Ci sono persone che sembrano arrivarti addosso con la luce. Le incontri e pensi subito all’allegria, all’ironia, a quella capacità rara di alleggerire una stanza senza neppure accorgersene. Poi ci parli davvero e scopri che, molto spesso, la luce non nasce dalla semplicità. Nasce dal contrario. Nasce da una lunga trattativa con il buio. Emanuela Grimalda appartiene a quella categoria di esseri umani che sembrano aver imparato a fare pace con le proprie contraddizioni senza addomesticarle mai fino in fondo. Nelle sue parole convivono il sorriso e la ferita, l’entusiasmo e il dubbio, la leggerezza e qualcosa di profondamente irrequieto. Forse perché ci sono artisti che recitano personaggi e altri che, invece, sembrano attraversare la vita come se fosse un laboratorio permanente di osservazione umana. Lei appartiene ai secondi. Ascoltare Emanuela Grimalda parlare significa accorgersi che ogni risposta, prima di arrivare a destinazione, attraversa deviazioni, ricordi, paure, entusiasmi, immagini. Come se ogni domanda fosse soltanto un pretesto per arrivare a qualcosa di più profondo. E in fondo è difficile immaginare il contrario per una donna che ha inseguito l’arte senza un piano B, senza una strada alternativa da tenere nascosta nel cassetto per sicurezza. Solo una direzione. Solo una necessità. Forse è anche per questo che zia Tina, il personaggio che interpreta in Purché finisca bene – Meglio tardi che mai, in onda su Rai 1 la sera del 31 maggio, sembra appartenerle più di quanto accada normalmente tra un’attrice e un ruolo. Perché dietro l’ironia tagliente, dietro il sarcasmo, dietro quella capacità di osservare gli altri e di metterli davanti alle proprie verità, c’è una donna che continua a credere nelle seconde occasioni. Quelle che arrivano quando pensiamo che il tempo sia scaduto. Quelle che ci costringono a tornare indietro per capire chi eravamo prima di diventare altro. Perché il film racconta una storia d’amore, sì. Ma soprattutto racconta persone che si sono perse e cercano un modo per ritrovarsi. E forse non è un caso che questo tema incontri proprio Emanuela Grimalda, che nel corso della sua vita sembra aver fatto della rinascita una forma di resistenza personale. Parlare con lei per questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie significa avere l’impressione che il tempo, in realtà, non proceda mai in linea retta. Che ci siano cadute che servono a rialzarsi meglio, errori che diventano fertilizzanti, strade che sembrano chiudersi e invece stanno soltanto cambiando direzione. E allora forse il titolo Meglio tardi che mai smette di essere soltanto il nome di un film. E diventa qualcosa di molto più pericoloso. Diventa una possibilità.
Chi rappresenta zia Tina per Emanuela Grimalda?
“Innanzitutto, per me è stato un ruolo molto bello. Può sembrare una risposta banale, ma non lo è affatto, perché alla mia età, per un’attrice, trovare personaggi interessanti e non prevedibili non è così semplice. Mi riferisco a figure che abbiano una loro identità precisa e che non siano necessariamente legate a modelli già visti o a dinamiche familiari scontate. Del resto, con il passare degli anni le opportunità si riducono drasticamente. Il primo impatto è stato proprio questo: trovarmi davanti a un personaggio che mi sembrava stimolante. In seguito, abbiamo svolto un lavoro importante, e ci tengo a sottolinearlo, perché mi sono trovata molto in sintonia con il regista, con tutto il gruppo di lavoro e con lo sceneggiatore, nel costruire un personaggio che avesse il giusto equilibrio tra credibilità e originalità. Nella piccola realtà provinciale di Bassano, zia Tina è una figura che appare anche un po’ fuori dagli schemi. È un’assistente sociale e, naturalmente, trattandosi di una commedia sentimentale, tutto viene inserito all’interno di quella dimensione narrativa. I personaggi hanno una caratterizzazione precisa legata al genere, ma ciò che mi ha coinvolta maggiormente è stato proprio il lavoro di ricerca e costruzione. Era un personaggio già scritto, certo, ma aveva bisogno di prendere forma davvero, perché si prestava a molte interpretazioni differenti. Quando si incontrano personaggi di questo tipo, che conservano ancora uno spazio creativo da esplorare, e si può lavorare all’interno di un processo collettivo come quello del cinema, il nostro mestiere diventa davvero divertente”.
A rendere il film interessante è tutto ciò che ruota intorno alla storia d’amore tra i due protagonisti. La storia d’amore è bella, naturalmente, però sappiamo quasi sempre quale sarà l’esito.
“La commedia sentimentale è un genere molto difficile, perché alla fine è una favola. Una favola alla quale, però, bisogna riuscire a credere. Il rischio di realizzare qualcosa che non funzioni è davvero molto alto. Costruire una favola in modo convincente, invece, è complesso. Mi viene in mente Pretty Woman. Non ha la pretesa di essere altro: è semplicemente una storia d’amore. Eppure, è realizzato in modo così magistrale da trasformarsi in una favola che si può rivedere infinite volte. Non sono neppure una particolare appassionata delle storie d’amore a lieto fine o delle grandi star americane, ma quando un’opera è costruita bene e svolge pienamente la propria funzione, allora riesce. Una favola è un racconto narrato con tale efficacia da conquistarti anche quando, in fondo, non ci credi davvero. E alla fine riesce anche a trasmettere conforto”.
Meglio tardi che mai: dal punto di vista professionale, quando Emanuela Grimalda ha pensato che non fosse mai troppo tardi?
“In un certo senso rappresento proprio l’emblema del ‘non è mai troppo tardi’, sotto molti aspetti. Direi che è quasi il mio motto. Ho impiegato molto tempo a comprendere e soprattutto a trasformare in realtà ciò che considero il vero successo nella nostra professione, che alla fine consiste nel riuscire a trasformare una passione in un mestiere. Provengo da un piccolo paese della provincia di Trieste, che all’epoca era davvero una realtà periferica, al confine con quella che era ancora la Jugoslavia, con il muro di Berlino ancora in piedi. Era un contesto in cui fare l’artista, o più in generale dedicarsi all’arte, sembrava qualcosa di completamente distante da qualsiasi prospettiva considerata concreta, anche per la storia della mia famiglia. Per me tutto questo appariva molto lontano. E ci è voluto tempo anche per rendermi conto di quanto fosse straordinario il percorso che stavo cercando di intraprendere. Sono servite molta fiducia, molta determinazione e soprattutto una forte necessità interiore. Sentivo che non avrei voluto fare altro e che non avrei potuto immaginarmi altrove. All’inizio desideravo fare la pittrice, perché ho sempre amato profondamente l’arte visiva. Inoltre, ero molto timida e immaginavo un percorso molto personale, quasi solitario. Mi vedevo nella mia stanza a realizzare opere che, probabilmente, nessuno avrebbe compreso. Poi, però, è accaduto qualcosa: sono andata a Bologna a studiare al DAMS e mi sono ritrovata immersa in un mondo completamente diverso. Era la Bologna di quegli anni: una città piena di colori, persone e stimoli, un ambiente straordinariamente vivace. Sono stata travolta da molte esperienze: dal teatro, dalle persone che creavano, scrivevano e davano continuamente vita a nuovi progetti. Ed è stato proprio lì che ho iniziato a capire che forse la mia strada era un’altra”.
Per lei, dunque, il concetto di “non è mai troppo tardi” è quasi una parola d’ordine. A un certo punto, però, nel suo percorso deve essere accaduto qualcosa che le ha fatto capire che quella passione doveva trasformarsi in qualcosa di più serio. Cosa?
“A Bologna sono stata travolta da tutti quegli stimoli, dal teatro, dalle persone che creavano continuamente. Tutti scrivevano, tutti erano impegnati in progetti diversi. E soprattutto ho capito anche un aspetto molto concreto: se avessi fatto la pittrice, probabilmente avrei avuto molte difficoltà a mantenermi. A un certo punto ho conosciuto un ragazzo che scriveva e abbiamo iniziato a fare teatro insieme. In seguito, ho cominciato a lavorare a Roma senza aver frequentato scuole di recitazione. Nel frattempo, svolgevo diversi lavori per mantenermi, perché ne avevo la necessità: vendevo prodotti porta a porta, ho fatto moltissimi mestieri. Parallelamente avevo iniziato, in modo molto spontaneo e da autodidatta, a portare spettacoli nei circoli, nelle cantine, in tutto quel mondo un po’ underground che esisteva in quegli anni. Ed è stato proprio lì che ho capito una cosa importante. Facevo una grandissima fatica perché ero timida, e continuavo a esserlo, ma sentivo che c’era qualcosa che mi coinvolgeva profondamente. Poi è accaduto un altro episodio significativo: ho iniziato a guadagnare qualche soldo facendo comicità. Ero molto amica di Alessandro Fullin e avevamo iniziato a vivere e lavorare insieme, scrivendo sketch e dedicandoci alla comicità. Per quel lavoro iniziavano ad arrivare anche dei compensi. Nei circoli si potevano guadagnare magari cinquanta euro, e lo ricordo spesso perché per me aveva un grande valore: significava comunque riuscire a portare a casa qualcosa. Così ho iniziato a fare queste serate. Fino a quando è arrivato un fallimento per me epocale. Lo racconto spesso, perché molte persone hanno una grande paura del fallimento, mentre secondo me può diventare anche un potente motore di crescita. Nel 1989, proprio mentre cadeva il muro di Berlino, partecipai a un concorso che si chiamava Zanzara d’Oro. Era un’importante competizione nazionale dedicata alla comicità. Quell’anno, per esempio, vinse Gene Gnocchi. Superai la selezione e successivamente la semifinale con un testo scritto da me. Arrivai in finale e fui contestata in modo clamoroso, davvero clamoroso. La finale si teneva al Teatro Duse di Bologna, un teatro enorme. C’era la platea e sopra una grande tribuna gremita di persone che urlavano. Sembrava quasi una versione teatrale della Corrida. Fu un’esperienza devastante. Ricordo che dopo quell’episodio rimasi chiusa in casa per una settimana. Non uscii. Era stata una situazione talmente umiliante e difficile che a un certo punto mi trovai davanti a una scelta. Ed è stata proprio quell’esperienza a spingermi a iscrivermi a una scuola di teatro e a prendere sul serio quella che fino ad allora era ancora un’attività vissuta quasi in modo occasionale. Mi dissi che dovevo studiare. Perché, se non si conosce davvero questo mestiere, ci si espone continuamente a rischi enormi. Senza strumenti e senza preparazione si rischia di andare incontro a grandi umiliazioni. Quell’esperienza, invece di distruggermi, mi diede una spinta fortissima”.
Quindi, quella caduta si è trasformata in un punto di svolta.
“Le cadute andrebbero considerate occasioni per crescere e migliorare. Per me quello è stato davvero un momento decisivo. Non direi tra la vita e la morte, ma ci si avvicinava molto. Mi trovai davanti a una durezza enorme. Ricevetti un colpo durissimo davanti a millecinquecento persone, a Bologna, che era la mia città e dove, tra l’altro, ero anche piuttosto conosciuta: frequentavo il circolo Arci e avevo costruito lì la mia vita. Dopo quell’episodio decisi che era arrivato il momento di studiare seriamente. Da lì ho iniziato ad affrontare questo lavoro con un altro approccio. Per questo continuo a dire che non è mai troppo tardi. Quest’anno, per esempio, ho ricevuto una candidatura ai Nastri d’Argento ed è il primo riconoscimento importante della mia carriera. Se ci penso, fa quasi sorridere, perché conferma esattamente ciò che sostengo da sempre: non è mai troppo tardi. In fondo, il tempo della realizzazione personale lo definiamo anche noi. Naturalmente esistono le circostanze, la fortuna e molti altri fattori, ma alla fine siamo noi a decidere per quanto tempo restare fedeli a ciò in cui crediamo”.
Ha appena citato la candidatura ai Nastri d’Argento per Gloria – Il ritorno. Le candidature o i riconoscimenti rappresentano anche un’occasione per fermarsi e riflettere sul proprio percorso? Per comprendere la distanza tra l’attrice che desiderava diventare e quella che è diventata?
“No, perché queste riflessioni le faccio ogni giorno. Ogni giorno mi ricordo perché desidero fare questo lavoro. Scrivo spettacoli, porto in scena testi scritti da me e investo moltissime energie per continuare a essere creativa, perché credo profondamente nella creatività e nel valore dell’essere artisti. Credo anche che noi artisti dovremmo costituire una comunità molto più ampia, coesa e trasversale. Perché il mondo è riuscito ad appropriarsi persino della poesia, e a questo dovremmo opporci. Non dobbiamo lottare soltanto per il nostro stipendio o per tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere, che resta fondamentale, perché questo è anche un lavoro con cui si pagano le bollette. Dovremmo però aspirare a qualcosa di più grande. Dobbiamo contrastare un mondo che sta andando verso un abisso morale fatto di violenza e guerre. Noi artisti abbiamo una responsabilità enorme. Ognuno può fare la propria parte, anche se il contributo sembra piccolo, come quello del colibrì della celebre storia che porta soltanto una goccia d’acqua. Ma quella parte va fatta. Più si cerca di dividerci, più dovremmo restare uniti, realmente coesi. Dovremmo smettere di guardare soltanto al nostro piccolo spazio personale e costruire una comunità più ampia, perché ci sono battaglie importanti da affrontare. E non mi riferisco soltanto a un vantaggio individuale, ma al fatto che il nostro ruolo ha un valore profondo. E non dovrebbe essere qualcuno a ricordarcelo, né chi finanzia il nostro lavoro né chi mette a disposizione le risorse economiche. L’arte è la forma di apparente inutilità più necessaria che esista. Non si può raccontare un popolo senza passare attraverso la sua cultura. Non si può parlare dei russi senza pensare a Lev Tolstoj, Fëdor Dostoevskij o Anton Čechov. Non si può descrivere un popolo senza parlare della sua cultura. È ciò che ci definisce in modo assoluto. Come possiamo allora trattarla con superficialità? E soprattutto noi artisti siamo i primi a non doverlo fare. Cerco di portare ciò in cui credo in tutto quello che faccio. Anche perché serve pure una certa fortuna per incontrare copioni straordinari. Il mio percorso è stato difficile e continua a esserlo ancora oggi, ma non ho mai smesso di lottare. Perché sento che il meglio deve ancora arrivare. So di avere ancora moltissime esperienze da vivere e progetti da realizzare. Ne sono convinta. Tutta la mia vita è stata una vita da artista. Chiunque osservi il mio percorso professionale trova una persona che ha prodotto, creato e cercato continuamente nuove strade. E tutto questo non ha nulla di glamour o di esteriore. Non ha nulla a che vedere con certe immagini che si possono avere di questo mestiere. È qualcosa di molto profondo, e ci credo con assoluta convinzione. Ho incontrato talmente tante difficoltà che, senza questa fede, probabilmente non avrei resistito. Perché non avevo un’alternativa. Non ho mai cercato un piano B. Esisteva soltanto il piano A. E se non fossi riuscita a fare l’attrice, avrei comunque trovato un’altra forma espressiva artistica, perché per me rappresenta l’aspetto più importante della vita. È ciò per cui sento di essere nata”.
E quindi un premio non modifica la sua percezione di sé?
“No. Non ho bisogno che qualcuno, a un certo punto, decida di attribuirmi un premio per sentirmi riconosciuta. È come passeggiare per Roma e fermarsi improvvisamente davanti a una rosa, notandone la bellezza. In quel momento ci si accorge della sua presenza, ma quella rosa esisteva già da tempo. Non ha bisogno dello sguardo di qualcuno per esistere. Anch’io esisto. Naturalmente un premio fa piacere, perché significa che qualcuno si è accorto di te. E non bisogna dimenticare un aspetto importante: noi siamo artisti e il nostro è un lavoro che svolgiamo per gli altri. Però il pubblico mi vede da molto tempo. Sono andata avanti grazie al pubblico, grazie alle persone dalle quali mi sento stimata e amata. E bisogna fare una distinzione: essere conosciuti è una cosa, essere apprezzati per il proprio lavoro è un’altra. Questo affetto lo percepisco nelle persone. Per questo dico che non svolgo il mio lavoro per gli addetti ai lavori. Lo faccio per il pubblico, per tutti. Anche quando porto in scena spettacoli complessi, come uno in cui racconto l’idea di un Dio donna, un tema che potrebbe apparire impegnativo, cerco sempre di affrontarlo attraverso una forma narrativa che faccia sorridere e riesca ad arrivare alle persone. Perché poi finisco sempre per toccare temi che parlano di noi, degli esseri umani. Per questo la candidatura mi ha fatto molto piacere. Mi ha fatto piacere che, finalmente, qualcuno abbia rivolto lo sguardo verso di me. E spero che possa portare anche risultati concreti: più lavoro, ruoli più interessanti, nuove opportunità. Da questo punto di vista sono molto pragmatica. Non c’è nulla di romantico in ciò che penso. Mi ha sorpresa anche il modo in cui l’ho scoperto, quasi per caso: ho ricevuto un messaggio molto emozionato da mia sorella e mi sono commossa vedendo la sua emozione. Sono situazioni che inevitabilmente fanno piacere. Ma provo la stessa soddisfazione anche quando qualcuno mi dice di seguirmi e di apprezzare molto il mio lavoro. Le persone mi trasmettono spesso parole meravigliose. Il riconoscimento o la candidatura ha certamente un’importanza nel mondo professionale: fa circolare il tuo nome e può aprire nuove occasioni. Ma resto una rosa che nel proprio giardino esisteva già da molto tempo”.
Ha appena detto una cosa interessante: che questo lavoro si fa soprattutto per il pubblico. Eppure, c’è anche chi sostiene che lo si faccia principalmente per se stessi. Cito spesso una frase di Nietzsche: «Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante». Se la stella danzante è l’artista, quale caos interiore esiste, o continua a esistere, dentro Emanuela Grimalda?
“Sono una persona profondamente tormentata. Mi fa sorridere perché molti mi dicono che trasmetto allegria, serenità, che sono una persona luminosa. Ed è un aspetto che in parte mi appartiene davvero, ma credo di essere così proprio perché dentro di me esistono oscurità talmente profonde che l’altro lato finisce quasi per diventare abbagliante, come una forma di compensazione. Dentro di me c’è una parte molto tormentata. Non sono affatto una persona leggera o superficiale. Sono del Cancro ascendente Scorpione, quindi potrei dire di avere una natura piuttosto complessa. Poi, naturalmente, possiedo anche questo modo di essere perché amo la luce, amo l’allegria e mi piace trasmettere emozioni agli altri, qualunque esse siano. E, a dire il vero, non mi considero neppure una comica. Mi considero un’attrice. Vorrei continuare a esplorare, fino all’ultimo giorno della mia vita, territori che ancora non conosco. Naturalmente questo è anche un lavoro che si fa per se stessi, perché senza questa professione mi sarei sentita spenta. Ricordo un episodio che mi colpì profondamente. Molti anni fa andai a Riccione ad ascoltare Harvey Keitel. Vivevo a Bologna e presi un treno apposta per sentirlo parlare, perché era uno degli attori che amavo di più. Ho ancora impresso in mente il suo arrivo: indossava delle ciabatte. È un’immagine che mi è rimasta impressa. Durante quell’incontro ripeteva spesso che alcune domande erano troppo personali e non rispondeva a tutto. Ma a un certo punto pronunciò un pensiero che mi è rimasto dentro. Disse che un artista porta dentro di sé qualcosa che, se non riesce a esprimere, finisce per distruggerlo. Lo spiegò proprio in questi termini: come una forma di morte. E i modi di morire possono essere molti. Possono assumere anche la forma dell’autodistruzione. Se non riesci a dare voce a ciò che hai dentro con una forza così intensa, quella stessa forza rischia di consumarti. Ne sono profondamente convinta. Per questo dico sempre che tutto nasce da una necessità. Nessuno ti chiede di diventare attore, pittore o poeta. È qualcosa che senti dentro, qualcosa che desideri comunicare. Quando studiavo storia dell’arte, una professoressa ci fece una domanda: che cos’è l’arte? Tutti rispondevamo parlando di espressione, emozione e concetti simili. Lei ci disse che l’arte era comunicazione. Ed è vero. L’arte è comunicazione tra esseri umani. Si fa questo mestiere perché si sente il bisogno di trasmettere un’emozione, un pensiero, una visione. L’artista è un tramite. L’artista è attraversato da qualcosa che sente il bisogno di consegnare agli altri”.
E da dove nasceva, invece, quel sogno, quel desiderio?
“Ho avuto la fortuna di essere bambina in un periodo in cui la Rai trasmetteva opere meravigliose. Ho visto moltissimo cinema degli anni Trenta e Quaranta. Non frequentavamo il teatro, perché non provenivo da una famiglia in cui esistesse quell’abitudine. Il teatro ho dovuto iniziare a praticarlo per poterlo conoscere davvero. Però guardavo quei film meravigliosi e sognavo attraverso quelle immagini. E sognavo pensando anche di non essere bella come le attrici dello star system di quegli anni. Ma dentro quei film c’erano una bellezza enorme, una grande intelligenza e un umorismo straordinario. Amavo ogni aspetto di quel mondo. E credo che sia importante poter sognare, ma sognare qualcosa che non sia superficiale. Non quei cinque minuti di notorietà distribuiti oggi come briciole ai piccioni. Perché ormai basta un profilo sui social per ottenere improvvisamente visibilità”.
Senza che dietro ci sia necessariamente qualcosa di più profondo.
“Esattamente. Perché una convinzione l’ho sempre avuta con assoluta certezza. Quando frequentavo la scuola di teatro a Bologna, Piero Maccarinelli venne a tenere un seminario. A un certo punto ci fece una domanda: quanto tempo eravamo disposti a concederci per realizzare il sogno di diventare attori? Eravamo tutti studenti di una scuola di teatro e ciascuno diede una risposta diversa. Tre anni. Cinque anni. Due anni. Avevo venticinque anni, quindi non ero neppure giovanissima, e risposi che avrei impiegato tutta la vita, se fosse stato necessario. Perché avrei inseguito quel desiderio per tutta la mia esistenza. Non avrei mai stabilito che, oltre una certa scadenza, mi sarei fermata. Perché nel perseguire quel sogno avrei comunque vissuto la vita che desideravo vivere. Essere attori, essere artisti, è un percorso. Quando si parla di gavetta mi chiedo sempre quale sia il suo vero significato. Non esiste un prima e un dopo. Fa tutto parte dello stesso cammino. È una tensione continua verso la ricerca di opere sempre più belle e sempre più significative. E intendo significative dal punto di vista artistico, almeno per quanto mi riguarda. Non esiste un’altra ragione”.
Tra l’inizio di questo percorso e il momento in cui ci si sente davvero appagati da ciò che si fa esiste una grande differenza. Quando è stata la prima volta in cui si è sentita davvero appagata, interiormente, come attrice?
“Siccome, come le dicevo prima, sono una persona tormentata, anche il mio percorso lo è stato. Ho ricevuto grandi conferme, ma ho attraversato anche momenti molto difficili. Non è mai stata una strada lineare. La mia storia non è una linea che procede costantemente verso l’alto. In un certo senso lo è stata, ma passando attraverso percorsi inattesi. Ho iniziato a esibirmi da sola davanti al pubblico perché avevo scoperto, anche grazie ad Alessandro Fullin e al lavoro che facevamo insieme, di avere una capacità che non immaginavo: riuscivo a far ridere. Per me è stata una scoperta enorme, perché ero molto timida, molto introversa, e avevo capito che l’ironia poteva diventare uno strumento per comunicare anche il dolore, la sofferenza e aspetti più pesanti della vita, ma attraverso una forma diversa. Quella è stata una rivelazione importante. Ed è stato bellissimo vedere che alcuni personaggi che interpretavo ottenevano un grande riscontro nel piccolo universo bolognese. Poi però, appena sono salita su un palco più grande, è arrivato anche il colpo durissimo di cui parlavo prima. Ed è proprio questo il punto: non è mai un percorso lineare. Non esiste quel momento quasi fiabesco in cui ci si sveglia e si pensa di avercela fatta. Naturalmente ci sono state conferme, altrimenti non avrei continuato. Ma ci sono stati anche errori, inciampi e molte paure da affrontare. Il mio è stato quindi un percorso costruito contemporaneamente su grandi soddisfazioni e grandi difficoltà. Per esempio, subito dopo aver concluso la scuola di teatro fui scelta immediatamente da un regista per un’opera importante di Carlo Goldoni. Poi arrivò Luigi Pirandello. Quindi le conferme sono state molto forti. Ma insieme sono arrivati anche grandi ostacoli. In seguito, da Bologna mi sono trasferita a Roma. E quando arrivai a Roma avevo quasi trentadue anni. Durante il primo incontro con un agente cinematografico ricevetti un commento che non ho mai dimenticato. Mi disse che non ero abbastanza bella, che ero già troppo grande per il cinema e ironizzò perfino sulle mie fotografie, chiedendomi se volessi diventare Anna Magnani. Così, a Roma, ho dovuto ricominciare ancora una volta da zero. Avevo quasi trentadue anni. Per questo continuo a dire che il mio non è stato un percorso lineare e progressivo. È stato un cammino fatto di esperienze bellissime, che mi hanno dato forza e soddisfazione, ma anche di delusioni profonde e della necessità di lottare continuamente. Perché il nostro è un mestiere molto impegnativo. Lo definisco un ‘precariato di lusso’, ma resta comunque precariato. Alla fine, però, la mia vera vittoria è un’altra. La vita che desideravo vivere è questa. Questo, per me, è il vero successo. Fare da trent’anni questo lavoro, e soltanto questo lavoro, riuscendo a mantenermi, rappresenta una conquista enorme. Non è semplice lavorare così a lungo, attraversare esperienze sempre diverse e continuare a cercare qualcosa di nuovo da offrire. È difficile. Però una qualità me la riconosco: ho una grande capacità di rinascere dalle mie ceneri”.
Ha definito questo mestiere un “precariato di lusso”. Quando il lavoro rallenta o viene a mancare, come vive la sua esigenza artistica?
“Ho sempre portato avanti, parallelamente al lavoro di attrice, cioè a quel mestiere in cui si attende una telefonata da un agente o da qualcuno che ti propone un progetto, un percorso completamente personale fatto di scrittura, produzione e messa in scena. Ho scritto spettacoli come Midolla e Animelle, Il giorno è servito e Dio è una signora di mezza età, che è l’ultimo lavoro. Ho prodotto Le Difettose, tratto dal romanzo di Eleonora Mazzoni. Lessi il libro, acquistai i diritti e investii personalmente il mio denaro, che è una scelta piuttosto rara. Perché desideravo essere libera. Volevo poter scegliere la regista e mantenere autonomia nelle decisioni. È stato un percorso estremamente complesso. Anche perché viviamo in un Paese molto burocratico. Ma in questo modo sono riuscita a creare un equilibrio. E questa dimensione personale mi ha aiutata anche dal punto di vista economico nei periodi in cui lavoravo meno. Ci sono stati momenti difficili: il Covid e molte altre situazioni complicate per il nostro settore. Per questo ho sempre diversificato. Ho fatto teatro da interprete, teatro da sola, cabaret, televisione e cinema. Aver attraversato tante esperienze diverse mi ha aiutata a restare a galla anche economicamente. Ma soprattutto non ho mai potuto immaginare che la mia vita artistica dipendesse completamente dagli altri. Esisto a prescindere, come la rosa. Mi autoalimento e mi prendo cura di me stessa. Naturalmente il nostro è un mestiere in cui gli altri devono vederti, sceglierti e apprezzarti. Ma resta un lavoro precario. E la preoccupazione per il futuro è sempre presente. Devo però dire una cosa: per me rappresenta anche uno straordinario stimolo. Posso fare questo lavoro soltanto perché non ho bisogno della sicurezza assoluta. In questo periodo mio figlio sta guardando tutti i film di Checco Zalone e mi è tornato in mente Quo Vado?, con tutto il tema del posto fisso. E ho pensato una cosa: mi rende felice non sapere che cosa farò tra un anno. Mi dà una sensazione di libertà. Naturalmente dentro questa scelta esiste un rischio enorme. Ma mi rende felice. Non avrei potuto vivere questa vita se avessi avuto bisogno di certezze. È una vita che non ne offre. Bisogna amare anche una certa dose di imprevedibilità”.
Nel rapporto tra vita privata e lavoro, l’essere artista le ha dato risposte alle domande che la vita le ha posto oppure ne ha generate altre?
“L’artista produce domande. Produce continuamente domande. La vita, nella sua forza, nella sua bellezza e nella sua complessità, mi ha posto interrogativi enormi. La maternità, per esempio. Oppure la morte. O la perdita recente dei miei genitori. Sono esperienze che inevitabilmente ti mettono in crisi e ti pongono questioni profonde, filosofiche ed esistenziali. E non sempre sono interrogativi piacevoli. Essere artista, almeno per quanto mi riguarda, alleggerisce questo peso. Come le dicevo, sento dentro di me una forte intensità emotiva e ho bisogno di renderla più leggera. E ho anche bisogno di trovare conforto. Lo trovo nella lettura, nelle opere degli altri, nella bellezza. Trovo una consolazione enorme nell’arte. Credo che la religione, per chi ha fede, e l’arte abbiano molti punti in comune. Entrambe hanno a che fare con il mistero. Con qualcosa che sfugge completamente alla razionalità. E credo che siano tra le poche esperienze capaci di offrire un autentico conforto. Esistono però soltanto attraverso gli altri. Senza gli altri non esistono. Ed è un pensiero che mi dà una forza enorme. Sapere di poter condividere qualcosa con gli altri è meraviglioso. Se provo un dolore, l’idea di condividerlo con mille persone lo rende più leggero. E lo stesso vale per la felicità. Quando porto in scena uno spettacolo e vedo le persone ridere, sono felice. Perché è qualcosa di straordinario. E mi chiedo come si possa vivere senza tutto questo. L’arte, però, non mi ha resa una persona migliore. Non mi ha resa una madre migliore. È semplicemente un nutrimento reciproco. L’arte rende la vita più vivibile. E la vita, a sua volta, rende l’arte più viva”.
Quando ha scelto di intraprendere un percorso artistico, quali aspetti di sé ha sopravvalutato e quali invece ha sottovalutato?
“In realtà su molti aspetti mi sono sottovalutata. Innanzitutto, mi sono lanciata con una forza enorme. In qualche modo ho fatto qualcosa persino contro me stessa, perché, come le dicevo prima, non sono mai stata la persona che faceva ridere tutti, la simpatica della classe che imitava gli altri. Non ho mai imitato nessuno. Ero molto timida, molto riservata. Anche per me, da questo punto di vista, è stato sorprendente. Credo di essermi buttata nelle esperienze con una spinta molto forte. Non saprei neppure definirla con precisione: forza, rabbia, desiderio, senso di impotenza, bisogno profondo. Probabilmente era un insieme di tutto questo. La verità è che non mi sono fermata troppo a riflettere. Non avrei potuto fare diversamente. La riflessione è arrivata dopo. Mi sono lanciata molto e, proprio per questo, ho anche commesso degli errori, ho preso grandi batoste. Eppure, c’era qualcosa che continuava a spingermi ad andare avanti. Poi, naturalmente, quando mi sono trovata a produrre uno spettacolo personale, coinvolgendo una regista, una squadra di lavoro e investendo molte migliaia di euro, mi sono scontrata con difficoltà enormi che avevo sottovalutato: tutta la parte burocratica, quella organizzativa e molti aspetti estremamente concreti. In generale, però, ho sempre agito molto d’istinto. Naturalmente ho sbagliato. Ma l’elemento che mi ha frenata più di ogni altro, e che mi ha portata a commettere gli errori più grandi, è stata la paura. Quando si sbaglia per paura si sbaglia quasi sempre nel modo peggiore. Molto meglio sbagliare per eccesso di coraggio. La paura di sbagliare, il timore di essere troppo complessa, l’insicurezza: sono stati questi gli aspetti che mi hanno realmente ostacolata. In realtà sono una persona molto insicura. E ho dovuto combattere contro molti demoni interiori. Ma quella lotta, alla fine, ha contribuito a costruire il mio carattere. E in questo senso mi ha aiutata”.
Nella sua foto su WhatsApp c’è scritto “Libera”. Quando si è sentita davvero libera dal punto di vista professionale? Ammesso che abbia mai provato questa sensazione.
“Mi sento libera quando porto in scena i miei spettacoli. In quei momenti provo una sensazione di libertà molto forte, perché sono sola e si tratta di lavori scritti da me. All’inizio mi trasmettono una grande paura, ma successivamente mi restituiscono una sensazione profonda di libertà. Soprattutto il teatro è il luogo in cui ho sperimentato maggiormente questa sensazione. Perché lì esprimo pensieri che mi appartengono davvero, attraverso testi che ho scritto personalmente e dei quali provo anche una certa soddisfazione. Questo mi fa stare bene. Mi piace essere apprezzata anche come autrice. E attenzione: non parlo di ammirazione nel senso di sentirsi dire che si è belli o bravi. Mi piace l’idea di essere apprezzata come essere umano. Come una persona che affronta il proprio percorso con onestà, forza e coraggio, assumendosi dei rischi. Questo aspetto mi appartiene molto. Mi rendo conto che amo profondamente mettermi alla prova. Quando funziona provo una sensazione meravigliosa. Quando invece non funziona ne soffro molto. Ma quella sensazione di pienezza che si prova quando tutto riesce è qualcosa che poi si desidera ritrovare ancora. E allora si è disposti anche a rischiare di soffrire di nuovo pur di riviverla”.
Ma libera mi fa pensare anche a Nonno Libero: in questi giorni si parla molto di un possibile ritorno di Un medico in famiglia, in cui ha interpretato per anni Ave. Se dovesse accadere davvero, tornerebbe?
“Nessuno mi ha contattata e non ho ricevuto alcuna richiesta ufficiale: è un’ipotesi. Però posso dire una cosa: quando si decide di riproporre qualcosa che è stato profondamente amato si corre un rischio enorme. Lo dico perché ho partecipato a Febbre da cavallo – La mandrakata, che rappresentava il seguito di qualcosa di diventato ormai iconico. Quando le persone amano profondamente una storia, finiscono per conoscerla a memoria. So molto bene, quindi, quanto sia facile deludere chi ha amato un racconto. Bisognerebbe porsi una domanda fondamentale: quei personaggi hanno ancora qualcosa da raccontare? Perché i personaggi vivono attraverso le storie. Se possiedono ancora forza narrativa, se custodiscono ancora qualcosa di autentico e necessario da esprimere, allora perché no? Ma se si tratta soltanto di un’operazione commerciale, personalmente mi interessa molto poco. Il personaggio che ho interpretato in Un medico in famiglia credo sia stato quello che mi ha fatto conoscere e amare dal maggior numero di persone. E questo mi rende molto orgogliosa. Proprio per questo provo un enorme rispetto nei suoi confronti. Non vorrei mai partecipare a qualcosa che rischi di compromettere quel ricordo. Quello che bisognerebbe fare non è riproporre semplicemente la nostalgia. Bisognerebbe riuscire a creare qualcosa di nuovo dentro qualcosa che appartiene già al passato. È come innamorarsi di nuovo di un vecchio amante e tornare a eccitarlo: è difficilissimo. Perché nel frattempo non sei più la stessa persona: sei cambiata. Bisogna però riuscire a ritrovare ciò che aveva conquistato il pubblico la prima volta e, contemporaneamente, costruire una nuova forma di seduzione. Se ci si riesce, allora può avere senso. Altrimenti è meglio conservare intatto ciò che di bello è stato fatto”.
Lei aveva iniziato il suo percorso da artista pensando alla pittura. Se oggi dovesse dipingere la sua vita, quale soggetto sceglierebbe?
“È una domanda difficile. Sa che non ci avevo mai pensato? Sono stata molto influenzata da Marina Abramović. Molti anni fa, molto prima che diventasse così conosciuta, era quasi una figura di nicchia. Ricordo una sua installazione alla Biennale di Venezia durante gli anni della guerra in Jugoslavia: c’erano femori di bue veri e lei era seduta a pulirli con un coltello. Quell’immagine mi colpì profondamente tanto da influenzare lo spettacolo Midolla e Animelle in cui interpretavo Catena Militello, che andava in giro con il femore del marito assassinato nella borsa: il femore era vero, rimediato in macelleria. L’arte performativa mi ha sempre interessata perché, in qualche modo, si avvicina anche alla recitazione. Poi ho amato profondamente Vincent van Gogh: Probabilmente la mia natura tormentata sentiva una certa vicinanza a quel mondo. Successivamente, però, ho scoperto il fumetto e Andrea Pazienza, un modo più dinamico, aperto e persino più pop di concepire l’arte. Quando arrivai a Bologna erano gli anni delle performance, delle installazioni e del corpo che diventava esso stesso opera. E forse è stato proprio quello il punto d’incontro tra arte visiva e teatro. Perché ho sempre sentito un’esigenza molto forte di costruire un’immagine anche nei miei personaggi. Ho sempre curato molto i costumi e tutta la dimensione visiva. Se dovessi indicare un’artista che oggi mi viene in mente pensando alla mia vita, probabilmente sceglierei Carol Rama. Perché sento una vicinanza con quel mondo: qualcosa di un po’ folle, infantile e dirompente. Credo che, in qualche modo, mi somigli”.
US: Storyfinder
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
VirgilioNotizie
Source link


