Tunisia e la fabbrica europea dei falsi eroi. Gli interrogativi su Rached Ghannouchi (Jalel Lahbib)


Quando i media confondono un pericoloso leader estremista islamico con un leader d’opposizione moderato e la lotta contro il terrorismo con la repressione

Il tribunale tunisino specializzato in reati di terrorismo ha condannato all’ergastolo Rached Ghannouchi, fondatore del partito islamico Ennahdha ed ex presidente del Parlamento, riconoscendolo colpevole di aver formato e diretto una «alleanza terroristica» attraverso il cosiddetto «apparato segreto» del movimento islamista.

Assieme a lui sono stati condannati decine di dirigenti del partito, con pene che vanno dai dieci anni alla detenzione a vita, per reati che spaziano dall’appartenenza a organizzazione terroristica al supporto logistico e operativo a soggetti coinvolti in attività terroristiche.

Eppure una parte rilevante della stampa europea e italiana continua a presentare Ghannouchi come «leader dell’opposizione», «icona democratica» o addirittura «ultimo baluardo» contro un presunto autoritarismo di Kais Saied, riducendo una complessa e drammatica vicenda di terrorismo politico a una comoda favola sui «dissidenti perseguitati».

Questa narrazione, che ignora anni di inchieste sul «braccio segreto» di Ennahdha, rovescia i ruoli: il capo di un partito islamista accusato di strutture clandestine e legami con il terrorismo diventa un «moderato democratico», mentre chi combatte quell’apparato viene ridotto a «dittatore» tout court.

Ennahdha: altro che moderati

Presentare Ennahdha come un partito d’opposizione «moderato» è una grottesca mistificazione che regge soltanto se si finge di non vedere la sua storia reale, i suoi legami ideologici e le accuse che oggi si traducono in condanne pesantissime per terrorismo.

Ennahdha è un partito islamista che, al di là di qualche ritocco cosmetico sul piano comunicativo, ha sempre avuto come orizzonte l’islamizzazione dello Stato e della società, con riferimento alla Sharia come fonte centrale dell’ordine politico. L’obiettivo sarebbe trasformare la Tunisia da Paese musulmano e laico a regime teocratico.

Le indagini sul «dispositivo segreto» del movimento, oggi alla base della condanna di Ghannouchi, parlano di una struttura parallela e opaca che avrebbe operato al di fuori dei canali istituzionali, con funzioni di infiltrazione, controllo e presunte complicità con reti terroristiche islamiche sunnite wahhabite.

Non ci troveremmo dunque davanti alla normale dialettica di un partito di ispirazione religiosa all’interno di un quadro pluralista e costituzionale, bensì a un progetto politico eversivo e totalitario che utilizzerebbe la democrazia per consolidare un potere teocratico, con solidi ancoraggi nell’estremismo islamico regionale.

Traffici, apparati segreti e progetto islamista

La stessa stampa europea che oggi si concentra sul «destino giudiziario» di Ghannouchi sorvola spesso su anni di denunce relative all’esistenza di reti di finanziamento, traffici illeciti e coperture politiche a cellule estremiste attribuite al cosiddetto «apparato segreto» di Ennahdha.

L’accusa che ha portato alla condanna all’ergastolo è chiara: «formazione e direzione di un’organizzazione terroristica», non semplice «opposizione politica scomoda».

Mentre i giornali europei si esercitano nella retorica sui «diritti violati» del leader ottantaquattrenne, i giudici tunisini hanno ricostruito una trama che collegherebbe l’attività del partito islamista a un sistema di sicurezza parallelo, potenzialmente capace di condizionare istituzioni, forze dell’ordine e flussi economici, fungendo da infrastruttura di sostegno a gruppi radicali.

È in questo contesto che la condanna non appare come un capriccio autoritario, ma come l’esito di una strategia statale di contrasto al terrorismo interno, in un Paese che ha già pagato un prezzo altissimo agli attentati jihadisti e all’esodo di foreign fighter verso i fronti siriano e libico.

Kais Saied, tra demonizzazione e realtà

Kais Saied viene sistematicamente descritto da molti media occidentali come «il professore populista che ha sospeso la democrazia», «il dittatore che ha azzerato i contrappesi», il presidente che ha «congelato il Parlamento» e «sciolto i partiti».

È vero che, dal luglio 2021, Saied ha accentrato poteri, sospeso il Parlamento, modificato l’architettura istituzionale e utilizzato la magistratura come strumento politico, attirandosi critiche severe sul terreno dello Stato di diritto e della libertà di espressione.

Ma ciò che quasi mai viene detto è che questa stretta si colloca in un quadro di conflitto aperto con i partiti religiosi, in primo luogo Ennahdha, e con un sistema di potere percepito da larga parte della popolazione come responsabile del disastro economico e dell’instabilità.

Saied è un giurista di formazione, eletto nel 2019 con una larga maggioranza, che ha costruito la propria legittimazione non sulla Sharia ma su una visione laica, centralizzatrice e nazional-popolare dello Stato, fortemente ostile ai movimenti islamisti e alle loro pretese egemoniche.

Dipingerlo esclusivamente come «dittatore» senza riconoscere il ruolo che gioca, insieme all’Algeria, come bastione securitario contro la penetrazione dell’islamismo radicale sulle coste del Mediterraneo significa raccontare soltanto una parte della storia.

In uno scenario nordafricano attraversato da jihadismo, traffici e collasso statale, dalla Libia al Sahel, la Tunisia di Saied rappresenta, nel bene e nel male, una barriera contro la trasformazione del Paese in un avamposto del terrorismo wahhabita a ridosso dell’Europa.

Laicità, sicurezza e la parola «democrazia»

Un articolo apparso su una testata italiana parla di «regressione democratica silenziosa» in Tunisia, insistendo sul deterioramento della separazione dei poteri, sulla repressione del dissenso e sull’uso politico della giustizia da parte di Saied.

Sono critiche che possono apparire fondate se il parametro di riferimento è il liberalismo occidentale nella sua formulazione più rigorosa, ma diventano fuorvianti se vengono completamente scollegate dal nodo centrale della Tunisia contemporanea: la lotta contro l’apparato islamista e il rischio che il Paese cada sotto l’influenza di forze apertamente integraliste.

La domanda non è se in Tunisia esista oggi una «democrazia modello», perché evidentemente non esiste. La domanda è se la linea di Saied rappresenti una pura pulsione autocratica o un tentativo, duro e controverso, di difendere la laicità residua dello Stato e impedire che un partito islamista con apparati clandestini si appropri definitivamente delle istituzioni.

Continuare a descrivere questa dinamica come una semplice «regressione democratica» rischia di eludere una questione decisiva: cosa significa democrazia quando un movimento politico punta a svuotarla dall’interno per instaurare un ordine confessionale?

L’Europa e la fabbrica dei falsi eroi

C’è un filo che, secondo alcuni osservatori, unisce la santificazione dei battaglioni di Azov presentati come «difensori della libertà» in Ucraina, la narrazione di Israele come «democrazia assediata» nonostante le accuse relative alla conduzione della guerra a Gaza, la riabilitazione di gruppi jihadisti in Siria sotto l’etichetta di «governo accettabile» e, oggi, la rappresentazione di un leader islamista condannato per terrorismo come «moderato perseguitato» in Tunisia.

L’Europa politica e mediatica sembra avere un bisogno compulsivo di falsi eroi: estremisti, miliziani e gruppi armati vengono talvolta ribattezzati «combattenti per la libertà» ogni volta che risultano funzionali allo schema geopolitico dominante.

Oggi il copione si ripeterebbe in Nord Africa: chi prova, con tutti i suoi limiti, a sradicare un partito islamista infiltrato nelle istituzioni viene dipinto come il male assoluto, mentre il leader di quel partito diventa il volto nobile dell’opposizione.

La domanda finale è semplice e scomoda: per quanto tempo ancora la politica e i media europei continueranno a cercare «resistenze» negli ambienti più estremi, scambiando fanatici per democratici e repressione confessionale per libertà, salvo poi stupirsi quando il terrorismo bussa alle porte di casa?

Kais Saied sta combattendo, secondo i suoi sostenitori, affinché la Tunisia rimanga un Paese musulmano e laico e per evitare che la violenza del terrorismo wahhabita travolga la società tunisina e minacci anche la sicurezza dell’Europa.

 

Jalel Lahbib


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