella sensazione che conoscono in tanti, anche se pochi la raccontano davvero: credere che il proprio valore dipenda dallo sguardo degli altri. Una figura paterna assente, il peso del rifiuto, il bisogno costante di dimostrare qualcosa, di essere abbastanza. E poi i social, la televisione, i numeri, i follower. Tutte cose che possono diventare una conferma ma che, allo stesso tempo, rischiano di trasformarsi in una misura continua di sé stessi. Finché arriva un momento in cui qualcosa cambia. Non perché improvvisamente spariscano le paure. Ma perché nasce una domanda diversa. Non più: ‘piacerò agli altri?’. Piuttosto: ‘sto facendo davvero quello che rende felice me?’. Ed è lì che Andrea Carpinteri decide di tornare a recitare. Non per rincorrere qualcosa che aveva lasciato a metà. Non per dimostrare di potercela fare. Non per cercare approvazione. Ma, forse per la prima volta, semplicemente per se stesso. Oggi racconta di sentirsi all’inizio del suo percorso professionale. Eppure, ascoltandolo viene da pensare il contrario. Perché forse certi inizi non arrivano a vent’anni. Arrivano molto più tardi. Arrivano dopo aver sbagliato strada, dopo aver avuto paura, dopo aver perso qualcosa, dopo aver provato a diventare ciò che gli altri si aspettavano da noi. E forse quelli sono gli inizi più veri. Perché non nascono dal bisogno di diventare qualcuno. Nascono quando finalmente si inizia a diventare se stessi.


Se dovesse immaginare il suo percorso come un palazzo, un condominio, a che punto direbbe di trovarsi? Nell’androne, a metà delle scale o all’attico?


“In realtà, credo di trovarmi proprio all’ingresso. Ho iniziato a lavorare come attore piuttosto presto. Dopo il liceo mi sono trasferito a Roma, ho studiato all’Accademia di Beatrice Bracco e ho cominciato quasi subito a lavorare. Ho preso parte a serie televisive, a un film di Federico Moccia e ad altri progetti. Poi, però, mi sono fermato completamente. Intorno ai ventisette anni ho lasciato tutto. Avevo iniziato a provare una forte ansia rispetto al futuro e credo abbia influito anche il fatto di essere cresciuto in Svizzera, perché sono sempre stato abituato a un approccio molto concreto. A un certo punto il mondo del cinema mi appariva troppo astratto, il futuro mi faceva paura. In quel periodo ero anche fidanzato con una persona che, da questo punto di vista, non mi sosteneva particolarmente. Mi faceva notare che avrei dovuto pensare a questioni più concrete e che, se i provini non fossero andati bene, forse avrei dovuto interrogarmi sulle mie capacità. Così ho abbandonato completamente quel percorso”.

E da quel momento ha cambiato direzione?

“Sì. Sono entrato nel mondo della televisione, inizialmente come redattore. Per dieci anni è stato il lavoro che mi ha permesso di mantenermi. Ho sempre avuto contratti che comprendevano una parte redazionale e una parte video e, nel tempo, ho costruito il mio percorso professionale in quell’ambito. Poi, però, è successo qualcosa. Oggi ho quarant’anni e, quando ne avevo trentasette, dopo tanti anni trascorsi a Roma, avevo scelto Milano come città di riferimento. Avevo pensato che fosse arrivato il momento di acquistare una casa. Avevo fatto anche un calcolo molto semplice: sommando tutte le spese affrontate per gli affitti dai diciannove ai trentasette anni, mi ero reso conto che con quella cifra avrei potuto acquistare due appartamenti”.

Ragionamento comprensibile…


“Poi, però, accade un imprevisto: non mi concedono il mutuo. Mi spiegano che la tipologia dei miei contratti a tempo determinato non permetteva di ottenerlo. Ho provato anche a discuterne, perché avevano a disposizione uno storico che dimostrava come avessi sempre lavorato. Da quando ero entrato nel settore televisivo non mi ero mai fermato. Non avevo mai prestato particolare attenzione alla natura dei miei contratti, anche perché non mi ero mai realmente informato su questi aspetti. E allora mi sono fermato e mi sono posto una domanda molto precisa: stavo davvero facendo ciò che desideravo? Avevo compiuto tutte quelle scelte pensando di costruire una sicurezza, una stabilità. In quel momento, però, mi stavo rendendo conto che quella solidità, in realtà, non esisteva. Una situazione considerata normale, come ottenere un mutuo per acquistare una casa, per me non era possibile. E l’aspetto paradossale era che avrei pagato una rata di circa quattrocento euro al mese, mentre per l’affitto spendevo quasi il triplo. Lì ho capito che probabilmente avevo commesso qualche errore nel mio percorso. Così ho iniziato a rifiutare le proposte televisive e ho deciso di rimettermi in gioco come attore. In quel periodo, essendo anche svizzero, sono stato contattato da una produzione per una miniserie della RSI, Styx. Ho preso parte a quel progetto e da lì si è riacceso qualcosa. Ho pensato che, se la precarietà avesse dovuto comunque far parte della mia vita, avrei preferito viverla facendo un lavoro che desideravo davvero. È anche per questo che le dico di sentirmi all’inizio. Per me è stato un vero ricominciare da zero. Tutto ciò che avevo costruito nella recitazione si era interrotto e, in qualche modo, era stato azzerato. Ho dovuto ripresentarmi da capo. Molti casting director sono gli stessi, ma magari non si ricordano di me; altri, invece, sono cambiati. Mi sono rimesso in gioco. Ho però notato un aspetto interessante: c’è curiosità. Essendomi allontanato da questo ambiente per oltre dieci anni, oggi molti mi percepiscono quasi come un attore quarantenne appena arrivato. Di solito i professionisti di questa età vengono seguiti nel loro percorso di crescita. Nel mio caso, invece, arrivo con una storia completamente diversa. Questa, oggi, è la mia scommessa. E ciò che mi sorprende di più è la serenità con cui sto affrontando questo nuovo inizio”.

Questa volta, però, il futuro non le fa paura?

“Mi fa paura, certo. Però qualche giorno fa ero a un aperitivo con un produttore esecutivo con cui ho lavorato per anni e mi ha detto che, se lo avessi voluto, avrei sempre potuto tornare a lavorare in redazione. Anche molti colleghi, nel frattempo diventati caporedattori, mi hanno fatto capire che speravano di non rivedermi nelle loro redazioni, ma che per me una porta sarebbe rimasta sempre aperta. Questo mi dà molta serenità”.

È come avere un materassino pronto in caso di necessità?

“È il mio piano B. Ma è un piano B che non richiede particolari energie. Mi sono sempre reso conto che quando si dice che nella vita bisogna avere un piano B, quel piano rischia spesso di trasformarsi nell’opzione più semplice, più concreta, più accessibile. E quando si presenta una difficoltà si finisce inevitabilmente per rifugiarsi lì. L’essere umano tende a scegliere la strada meno complessa. In questo momento, invece, il mio piano B esiste, ma non occupa i miei pensieri. Ed è proprio questo che mi permette di concentrare tutte le energie sul piano A, cioè sul mio percorso da attore”.


La sua storia è particolare perché è caratterizzata da un piano A, da un piano B e poi da un ritorno al piano A. Nel momento in cui ha deciso di lasciare la recitazione per seguire quella che nel frattempo era diventata un’alternativa professionale, come ha vissuto quella scelta? Come un fallimento o come una nuova spinta?

“In quel momento l’ho vissuta proprio come un fallimento. Ero arrivato a una fase in cui avevo la sensazione di essere vicino a un traguardo. Avevo sostenuto molti provini e, naturalmente, questo lavoro funziona così: si possono affrontare venti provini, uno va bene e diciannove no. Fa parte del percorso. Io, però, quei rifiuti li prendevo molto sul personale. Li vivevo come sconfitte individuali. Una delle esperienze che mi ha aiutato maggiormente, e che ho compreso soltanto in seguito, è stata lavorare dall’altra parte. Mi è capitato infatti di occuparmi anche di casting per programmi televisivi e lì si è aperta una prospettiva completamente nuova. Ho capito che molto spesso una decisione non dipende dal fatto che una persona sia la più brava in assoluto. Entrano in gioco molti fattori che devono combaciare. Può esserci una persona estremamente preparata, ma in quel momento si può cercare un’energia diversa, una presenza differente o un equilibrio specifico. Così si comprende che non tutto dipende da sé. Quando lasciai la recitazione, però, non avevo ancora questa consapevolezza. La vivevo come una sconfitta molto pesante. Talmente pesante che decisi di non voler più avere alcun rapporto con una telecamera. Per questo presi molto seriamente il mio nuovo ruolo dietro le quinte e pensai di voler diventare il più competente possibile in quell’ambito. Dal punto di vista caratteriale sono sempre stato molto deciso. Non riesco a rimanere a metà strada. Quando intraprendo un percorso, lo seguo fino in fondo e cerco di farlo al meglio. Così chiusi completamente quella parte della mia vita. Poi, paradossalmente, iniziarono ad arrivare opportunità davanti alla telecamera in modo piuttosto naturale. Forse apparivo più disinvolto di altri o risultavo più adatto in determinate situazioni, così le produzioni iniziarono a chiedersi perché cercare qualcuno all’esterno quando avevano già una persona all’interno della squadra che poteva ricoprire quel ruolo. Così ho iniziato a svolgere attività sempre più varie. E, per un periodo, in qualche modo ha avuto un peso anche la mia componente più narcisistica, quel bisogno di sentirmi visto”.

Era davvero solo egocentrismo?

“No, ho compreso dopo un aspetto importante. Per molto tempo ho pensato che si trattasse semplicemente del desiderio di apparire. Credevo che mi piacesse stare in primo piano, essere osservato. Successivamente, anche grazie al percorso con la psicologa, ho capito che probabilmente esisteva qualcosa di più profondo. La mia storia familiare è particolare. Quando ero piccolo mio padre lasciò la famiglia: lasciando soli mia madre, mia sorella e me. Successivamente iniziò una relazione con la baby-sitter delle mie cugine, che all’epoca aveva appena compiuto diciotto anni. In seguito, costruì una nuova famiglia e arrivarono altri cinque figli. Io avevo nove anni. In quel periodo vedevo mia madre e mia sorella soffrire. Così, inconsciamente, mi imposi una regola: non dovevo soffrire. Pensavo che si soffrisse quando qualcuno moriva o quando accadevano eventi gravi. Di fronte a una persona che compiva una scelta sbagliata, non capivo perché dovessimo stare male noi. Per questo, durante tutta la mia crescita, ho cercato di essere estremamente razionale. Credo però che quella scelta abbia avuto un prezzo. Probabilmente quel bisogno di apparire e di essere visto era anche una forma di messaggio. Era quasi un modo per affermare la propria presenza o per mostrare ciò che qualcuno aveva perso. So che per molto tempo il meccanismo è stato questo. Ed era anche uno dei motivi per cui mi sentivo appagato lavorando in televisione. Mi andava bene quasi tutto, purché ci fosse una visibilità. Era una sorta di compromesso tanto che questo aspetto entrava anche negli accordi professionali”.

Cioè?

“Quando lavoravo con Adriana Volpe a Ogni mattina su Tv8, per esempio, seguivo tutta la parte redazionale. Ero molto bravo nella gestione dei contatti, nel trovare persone e nel costruire contenuti. Ma avevo espresso anche il desiderio di avere uno spazio davanti alla telecamera. Inizialmente, però, non arrivavano risposte. Poi un giorno parlai direttamente con Adriana. Le raccontai tutto con grande sincerità. Lei mi disse che eravamo soltanto noi due e mi chiese cosa desiderassi davvero fare. Le risposi e, due giorni dopo, realizzammo una puntata pilota insieme per verificare se potessimo funzionare come coppia televisiva. La settimana successiva ero già in video con lei. Tanto che successivamente mi sono tatuato una piccola volpe dietro il collo: in omaggio ad Adriana. Ho questa abitudine con i tatuaggi: quando vivo un momento importante, lo trasformo in un simbolo sulla pelle. E quello, per me, è stato davvero un passaggio importante. Arrivavo dalla fine di quella relazione molto complessa, durata undici anni, che mi aveva profondamente segnato. Nello stesso periodo arrivò anche il trasferimento a Milano, per me che avevo sempre vissuto a Roma: per la diretta, sono stato ‘costretto’ a farlo ma per me quel trasferimento rappresentava la chiusura definitiva di una parte della mia vita. Ricordo una frase di Adriana che non ho mai dimenticato. Mi disse che avevo bisogno di rinascere e che lei sarebbe stata a mia disposizione. In quel periodo mi sentivo quasi un bambino. Le confidavo i miei desideri e lei mi rispondeva che non spettava a lei impedirmi di inseguirli, perché la cosa più importante era che stessi bene. Ed è un gesto per cui le sarò sempre grato”.


Quello che colpisce ascoltando questo racconto è che spesso il mondo della televisione, forse ancora più di quello del cinema, viene descritto come un ambiente molto cinico. Sapere che invece lei abbia incontrato persone che si sono comportate diversamente è un aspetto bello da raccontare.

“Sì, probabilmente sono stato fortunato. Perché Adriana, vista dall’esterno, può dare l’impressione di essere una persona molto forte e molto strutturata, ma in realtà è una donna di enorme generosità. E non aveva alcun obbligo di fare tutto questo. Ci siamo conosciuti sul lavoro, non esisteva un rapporto precedente. Anzi, volendo avrebbe potuto considerare la mia presenza quasi come un ostacolo. Aveva sulle spalle un programma importante e avrebbe potuto chiedersi perché avrebbe dovuto condividere tutto questo con qualcun altro. Invece ha fatto esattamente il contrario. Prima mi ha voluto accanto a lei in studio. Poi, però, si è resa conto di un aspetto: probabilmente lo studio non rappresentava il mio ambiente naturale. Capitava di trovarsi accanto a personalità molto forti, molto presenti anche dal punto di vista mediatico. Mentre loro tendevano spontaneamente a prendersi la scena, io reagivo in modo opposto: tendevo a mettermi in disparte. Da lì, quindi, abbiamo costruito qualcosa di diverso. Abbiamo creato un format esterno chiamato L’uomo delle missioni impossibili. Era uno spazio in cui potevo realizzare praticamente tutto ciò che avevo in mente. Se volevo lanciarmi con il paracadute, lo facevo. Se volevo arrampicarmi, potevo farlo. Qualsiasi idea mi venisse in mente diventava un’esperienza da trasformare in contenuto. E devo dire che attraverso quello spazio ho trovato una grande valvola di sfogo”.

In quel periodo aveva trovato una forma di equilibrio. Il bisogno di essere visto e riconosciuto trovava in qualche modo una risposta. Ma dove si collocava la sua autostima?

“La mia autostima non è mai stata particolarmente solida. Mi sono reso conto che per molto tempo il mio stato d’animo dipendeva completamente dagli altri. Quando avevo accanto persone che mi trasmettevano forza e mi riconoscevano qualità e valore, allora mi sentivo estremamente sicuro. Traevo energia da quello. Mi sostenevo attraverso quello sguardo esterno. Bastava però che qualcuno esprimesse una critica o mi facesse notare che qualcosa non funzionava perché cadessi immediatamente nella condizione opposta. Pensavo che ci fosse qualcosa che non andava in me, che fossi io il problema. Non ho mai intrapreso un vero percorso sull’autostima. Ho iniziato molto tardi. Credo che il punto di svolta sia arrivato nel 2022. È stato il momento in cui ho iniziato ad avere il coraggio di dire che qualcosa non mi andava bene. Fino ad allora tutto era legato al bisogno di essere accettato. Anche pronunciare un semplice ‘no’ mi spaventava. Temevo maggiormente l’idea di essere escluso rispetto alla possibilità di stare male. Preferivo rimanere in situazioni che mi facevano soffrire piuttosto che rischiare di perdere qualcuno”.

Immagino che questo sia legato anche alla sua storia personale. Quando un genitore se ne va, spesso i figli finiscono per attribuirsi responsabilità che non hanno.

“Da bambino avevo tradotto quella situazione in modo molto semplice: pensavo di non essere stato voluto. Poi, quando vedi quella persona costruire un’altra famiglia e avere altri figli, inevitabilmente inizi a chiederti se il problema foste voi. Per molto tempo è stato questo il mio pensiero. Oggi, però, la prospettiva è cambiata. Quei figli li ho conosciuti tutti. Li vedo, li sento e quando torno a Lugano ci incontriamo. Sono persone meravigliose. Però, fino a un certo momento della mia vita, dentro di me rimaneva forte la sensazione che avesse scelto di costruire una nuova famiglia altrove. Crescendo, osservando meglio la situazione, ho compreso che il problema non eravamo noi. Era lui ad avere qualcosa che non funzionava”.

Può tranquillamente scegliere di non rispondere: lei e suo padre vi siete mai fermati davvero ad affrontare tutto questo?


“No. Ma ci sono stati due momenti importanti. La prima volta non lo vedevo da diciotto o vent’anni. La sua ex compagna, con la quale aveva avuto gli altri figli, contattò mia sorella e ci informò del fatto che avrebbe dovuto affrontare un intervento molto delicato. Avrebbero dovuto sostituirgli gran parte dell’aorta principale a causa di una malformazione genetica mai individuata prima. Ci dissero inoltre che tutti i figli avrebbero dovuto sottoporsi ad alcuni esami per verificare l’eventuale presenza della stessa condizione. Alla fine, solo uno dei figli risultò avere quel problema ma, essendo stato individuato in tempo, era possibile intervenire. Lui invece doveva affrontare un’operazione molto complessa. In quel momento gli scrissi. Mia sorella preferì non farlo. Io, invece, pensai che se ci fosse stata davvero la possibilità di perderlo, avrei voluto almeno rivederlo. Così siamo andati a mangiare una pizza una settimana prima dell’intervento. Ed è stata una sensazione molto strana. Non ho provato nemmeno rabbia. Ho cercato piuttosto di riconoscere quella persona, ma mi sono reso conto che davanti a me c’era un perfetto estraneo. Anche la sua voce mi sembrava appartenere a qualcuno che non conoscevo. Era come se tutto dovesse essere ricostruito da zero. Poi affrontò l’operazione, rimase in coma per tre settimane, si risvegliò e successivamente non ci siamo più sentiti. Fino all’anno scorso. Quando mi hanno comunicato che stava nuovamente male per altri problemi di salute. E anche in quel caso sono andato da lui”.

Al di là di tutto ciò che è accaduto, che cosa la spingeva comunque a tornare da lui?

“Credo fosse la compassione. Perché nessuno dei miei fratelli voleva andare in ospedale. Gli unici ad accettare siamo stati io e un’altra delle mie sorelle. E ho pensato una cosa molto semplice: se il giorno dopo gli fosse accaduto qualcosa, non avrei voluto che chiudesse gli occhi sentendosi completamente solo. Perché in realtà era davvero solo. La sua situazione familiare era molto complessa: i suoi fratelli e i miei nonni non c’erano più, era rimasto completamente solo. E ho pensato che quell’uomo avesse comunque dei figli e che, proprio nel momento più difficile della sua vita, rischiava di non avere nessuno accanto. Di fronte a tutto questo, per me era più importante che percepisse una presenza vicino a sé. È stato questo a spingermi”.

Facendo una sorta di autoanalisi, pensa che la ripresa del suo percorso come attore coincida anche con questi incontri e con tutto ciò che ha vissuto?

“Assolutamente sì. Perché tutte queste esperienze mi hanno aiutato a capire che cosa desidero davvero. E soprattutto mi hanno fatto comprendere un aspetto di me che oggi vedo con molta chiarezza. Per molto tempo ho vissuto con il bisogno costante di essere accettato. Per sentirmi parte di qualcosa, per sentirmi incluso, tendevo ad accettare praticamente qualsiasi situazione. Ancora oggi faccio fatica a dire di no, anche se meno rispetto al passato. È qualcosa che mi richiede un certo sforzo. Non riesco facilmente a rifiutare richieste o situazioni. E mi rendo conto che, in molte occasioni, qualcuno abbia approfittato di questa mia predisposizione. Oggi, però, c’è una differenza importante. Avere davanti a me un obiettivo molto chiaro, qualcosa per cui sto lottando davvero, cioè il mio lavoro da attore, ha reso i miei no meno dolorosi. Per la prima volta nella mia vita ho messo davvero al primo posto qualcosa che riguarda me. In passato un rifiuto aveva quasi il sapore di una perdita. Oggi, invece, quando dico di no a qualcosa, ho la sensazione di proteggere qualcosa che desidero davvero”.

Oggi il suo profilo Instagram conta oltre settecentomila follower. Durante la crescita, quei numeri che significato avevano per lei?

“Prima però le racconto come è iniziato tutto, altrimenti potrebbe sembrare una situazione particolare. Fino al 2018-2019 avevo circa centomila follower. Poi ho conosciuto e sono diventato molto amico di Can Yaman. L’aspetto divertente è che, quando l’ho conosciuto, non avevo idea di chi fosse. Mi dissero semplicemente che era un attore. Andai a cercarlo su Google e scrissi persino male il suo nome, così come si pronuncia, Gian. Non trovavo nulla. Pensavo che mi stessero prendendo in giro e che quell’attore non esistesse davvero. Poi ho pubblicato una foto con lui e il giorno successivo mi sono svegliato trovando centinaia di commenti. Ed è stato allora che ho capito chi fosse realmente. Con Can, ci siamo frequentati per circa un anno e mezzo, periodo nel quale il mio profilo è cresciuto enormemente. Ma, anche in quel caso, quella crescita non riguardava realmente me. Era legata a lui. Era una conseguenza di quella vicinanza. Tuttavia, ho iniziato a vedere nel mio profilo un potenziale e ho cominciato ad attribuirgli un’importanza enorme. Davvero enorme. Troppa. Ed è stato allora che è successo qualcosa che oggi osservo con molta lucidità. Ho iniziato ad avere paura. Paura che il profilo venisse hackerato. Paura di commettere qualche errore. Paura che Instagram potesse sospenderlo. Avevo iniziato a proiettare gran parte della mia vita all’interno di quel social. Quando qualcuno mi scriveva complimenti sul mio aspetto o sulle mie capacità, allora mi sentivo davvero così. Quando invece arrivava un commento negativo, iniziavo a stare male. E l’aspetto paradossale era che potevano esserci cento commenti positivi e uno soltanto negativo. Eppure, quel singolo commento finiva automaticamente per assumere il valore della verità. Diventava il centro di tutto. Mi chiedevo dove avessi sbagliato e che cosa non funzionasse. Poi, fortunatamente, mi sono fermato e mi sono detto che tutto questo stava diventando eccessivo. Lavoravo, guadagnavo bene e avevo già una mia stabilità professionale, così ho iniziato a chiedermi perché stessi facendo tutto questo. E mi sono reso conto che, ancora una volta, rappresentava un altro modo per soddisfare il bisogno di apparire, di piacere e di sentirmi visto. Quando poi ho deciso di allontanarmi da quell’ambiente, ho preso una decisione molto drastica. Avevo circa cinquemila post. Li ho archiviati quasi tutti. Ne ho lasciati forse trentacinque. Perché osservavo il mio profilo e avevo l’impressione che assomigliasse a una vetrina disordinata. Un giorno pubblicavo un contenuto, quello successivo qualcosa di completamente diverso: un prodotto, una collaborazione, un altro contenuto ancora. E mi sono chiesto seriamente quale direzione stessi dando a tutto questo”.


C’è però un aspetto che mi colpisce. Mi racconta che quella crescita è arrivata anche grazie alla vicinanza con Can Yaman, ma successivamente ha azzerato tutto, ha cambiato completamente direzione e, nonostante questo, molte persone sono rimaste. Significa che qualcosa di suo arrivava comunque.

“In realtà molte persone sono andate via. Nel periodo di maggiore crescita il profilo aveva raggiunto circa ottocentomila follower. Però sì, me lo sono chiesto anch’io. Perché mi rendo conto che ci sono persone che mi seguono da moltissimo tempo. Per esempio, recentemente ero in Sardegna e otto ragazze mi hanno organizzato una sorpresa. C’è stato anche un periodo in cui organizzavo aperitivi e arrivavano cento, centoventi persone da tutta Italia. Quindi mi rendo conto che qualcosa c’è. Credo che chi è rimasto sia composto da persone che, in qualche modo, mi hanno sempre compreso. Persone che oggi sono felici di vedermi e di vedere chi sono realmente. Chi invece ha smesso di seguirmi probabilmente era interessato ad altro. Magari seguiva me perché ero vicino a Can Yaman o perché, attraverso me, riceveva notizie su di lui. Quella fase, semplicemente, si è conclusa. E ne sono contento. Ho anche un gruppo privato su Instagram con circa duemila persone e, quando condivido aggiornamenti che mi riguardano, ricevo messaggi e molte risposte. Quindi mi rendo conto che esiste qualcosa che piace alle persone. Devo ancora capire con precisione che cosa sia”.


Probabilmente arriva qualcosa che trasmette in modo spontaneo. Oggi si usa molto una parola: autenticità. In un mondo in cui tutti cercano di apparire diversi da ciò che sono, forse quello che è arrivato di lei è proprio questo.

“Sì, però credo che sia un aspetto più personale che professionale. Anche quando lavoravo in televisione molte persone mi hanno sostenuto tantissimo. Quando lavoravo con Adriana, per esempio, esisteva una fanbase molto forte che contribuiva a far circolare il mio nome sui social e mi aiutava a crescere. Io però ho sempre cercato di coinvolgere le persone. Mandavo messaggi, registravo videomessaggi, cercavo di farle entrare nel mio percorso. Ho sempre provato a farmi conoscere per ciò che ero. Poi, quando ho deciso di cambiare direzione, quelle stesse persone si sono ritrovate davanti a un profilo con trentacinque post, magari molto costruiti dal punto di vista della comunicazione. Chi è rimasto, però, è rimasto perché mi aveva conosciuto davvero. Sono persone che sanno chi sono”.

E sono tante. Forse questo significa che il percorso di riconquista di sé stessi funziona.

“Adesso, però, la sfida è diversa. Oggi non utilizzo più i social nello stesso modo di prima. Chi arriva ora sul mio profilo probabilmente si costruisce un’idea di me osservando soltanto ciò che vede lì, senza aver seguito un percorso sviluppato negli anni. Vorrei invece che le persone iniziassero a conoscermi attraverso il mio lavoro. Per questo sto cercando, quasi con ostinazione, di tornare a fare teatro. Sto davvero cercando un modo per ripartire da lì. Può sembrare semplice, ma non lo è. A volte il teatro è persino più chiuso, elitario, del cinema. Mi sto rendendo conto che, paradossalmente, sto facendo meno fatica a ritagliarmi magari tre pose in un film che a trovare uno spazio in teatro”.

Pensa che esista ancora un pregiudizio legato al fatto di arrivare dalla televisione o dai social?


“Non lo so. Forse sì. Per molto tempo, probabilmente, l’idea che qualcuno poteva avere di me era quella di una persona presente ovunque, quasi una sorta di ‘prezzemolino’. E forse al mondo del teatro questo non piace particolarmente. Chi non mi conosce personalmente potrebbe pensare che dietro ci sia poca sostanza. Il teatro viene spesso associato a un percorso fatto di ricerca, introspezione e lavoro interiore. E qualcuno potrebbe immaginare che il desiderio di avvicinarsi a quel mondo nasca soltanto dal bisogno di costruirsi un’immagine diversa. Forse qualcuno potrebbe pensare che si tratti di un modo per apparire come un attore più impegnato”.

Ma anche se fosse? Se poi sale sul palco ed è bravo, che differenza farebbe?


“Infatti. Poi faccio anche un’altra riflessione. Voglio far teatro perché le persone vengono a vederti. E l’ho sperimentato personalmente. Ho preso parte a uno spettacolo importante a Roma, Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, che è una delle opere che amo di più fin da quando ero bambino. E il personaggio del Figlio l’ho sempre sentito molto vicino a me. Era un personaggio duro, molto severo, quasi sprezzante, ma attraversato da una quantità enorme di emozioni. E probabilmente, in qualche modo, mi rappresentava. Quello spettacolo, poi, era arrivato quasi per caso. Avevo sostenuto il provino, ma non era andato bene. Ero arrivato secondo. Successivamente, però, l’attore che era stato scelto si infortunò a una gamba e non poté proseguire. Così chiamarono me. Ricordo che in quel momento ebbi una sensazione molto precisa: per la prima volta mi sentivo davvero me stesso. Quella è stata una delle esperienze più intense della mia vita. Erano previste trenta date. Ma anche lì tornava sempre la stessa difficoltà. Quando una sera, durante una mia scena individuale, percepivo un applauso più intenso, pensavo immediatamente di essere stato particolarmente bravo. Quando invece mi sembrava più tiepido, concludevo subito di aver fatto male. Non mi fermavo nemmeno a considerare che potesse semplicemente trattarsi di un pubblico diverso. Per me diventava automaticamente un giudizio sulla mia persona. Pensavo che, se quel giorno gli applausi erano stati meno calorosi rispetto alla sera precedente, allora significava che la mia interpretazione era stata peggiore. E così non riuscivo nemmeno a godermi davvero ciò che stavo vivendo. Continuavo a mettere la misura del mio valore nelle mani degli altri. Se una sera andava benissimo e il pubblico applaudiva con entusiasmo, mi sentivo fortissimo. Subito dopo, però, arrivava un altro pensiero. Iniziavo a guardare avanti e pensavo che ci fossero ancora quindici repliche da affrontare. Avrei quasi voluto che fosse già l’ultima. Perché a quel punto diventava una pressione”.

Fortunatamente oggi mi sembra di capire che qualcosa sia cambiato.

“Sì, perché quel peso era enorme. Ed è un aspetto che, in realtà, porto ancora un po’ con me. Per esempio, in questo periodo ho un cortometraggio, Only Staff, che sarà presentato al Locarno Film Festival. E anche in quell’occasione mi è successo qualcosa che mi capita spesso. Mi hanno mostrato una prima versione del lavoro, un premontato. E sono entrato immediatamente in crisi. Ho iniziato a pensare che in alcuni punti avrei potuto fare meglio, che in altri avrei potuto scegliere una soluzione diversa o che determinate scene avrebbero potuto essere interpretate in un altro modo. La mia reazione istintiva è stata quella. Così ho chiesto che il lavoro venisse mostrato a persone che non mi conoscevano. Ormai conosco bene questo mio meccanismo. So di essere molto severo con me stesso. E quindi ho bisogno di uno sguardo esterno. Poi, quando mi hanno detto che funzionava e che il risultato era bello, ho pensato che forse fossi io a essere troppo critico. Perché il mio primo istinto continua a essere quello di vedere prima ciò che manca. Prima ciò che avrei potuto fare meglio”.

Che cosa pensa di aver conservato dell’Andrea Carpinteri di una volta?

“Credo di aver conservato sicuramente l’entusiasmo. È qualcosa che mi accompagna fin da quando ero bambino. È sempre stato uno degli aspetti che più mi hanno caratterizzato. Qualunque attività intraprenda, ci metto un entusiasmo enorme. Forse anche troppo. Però è una qualità che mi permette di crederci davvero. Associo molto l’entusiasmo alla riuscita di un progetto. Perché quando credo profondamente in qualcosa, mi ci immergo completamente. C’è poi un altro aspetto che, per molto tempo, è stato una grande fonte di insicurezza e che ha inciso anche sul mio rapporto con questo lavoro. Sono dislessico e disgrafico. Per anni questa condizione mi ha creato molte difficoltà. Per esempio, se mi veniva chiesto di leggere un testo all’improvviso, entravo in difficoltà. Ricordo una masterclass che frequentai quando avevo ventitré anni. Un regista ci consegnò un testo e ci disse che avremmo dovuto camminare sul palco e leggere, a turno, una parte del brano. Per me fu un incubo. Da bambino, infatti, adottavo sempre una strategia precisa. Quando leggevamo ad alta voce in classe contavo quante persone c’erano prima di me. Ascoltavo i paragrafi letti da ogni compagno e cercavo di capire quale sarebbe toccato a me. Poi lo imparavo a memoria. Perché non riuscivo ad affrontare la lettura con serenità. Entravo nel panico. Negli anni in cui sono cresciuto, essendo nato nel 1985, certi aspetti venivano affrontati in modo molto diverso. La spiegazione era semplicemente: non riesce. E finiva lì. Ricordo di avere avuto anche un insegnante di sostegno che, in realtà, non comprendeva davvero la situazione. Così sono cresciuto con la sensazione di avere qualcosa che non funzionasse. Paradossalmente, la televisione mi ha aiutato moltissimo. Ho lavorato in un programma con Alda D’Eusanio, Vite da copertina, che si basava interamente sulla lettura del gobbo. E io non riuscivo a leggerlo. Mi sono allora fermato e, nel 2016, ho deciso di sottopormi a dei test, perché sentivo che questa difficoltà stava diventando un limite reale. Ed è arrivata la diagnosi: dislessia e disgrafia. Quella diagnosi, però, invece di bloccarmi, mi ha aperto una prospettiva completamente nuova. Per la prima volta ho smesso di lottare contro qualcosa che aveva sempre fatto parte di me e ho iniziato a cercare un metodo personale. Ho capito che non dovevo imparare un testo a memoria in modo meccanico. Perché basta perdere una parola e rischia di crollare tutto. Ho iniziato invece a lavorare sul significato. Sul contenuto di ciò che leggo. Perché quando leggo normalmente un libro rischio di concentrarmi così tanto sulla lettura corretta da non comprendere davvero ciò che sto leggendo. Quando invece ho iniziato a lavorare sulla comprensione e sul senso del testo, si è aperto un mondo. Oggi studio i copioni in questo modo. Ed è diventato uno strumento che mi dà sicurezza. Prima, invece, non avevo questa consapevolezza. E sentirmi dire che forse avevo scelto il lavoro sbagliato o che, nell’avere difficoltà nella lettura, probabilmente il mondo della recitazione non era adatto a me, mi feriva profondamente. Poi ho ascoltato la storia di Alessandro Borghi e si è aperta un’altra prospettiva. Anche lui aveva affrontato alcune difficoltà e gli avevano detto che non avrebbe potuto fare l’attore. Ed è stato allora che ho pensato a quanto fosse assurdo”.


E invece che cosa sente di aver lasciato indietro?

“Credo di aver lasciato completamente alle spalle il giudizio. Sia il giudizio verso gli altri sia il pregiudizio. Oggi sono aspetti che non sento più appartenere a me. All’inizio, invece, inconsciamente erano presenti. Penso fosse legato anche all’ambiente in cui sono cresciuto. Lugano è una realtà molto particolare. È una città in cui l’immagine, lo status e ciò che rappresenti hanno un peso importante. E questo l’ho sofferto moltissimo. Perché non provenivo da una famiglia benestante. Anzi. Quando mio padre se ne andò, io, mia madre e mia sorella vivevamo grazie all’assistenza dello Stato. Eppure, anche allora, sentivo dentro di me un forte bisogno di affermarmi, di arrivare, di entrare in una sorta di élite. Così cercavo di valorizzare ciò che avevo in quel momento. Ero un ragazzo considerato attraente, ero alto. Partecipai a un concorso nazionale e lo vinsi. Avevo diciassette anni. Da quel momento, in una realtà piccola come Lugano, improvvisamente tutti sapevano chi fossi. Ricordo però di essere arrivato persino a mentire. Mentivo perfino sulla casa in cui vivevo. Sembrava quasi una situazione da film, una sorta di Gossip Girl. Poi, a un certo punto, mi sono detto che era abbastanza. E credo che quella sia stata una delle ragioni che mi hanno spinto a partire dopo il liceo. Pensavo che, restando lì, nulla sarebbe cambiato. Così sono andato a Roma. Ed è stato proprio lì che ho iniziato a imparare a guardare davvero le persone che avevo davanti. A conoscerle per ciò che erano realmente. A non fermarmi all’apparenza, all’immagine o a tutto ciò che si vede in superficie. Ed è qualcosa che ho cercato di portare con me in ogni fase della mia vita. Ho sempre pensato che fosse importante farmi conoscere per ciò che sono realmente. Nel tempo mi sono arrivate molte opportunità, anche in televisione. Per esempio, mi hanno proposto programmi come i reality. Dentro di me, però, ho sempre seguito una sorta di regola personale e ho detto no. Ho sempre desiderato farmi conoscere per ciò che sono, ma alle mie condizioni. Esistono dinamiche che rischiano di prendere il sopravvento e ho sempre avuto paura di ritrovarmi all’interno di una narrazione che non mi appartenesse. Anche perché, nonostante tutto ciò che è accaduto nella mia vita, ho avuto una famiglia molto solida. Forse non nella figura paterna, ma certamente nel resto. Ho avuto mia madre, mia sorella e mia zia che, essendo una suora, a Roma è stata praticamente una seconda madre per me. Credo che questo abbia fatto una differenza enorme. Perché, alla fine, nonostante i momenti difficili, le situazioni che mi hanno messo in discussione e quelle che mi hanno fatto sentire fragile, non mi è mai mancato un punto di riferimento. Non mi è mai mancata la sensazione di avere qualcuno accanto. E penso che questo mi abbia salvato molte volte”.

A novembre sarà al cinema nel film Il valore del futuro di Federica Crippa, dove interpreta un malato. Se potesse sognare senza alcun limite, ci sarebbe qualcosa che vorrebbe realizzare?

“Vorrei essere il protagonista di un grande film horror. E magari finire anche ucciso alla fine del film, in modo spettacolare, squartato. Quello sarebbe davvero il mio sogno. Perché amo il cinema horror. Da questo punto di vista sono piuttosto estremo: guardo o horror oppure film molto classici. Ci sono alcuni titoli che riguardo ogni anno: Buon compleanno, Mr Grape, Boys Don’t Cry con Hilary Swank, oppure La stanza di Marvin. Mi piace moltissimo Leonardo DiCaprio, soprattutto quello dei primi anni. Quando però ho davvero bisogno di rilassarmi, scelgo un film horror. E mi rilassa moltissimo”.

Solitamente, però, nei film horror il protagonista sopravvive.


“Dipende. Magari muore alla fine e nel capitolo successivo arriva un altro protagonista. Però, a dire la verità, mi andrebbe bene anche morire nella prima scena in modo memorabile. Se però devo immaginare il sogno nella sua versione più grande, allora almeno arrivo fino alla fine. Negli horror esistono sempre dinamiche piuttosto precise. Prima muore un personaggio, poi un altro. Però io dovrei proprio fare una brutta fine. Per me sarebbe un sogno lavorare con Dario Argento. Lo adorerei. Perché amo proprio quel tipo di cinema. Per molto tempo l’horror è stato considerato quasi un genere minore, una sorta di cinema di serie B. E invece esistono opere straordinarie. Ma tengo molto anche ai lavori a cui ho già preso parte, a cominciare dai cortometraggi”.

In fondo non si sa mai dove possano portare i progetti. A volte sono proprio le esperienze più piccole ad aprire le porte più importanti. Per questo ho sempre avuto una grande considerazione dei cortometraggi. In pochi minuti bisogna raccontare una storia, far comprendere chi si è, mostrare le proprie capacità e rendere tutto credibile. Hanno una forza enorme.

“Sì, assolutamente. Per esempio, adesso ho un progetto in Lituania e, in realtà, la storia dietro è piuttosto divertente. Stavo girando la serie La linea della palma. Mi avevano chiamato per un provino e, in modo molto pratico, una parte della scelta dipendeva anche dal fatto che avessi il passaporto svizzero, perché avevano bisogno di una determinata percentuale di attori svizzeri per accedere ai fondi di produzione. Faccio questo provino e ricordo perfettamente di essere uscito convinto di averlo fatto malissimo. Ero molto agitato. Uscii pensando che non sarebbe mai andata bene. Invece poi è andata diversamente. Nel frattempo, succede anche un altro episodio. Finisco di girare a Como Il valore del futuro e una mia amica lituana mi scrive dicendomi che una cantante, considerata una sorta di Lady Gaga della Lituania, aveva visto alcune fotografie insieme a me e mi voleva come protagonista di un videoclip. Le chiesi quando fosse previsto. Mi rispose il giorno successivo. Le spiegai che non potevo perché ero ancora impegnato sul set. E lei mi disse che avrebbero persino spostato le riprese pur di avermi. Così rimasi lì, girai quel videoclip e poi me ne dimenticai completamente. Non avevo minimamente compreso la portata del progetto. Dopo alcuni mesi, uscì il video e iniziarono ad arrivarmi messaggi dalla Lituania. Interviste, richieste e altre proposte. Poi arrivò anche una collaborazione con airBaltic legata al cinema e, addirittura, l’ambasciata mi pagò un volo per Vilnius, mi ospitò e mi coinvolse in eventi e incontri con la stampa. Una situazione davvero surreale. E da quell’esperienza è nato anche un nuovo progetto. Abbiamo recitato in studio per un film realizzato con l’intelligenza artificiale. Noi abbiamo girato realmente, mentre tutto il resto verrà ricostruito digitalmente. Sono molto curioso di vedere il risultato finale”.

Oggi che sta tornando alla recitazione e sta riprendendo in mano il suo percorso, che cosa sta cercando davvero?

“Sono convinto che oggi, per la prima volta, stia cercando qualcosa che riguarda veramente me. Per molto tempo molte delle scelte che ho compiuto erano legate a un bisogno. Il bisogno di piacere, di sentirmi visto, importante e accettato. Oggi, invece, credo di trovarmi in una fase diversa. Adesso desidero fare qualcosa semplicemente perché mi rende felice. Ed è una differenza enorme. Perché quando si fa qualcosa per colmare un vuoto, quel vuoto continua a chiedere sempre di più. Non è mai sufficiente. Quando invece si fa qualcosa perché la si ama davvero, cambia completamente il modo di viverla. Ed è anche per questo che oggi riesco ad affrontare tutto con maggiore serenità. Non ho più la sensazione di dover dimostrare qualcosa a qualcuno. Sto semplicemente cercando di seguire qualcosa che sento profondamente mio”.


Se tornassimo alla domanda iniziale, quella sul percorso, e gliela riproponessi adesso, così, a bruciapelo: Andrea, perché vuole fare l’attore?

“Per me stesso. Voglio fare l’attore per me. Perché quando ci si rende conto di avere tutte le possibilità per fare altro, di poter intraprendere strade diverse e magari guadagnare anche bene, ma si continua comunque a sentire questa esigenza, allora significa che esiste qualcosa che va oltre. Ancora oggi non saprei nemmeno dirle se sono bravo oppure no, perché faccio ancora fatica a capirlo. Però oggi comprendo perfettamente qualcosa che mia zia mi disse quando avevo diciotto anni. Mia zia è una suora, come le dicevo, e ricordo che era una donna bellissima. Aveva una bellezza straordinaria, aveva davanti a sé infinite possibilità ed era corteggiata da uomini molto facoltosi in Sicilia (la mia famiglia è originaria di Siracusa). Un giorno mi disse di aver sentito una vocazione. Mi spiegò che quella chiamata era stata più forte di qualsiasi altra opportunità o possibilità che la vita avrebbe potuto offrirle. All’epoca non riuscivo a comprenderla. Le rispondevo che avrebbe potuto avere altro, una vita diversa, molte altre opportunità. Poi però ho capito che il punto non era ciò a cui aveva rinunciato. Il punto era che quella era la sua scelta. Ed è stata proprio quella scelta a permetterle di costruire tutto il resto. Oggi ritengo di comprendere quella sensazione. Perché se mi chiedesse dove mi trovo nel mio percorso, risponderei in modo diverso rispetto all’inizio. Nella vita non mi sento all’ingresso di un palazzo. Nella vita mi sento a metà strada. Se immaginassi un edificio di venti piani, direi di essere al decimo. Nel lavoro, invece, mi sento all’inizio. Perché mi sto rimettendo in gioco da capo, ma con uno spirito completamente diverso e con un Andrea completamente diverso. C’è poi una frase che ripeto spesso: ciò che non avviene non conviene. Perché probabilmente, se alcune esperienze fossero arrivate prima, le avrei vissute nel modo sbagliato. Oggi, invece, sento di essere pronto ad affrontare qualsiasi situazione. E soprattutto con una consapevolezza diversa: non lo sto facendo per gli altri. Se oggi dovessi salire su un palco davanti a cinque persone, lo farei con la stessa intensità con cui lo farei davanti a diecimila. Un tempo probabilmente mi sarei chiesto se ne valesse davvero la pena e avrei detto no. Oggi invece lo farei perché ne vale la pena per me. Perché è qualcosa che mi fa stare davvero bene. Ancora oggi mi capita di lavorare per cinque giorni su un set e, una volta conclusa l’esperienza, attraversare una piccola fase di malinconia. Perché penso che avrei voluto che durasse più a lungo. Però il fatto di vivere la mia vita con serenità, di avere una relazione stabile e di stare bene mi permette di affrontare tutto con una leggerezza che prima non avevo. Prima vivevo una vera e propria ansia esistenziale. Provavo ansia per qualsiasi cosa”.

Che cosa le manca per essere felice?

“In concreto, per essere davvero felice, non mi manca nulla. Mi considero una persona fortunata. Ho una famiglia che mi vuole bene, una relazione che mi appaga e ho intrapreso il percorso che desideravo seguire. C’è poi un aspetto che ho imparato nel tempo e che in passato non facevo. Oggi guardo al passo successivo, non all’ultimo traguardo. Non penso alla meta finale. Penso ad aver compiuto un passaggio e a concentrarmi su quello successivo. Cerco di vivere molto di più il presente. Ed è questo che mi permette di godermi la vita. Di godermi i momenti. Prima non era così. Ero sempre proiettato verso il futuro, e il futuro mi generava ansia perché non lo conoscevo. Oppure restavo ancorato a un passato che mi aveva fatto soffrire. Così mi trovavo costantemente sospeso tra due direzioni, senza essere davvero presente nel momento che stavo vivendo. Oggi, invece, vivo molto di più il presente. Ed è anche per questo che non ho la sensazione che mi manchi qualcosa. Perché riesco a trovare forza e positività in ciò che ho adesso”.




Andrea Carpinteri




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