Ogni anno il 2 giugno l’Italia celebra la nascita della Repubblica. È una data che dovrebbe richiamare alla memoria il referendum del 1946, la Costituzione e i valori che hanno permesso al Paese di risollevarsi dopo la tragedia del fascismo e della guerra. Eppure, da molti anni, questa ricorrenza è accompagnata da una grande parata militare che mette al centro mezzi, reparti armati e capacità belliche. Per molti cittadini, e in particolare per chi si richiama alla tradizione del cristianesimo sociale e della nonviolenza, questa rappresentazione appare in contraddizione con lo spirito più autentico della Repubblica.
La Costituzione italiana nasce infatti dalla Resistenza al nazifascismo e reca impresso il rifiuto della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. L’articolo 11 non è una semplice dichiarazione diplomatica: è il frutto dell’esperienza di un popolo che aveva conosciuto le devastazioni del militarismo e della propaganda bellica. Per questo motivo la Repubblica avrebbe il compito di educare alla pace, alla cooperazione tra i popoli e alla soluzione nonviolenta dei conflitti.
Anche il Vangelo conduce nella stessa direzione. Gesù non ha mai esaltato la forza delle armi. Al contrario, ha indicato nella fraternità, nel perdono e nell’amore per il nemico la strada per spezzare la spirale della violenza. Per un cristiano la pace non è un ideale astratto, ma una scelta concreta che coinvolge la politica, l’economia e la vita sociale.
Tra i più grandi testimoni italiani di questa visione vi è stato Don Lorenzo Milani. Nella celebre “Lettera ai cappellani militari” egli affermò che «l’obbedienza non è più una virtù» quando serve a giustificare l’ingiustizia e la guerra. Don Milani insegnò ai suoi ragazzi che la vera difesa della patria consiste nel difendere i poveri, i diritti e la dignità umana, non nell’esaltazione della forza militare.
Sulla stessa linea si colloca Don Primo Mazzolari, autore del profetico libro “Tu non uccidere”. Mazzolari denunciò l’assurdità della guerra moderna e sostenne che nessuna ragione politica può giustificare lo sterminio di esseri umani. Le sue parole anticiparono di decenni molte delle riflessioni successive della Chiesa sulla pace.
Fondamentale è poi il contributo di Aldo Capitini, padre della nonviolenza italiana e ideatore della Marcia Perugia-Assisi. Capitini vedeva nella nonviolenza non una rinuncia alla politica, ma una forma superiore di partecipazione democratica. Per lui la pace si costruisce attraverso l’educazione, il dialogo e la partecipazione popolare, non attraverso l’accumulazione degli armamenti.
Questa tradizione trova una dimensione universale nell’opera di Mohandas Karamchand Gandhi. Gandhi dimostrò che un popolo può liberarsi dall’oppressione senza ricorrere alle armi. La sua forza risiedeva nella verità, nella resistenza civile e nella capacità di mobilitare le coscienze. Il suo insegnamento continua a ricordarci che la pace non è passività, ma coraggio morale.
Negli ultimi anni anche il magistero della Chiesa ha assunto toni sempre più netti. Papa Francesco ha denunciato più volte quella che definiva «la follia della guerra» e ha criticato un sistema economico che trae profitto dalla produzione e dal commercio delle armi. Secondo Francesco, dietro molti conflitti si nascondono interessi finanziari e industriali che alimentano una vera e propria economia di guerra.
Anche Papa Leone XIV ha posto al centro del suo magistero il tema della comunione tra i popoli e del superamento delle polarizzazioni. Le sue parole sulla necessità di costruire relazioni fondate sull’incontro e sulla fraternità rappresentano un richiamo a respingere ogni cultura dello scontro e della contrapposizione permanente.
Da questa prospettiva, la parata del 2 giugno rischia di trasmettere un messaggio ambiguo. Pur essendo presentata come celebrazione delle Forze Armate e delle istituzioni repubblicane, essa finisce inevitabilmente per attribuire prestigio simbolico agli strumenti della guerra. In un tempo in cui l’industria militare registra profitti record e i bilanci della difesa crescono in molti Paesi, è legittimo domandarsi se queste manifestazioni non contribuiscano, direttamente o indirettamente, a diffondere una cultura favorevole al riarmo.
La Repubblica nata dalla Resistenza potrebbe celebrare se stessa in modo diverso: mettendo al centro i medici, gli insegnanti, i volontari, i lavoratori, la protezione civile, la cooperazione internazionale e tutte quelle realtà che costruiscono quotidianamente la pace. Sarebbe un modo più coerente di onorare la Costituzione e il sacrificio di quanti hanno combattuto contro il fascismo per consegnarci un Paese fondato sulla democrazia e non sulla forza.
Per questo molti cristiani e molti cittadini continuano a guardare con spirito critico alle manifestazioni di carattere militare. Non per mancanza di rispetto verso le donne e gli uomini in uniforme, ma perché credono che il futuro dell’umanità non possa essere affidato alle armi. La vera sicurezza nasce dalla giustizia, dalla solidarietà, dal dialogo e dalla cooperazione tra i popoli. È questa la lezione che ci hanno lasciato Gandhi, Capitini, Mazzolari, don Milani, Papa Francesco e oggi Papa Leone XIV. Ed è questa la promessa più alta contenuta nella Costituzione della Repubblica italiana.
Laura Tussi e Salvatore Izzo
Nella foto: una vignetta di Andrea Sillioni. In una prospettiva evangelica, in effetti, appare particolarmente problematica anche l’annunciata presenza dei Cappellani militari alla parata del 2 giugno. Nessuno mette in discussione il loro prezioso servizio di assistenza spirituale alle persone che operano nelle Forze Armate, ma la loro partecipazione con basco, guanti neri e stellette, all’interno di una manifestazione che esibisce mezzi e capacità militari, rischia di trasmettere un messaggio ambiguo. La missione del sacerdote è infatti quella di testimoniare il Vangelo della pace, della riconciliazione e della fraternità universale.
Per molti credenti, vedere ministri della Chiesa inseriti in una cornice celebrativa del potere militare suscita un disagio che richiama le parole profetiche di don Milani e don Mazzolari e gli appelli di Papa Francesco contro la cultura della guerra. In un tempo segnato dalla corsa agli armamenti e dall’aumento delle spese militari, sarebbe forse più eloquente vedere i sacerdoti accanto alle vittime dei conflitti, ai profughi, ai costruttori di pace e agli operatori umanitari, testimoniando che la forza del cristianesimo non risiede nelle stellette, ma nella croce e nel servizio agli ultimi.
S.I.
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