l’enciclica Magnifica Humanitas è una trappola affascinante


Roma, 31 mag – Dopo il tecnofascismo arriva Babele. La sequenza è quasi perfetta. Prima il progressismo secolare ha trovato la sua formula per esorcizzare tutto ciò che sfugge al linguaggio dei diritti universali, poi arriva la sponda religiosa, più sottile e forse più efficace: quella che non parla di tecnofascismo, ma di nuova Babele. Non accusa frontalmente la tecnica di essere fascista, sia ben chiaro, ma la colloca dentro una scelta spirituale: o diventa strumento di fraternità, pace, custodia e bene comune, oppure si trasforma in hybris, dominio, efficienza disumana, torre destinata a crollare.
È questo il punto decisivo della prima enciclica del Santo Padre Leone XIV Magnifica Humanitas. Sarebbe sbagliato liquidarla come un testo semplicemente anti-tecnologico. L’enciclica è più accorta: riconosce che la tecnica non è in sé nemica dell’uomo, la definisce un fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà; ammette che lo sviluppo tecnologico ha migliorato le condizioni di vita dell’umanità; afferma persino che le scoperte scientifiche sono un talento da far fruttare. Dunque no: Magnifica Humanitas non dice “fermate la tecnica”. Fa qualcosa di più profondo. La accetta, ma solo dopo averla sottratta alla categoria della potenza.

L’enciclica Magnifica Humanitas contro la nuova Babele

La tecnica va bene se cura, connette, educa, protegge, include, alfabetizza, riduce il danno, custodisce la Casa comune e si lascia governare da criteri morali di giustizia, fraternità e pace. Diventa invece Babele quando costruisce verticalità, sovranità, accelerazione, autonomia strategica, deterrenza, superiorità industriale, comando. Tutto sommato è questa la morale della favola della lunga enciclica pubblicata dalla Santa Sede il 15 maggio 2026. A prima vista, l’enciclica non vuole condannare la tecnologia tout-court, ma è sulla “custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Eppure, la struttura simbolica usata nell’apertura è netta: “La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”. Il richiamo a questa scelta epocale suona molto come un ammonimento. Da una parte Babele, opera umana grandiosa condannata dall’ira di Dio. Dall’altra Gerusalemme, città ricostruita nella comunione con Dio. La scelta, quindi, non viene posta tra arretratezza e sviluppo, né tra dipendenza e sovranità: viene posta tra orgoglio e sottomissione, tra città degli uomini e regno di Dio.
Qui sta il cuore di tutta l’operazione. La questione tecnica viene tradotta in questione morale. La domanda smette di essere: quale civiltà controllerà l’intelligenza artificiale? Chi possiederà i data center, produrrà i chip, garantirà autonomia strategica al proprio spazio politico? E diventa: questa tecnologia custodisce la dignità? Include i fragili? Serve la pace? Sono domande legittime. Ma nel momento in cui l’Europa è già in ritardo, già dipendente, già incapace di pensarsi come potenza, rischiano di diventare l’ennesimo freno.

L’Italia e l’Europa non hanno bisogno di altre prediche

Il problema europeo – come abbiamo detto altre volte – non è l’eccesso di tecnica, ma la mancanza di una politica sovrana. Non abbiamo troppi data center, ne abbiamo pochi. Non abbiamo troppa industria militare, ne abbiamo troppo poca e troppo frammentata. Non abbiamo troppa energia, ne importiamo a caro prezzo. Non abbiamo troppo nucleare, lo abbiamo demonizzato per decenni. Eppure nel lessico di Magnifica Humanitas il pericolo principale sembra essere sempre l’eccesso: di potere, di efficienza, di dominio, di forza. L’enciclica coglie un punto reale quando osserva che il potere tecnologico è oggi nelle mani di attori privati transnazionali spesso più forti di molti governi, e che la tecnica non è neutrale perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia e la usa. Benissimo. Ma da questa intuizione dovrebbe discendere una conclusione opposta: se la tecnica non è neutra, bisogna conquistarla. Se il potere tecnologico è privato e transnazionale, bisogna ricostruire sovranità pubblica, nazionale, continentale. Magnifica Humanitas sceglie invece un’altra via: il discernimento comunitario. Discernere, orientare, accompagnare, custodire. Ma nel secolo dell’intelligenza artificiale e della guerra ibrida, dire “discernimento” non è neutro: è già di per sè una scelta di campo.
Soprattutto in Italia, dove questo discorso si innesta su una predisposizione culturale al No permanente. Il Ponte sullo Stretto diventa arroganza ingegneristica, non infrastruttura strategica. Il nucleare diventa minaccia, non autonomia energetica. Il riarmo diventa militarismo, non adeguamento minimo a un mondo in cui la guerra è tornata. Ogni progetto viene trascinato nel tribunale della fragilità: chi resta indietro? chi viene escluso? quale rischio? La prudenza diventa rinuncia, la valutazione d’impatto diventa sospensione permanente. L’Italia non ha bisogno di un supplemento di prediche contro Babele. Ha bisogno di cantieri, energia, industria, difesa, ingegneri, informatici, decisori capaci di guardare oltre il ciclo mediatico del giorno dopo.

La grammatica religiosa si salda al pacifismo progressista

Infatti, la parte più esplicitamente politica dell’enciclica riguarda la guerra. Qui Magnifica Humanitas mette sotto accusa il riarmo, l’industria bellica, l’IA militare, la deterrenza, la logica amico-nemico, e riduce la teoria della guerra giusta a un diritto alla legittima difesa inteso nel senso più stretto. È il momento in cui la grammatica religiosa si salda al pacifismo progressista globale. Nessuno può negare che l’automazione della guerra ponga problemi reali. Ma il mondo non diventa meno duro se decidiamo di parlarne con parole più miti. Le potenze non smettono di armarsi perché rilanciamo dialogo e perdono. I droni non spariscono dal campo di battaglia perché ripetiamo che nessun algoritmo può rendere la guerra moralmente accettabile. Magnifica Humanitas parla come se il compito principale fosse impedire alla potenza di diventare dominio. Ma l’Europa si trova davanti anche al problema opposto: impedire alla propria impotenza di diventare destino. La Cina non rinuncerà all’intelligenza artificiale militare per rispetto della nostra inquietudine morale. Gli Stati Uniti non smetteranno di fondere Big Tech, difesa e industria strategica perché noi temiamo il castigo di Dio. La Russia non abbandonerà la guerra ibrida perché noi preferiamo la città fraterna di Neemia. Le potenze ragionano in termini di sopravvivenza, vantaggio, controllo. L’Europa, invece, rischia di ragionare in termini di colpa.
Qui emerge la convergenza più profonda tra cristianesimo sociale, universalismo umanitario e progressismo regolatorio. Non si tratta di dire che siano identici, ma di vedere come, davanti all’accelerazione tecnologica, finiscano spesso per convergere nello stesso dispositivo: diffidenza e sospetto verso la forza, centralità degli ultimi come criterio di giudizio, primato del dialogo sul conflitto, della vulnerabilità sulla grandezza. È la forma contemporanea di ciò che Adriano Romualdi e Giorgio Locchi avrebbero ricondotto alla lunga durata dell’egualitarismo morale e della mentalità universalistica che rifiuta la dimensione tragica della politica. Il progressismo chiama “tecnofascismo” ogni energia vitale che non passa dal suo vocabolario di diritti e governance. L’enciclica chiama “Babele” ogni potenza tecnica che non si lasci subordinare al lessico di fraternità e bene comune. I registri sono diversi, la struttura è la stessa: neutralizzare la possibilità che la civiltà europea torni a pensarsi non solo come spazio da custodire, ma come forma da affermare.

Alle città del deserto preferiamo Roma

C’è poi il passaggio su Tolkien. L’enciclica lo usa per evocare la responsabilità quotidiana, la cura del proprio campo contro le grandi maree del mondo. Tolkien viene richiamato però non per evocare guerra necessaria, giuramento, custodia armata del mondo, ma per addolcire la tecnica dentro un’etica del limite. Non Aragorn, non la spada riforgiata, non le mura da difendere: la piccola fedeltà quotidiana come grammatica anti-hybris. Un messaggio diretto a quella destra conservatrice che ama la terra ma diffida dell’acciaio, che parla di radici ma dimentica le infrastrutture. Una civiltà con anima e senza tecnica, però, diventa solo predica impotente. La vera alternativa quindi non è tra Babele e Gerusalemme. È tra chi costruisce il futuro e chi lo subisce; tra chi trasforma la tecnica in potenza formata e chi la riduce a oggetto di discernimento infinito; tra chi possiede infrastrutture, energia e capacità militare e chi possiede soltanto un vocabolario morale per commentare la propria dipendenza. Ma noi alle città del deserto preferiamo quelle dell’homo europeaus. Noi scegliamo Roma, la città che sorge come impresa umana e divina, il principio fondativo che separa un dentro e un fuori e rende abitabile uno spazio politico. Ma soprattutto, scegliamo una spiritualità che non chiede sottomissione ma elevazione.
Una città senza mura, così come una Nazione senza confini, è solo un invito all’invasione. Il secolo che arriva non verrà deciso dai più capaci di discernimento comunitario. Verrà deciso da chi controllerà energia, tecnologia, industria, dati, spazio, IA e capacità militare. Se l’Europa affronterà questo passaggio con la sola teologia del limite, verrà governata da chi il limite lo stabilisce dopo aver conquistato i mezzi per imporlo. La tecnica senza anima è dominio. Ma l’anima senza tecnica è impotenza. E l’impotenza, nella storia, non ha mai salvato nessuna civiltà.

Sergio Filacchioni




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