A Rapallo i Giovani Imprenditori di Confindustria chiedono al Paese di dare futuro a chi vuole restare: Tajani rilancia il ruolo dell’Italia tra Europa, export e ricostruzione (P.Fizzarotti)


L’intervento del Ministro degli Esteri Antonio Tajani al Convegno dei Giovani di Confindustria

Una promessa di futuro non basta proclamarla: bisogna renderla praticabile. Al 55° Convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria, aperto al Porto Carlo Riva di Rapallo, il claim “People. La nostra promessa di futuro” ha preso subito la forma di una richiesta precisa alla politica e al Paese: mettere i giovani, le imprese, il lavoro, la formazione e l’innovazione al centro delle scelte pubbliche, prima che una parte decisiva delle energie italiane scelga definitivamente di guardare altrove.

Il convegno, moderato da David Parenzo, giornalista radiofonico e televisivo, conduttore de “La Zanzara” su Radio 24, ha visto tra i primi protagonisti Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Prima del confronto con il ministro, però, è stata Maria Anghileri, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, a fissare la linea del convegno: non una semplice fotografia dello stato dell’economia, ma una piattaforma di richieste rivolte alla politica.

Aperto il 55° convegno dei Giovani di Confindustria a Rapallo. In alto Maria Anghileri, la presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria. In basso a destra il ministro degli Esteri Antonio Tajani. A sinistra il giornalista David Parenzo

La promessa incrinata

“Dentro di noi c’è una promessa, una promessa di futuro”, ha detto la presidente dei Giovani Imprenditori. Una promessa che, in Italia, “si è incrinata proprio dove dovrebbe esserci più futuro: per i giovani e per le imprese”. Da qui la richiesta di restituire fiducia a chi vuole lavorare, investire, aprire un’azienda, mettere su famiglia, decidere liberamente se vivere in Italia o andare altrove.

Il punto più forte della relazione è stato il rapporto tra nuove generazioni e Paese. Anghileri ha parlato di “almeno due generazioni di giovani” che stanno entrando nella vita adulta in anni segnati da conflitti, transizioni tecnologiche e trasformazioni economiche profonde. Vivere in un Paese in pace, ha ricordato, “è una benedizione che dobbiamo difendere”. Per questo l’Europa, secondo i Giovani Imprenditori, deve investire nella difesa: “La pace si costruisce e si protegge, ma non si mantiene da sola”.

Europa, difesa e industria

Il ragionamento si è poi allargato al ruolo dell’Europa. In un mondo segnato dal confronto tra grandi potenze, l’Unione non può restare “schiacciata” dentro egoismi nazionali e particolarismi. Serve, ha detto Anghileri, una strategia politica e industriale integrata: difesa comune, intelligenza artificiale, transizione energetica, mercato unico dell’energia, infrastrutture europee, capacità di proteggere le filiere e di mantenere lavoro qualificato. L’immagine scelta è netta: passare “da un’unione di consumatori indifesi a una potenza politica e industriale integrata”.

Poi il discorso è tornato all’Italia. “Le terre rare di questo mondo si comprano sui mercati, ma si possono perdere in un momento”, ha detto Anghileri. Le vere risorse strategiche sono persone, competenze, coraggio, grinta, formazione. L’Italia ha bisogno di giovani altamente formati e digitalizzati, di umanisti, scienziati, innovatori, di donne e giovani inattivi da riportare al centro della società, di ragazzi con idee valide ma senza mezzi per realizzarle, di startup da far entrare nelle filiere mature, di imprese che investano in ricerca e sviluppo.

Maria Anghileri

“Vogliamo restare qui”

La frase più dura, e probabilmente più politica, è arrivata quando Anghileri ha sintetizzato la voce raccolta dai territori e dalle aziende: “Noi vogliamo restare qui, ma così non ce la facciamo”. Non basta, ha aggiunto, l’amore di patria “per pagare il mutuo della prima casa”, per indebitarsi con investimenti da milioni di euro, per far crescere un’azienda o per decidere se avere un figlio.

Da qui le proposte. La prima riguarda un’esenzione Irpef decrescente su cinque anni, fino a 50 mila euro di reddito, dal 100 per cento nel primo anno al 20 per cento nel quinto. Non una misura sostitutiva delle riforme strutturali, ma “un innesco” per permettere ai giovani di avviare una carriera, costruire un progetto di vita, pagare un affitto, mettere da parte qualcosa e scegliere di restare in Italia. Anghileri ha respinto l’idea di considerarla una spesa: “Ci rifiutiamo di considerare questa misura come un costo, perché è un investimento per il futuro”. E ha messo il tema in rapporto con le anticipazioni alla legge Fornero, indicate in 35 miliardi.

Le proposte fiscali e per l’impresa

La seconda proposta è la “borsa per l’imprenditorialità”, pensata per un giovane che abbia un’idea valida ma abbia bisogno di tempo e risorse per trasformarla in impresa. Il modello è quello delle borse di dottorato: uno strumento finalizzato alla nascita di giovani imprese innovative. Anghileri ha ricordato che misure analoghe esistono già in Germania e in Finlandia e potrebbero essere finanziate con risorse europee già disponibili.

La terza proposta è un portale unico per l’avvio d’impresa: un’unica interfaccia digitale che integri costituzione dell’impresa, credito, incentivi e garanzie, con temporary manager capaci di accompagnare il giovane imprenditore dentro la burocrazia e nella gestione dell’azienda. “Il sistema si adatta all’innovazione invece di fare resistenza”, è il messaggio che, secondo Anghileri, una misura del genere darebbe ai giovani.

Intelligenza artificiale e formazione

La presidente dei Giovani Imprenditori ha poi affrontato l’intelligenza artificiale, definendola non una normale evoluzione tecnologica, ma l’ingresso in “una nuova civiltà digitale”. Il confronto internazionale è pesante: in Francia e Spagna più del 44 per cento della popolazione utilizza l’intelligenza artificiale generativa, mentre in Italia la quota è indicata intorno al 28 per cento. Il rischio, ha spiegato, non è essere sostituiti da una macchina, ma da una persona che saprà usare quella macchina meglio di noi. Per questo servono strumenti, scuola, formazione digitale, materie trasversali dalle elementari alle superiori e capacità di usare l’AI anche per contrastare uno dei mali storici italiani: la bassa produttività.

Il confronto con Tajani

Subito dopo è arrivato il confronto con Antonio Tajani. David Parenzo lo ha introdotto ricordando il ruolo del ministro in una fase internazionale segnata da guerre, nuove tensioni e crisi aperte. Il tema è stato il posto dell’Italia nel mondo: non una superpotenza, ma una media potenza europea che può agire dentro l’Unione europea, soprattutto nelle missioni di pace, nella stabilizzazione e nella ricostruzione.

Ministro, in un mondo segnato dalla forza e dalla prepotenza degli Stati, che ruolo può avere l’Italia?

L’Italia è una media potenza. Non siamo gli Stati Uniti, non siamo la Cina, non siamo la Russia. Però possiamo essere protagonisti nell’Unione europea, soprattutto per favorire la pace. Possiamo farlo con le nostre missioni, con la nostra presenza internazionale, con la capacità di mantenere aperti rapporti e canali. Siamo la quinta potenza commerciale mondiale e continuiamo ad avere un export in crescita, nonostante i dazi americani e nonostante le guerre. Questo è merito soprattutto delle imprese italiane, della qualità di quello che producono e della capacità di stare sui mercati.

Dove può incidere concretamente l’Italia?

Penso alla ricostruzione dell’Ucraina, quando ci saranno le condizioni, e penso alla ricostruzione di Gaza, quando sarà possibile. Ma penso soprattutto alla stabilizzazione del Libano. Lì siamo già presenti con la missione Unifil e con una missione bilaterale che da anni forma le forze armate libanesi. Abbiamo parlato con i francesi e riteniamo che dopo questa fase dovrà esserci un’iniziativa europea diversa, con un mandato più efficace rispetto a quello attuale. L’Italia è pronta a fare la propria parte.

Sull’Ucraina, l’Italia deve continuare a sostenere Kiev?

Dobbiamo continuare ad aiutare l’Ucraina dal punto di vista politico, finanziario e militare, come parte dell’Unione europea. Ma dobbiamo anche lavorare perché ci siano condizioni di pace. Noi siamo una media potenza europea, una grande potenza culturale e una grande potenza manifatturiera. Possiamo avere un ruolo nella ripartenza commerciale e nella ricostruzione, ma dobbiamo essere consapevoli dei nostri numeri e del nostro ruolo.

L’Ucraina deve entrare nell’Unione europea?

Politicamente dobbiamo dire che l’Ucraina è Europa e farà parte dell’Europa. Ma l’adesione piena all’Unione europea non è uno schiocco di dita. Ci vuole tempo, bisogna prepararla bene. Nel frattempo si possono trovare formule di sostegno e vicinanza diverse. Non dobbiamo però perdere l’appuntamento con i Balcani. Albania, Montenegro e altri Paesi sono pronti o molto avanti nel percorso europeo. Se li deludiamo, rischiamo di spingerli verso altre influenze, comprese quelle russe. Per me la priorità è non deludere i Balcani.

Per far funzionare l’Europa bisogna superare il diritto di veto?

Io sono favorevole a una progressiva riduzione del diritto di veto. Se ci fosse stato il diritto di veto sull’accordo con il Mercosur, oggi quell’accordo non ci sarebbe. Questo dimostra che il sistema deve cambiare. Poi non tutte le forze politiche la pensano allo stesso modo, altrimenti saremmo un partito unico. Ma il tema va affrontato.

Che Europa immagina?

Credo che si debba arrivare all’elezione di un unico presidente europeo, riunificando la figura del presidente della Commissione e del presidente del Consiglio europeo, eletto direttamente dai cittadini in occasione delle elezioni europee. Dare più potere al Parlamento europeo è fondamentale, perché è quasi l’unico Parlamento al mondo senza pieno potere di iniziativa legislativa. Ma, accanto alle riforme istituzionali, bisogna completare il mercato unico: energia, capitali, industria, competitività.

Il costo dell’energia resta uno dei problemi principali per le imprese.

Dobbiamo fare il mercato unico dell’energia. Oggi non possiamo comprare energia elettrica dalla Spagna, dove costa molto meno, perché mancano condizioni e infrastrutture adeguate per farla arrivare in Italia attraverso la Francia. È un problema enorme. Come serve il mercato unico dei capitali, serve il mercato unico dell’energia. Sono strumenti essenziali per la crescita e per la competitività.

L’export italiano continua però a crescere.

Sì, e nessuno può negarlo. Esportiamo circa 650 miliardi l’anno e l’obiettivo è arrivare a 700 miliardi nel 2027. Il merito è delle imprese, della qualità dei prodotti italiani, della varietà merceologica del nostro sistema produttivo, una delle più importanti al mondo dopo la Cina. Il governo può dare una strategia, un quadro, può agevolare. Ma il merito è delle aziende.

Che cosa serve alle startup e ai giovani imprenditori?

Serve agevolare chi investe nelle startup e detassare le startup nei primi cinque anni, perché i giovani possano consolidare le loro iniziative. Bisogna pensare in grande. Non si tratta solo di aprire un bar o un ristorante: bisogna sognare in grande, e questo è positivo. Le tasse sono una specie di piombo sulle ali di un Paese. Se vogliamo far crescere nuove imprese, dobbiamo togliere peso a chi rischia.

Ci saranno elezioni anticipate?

Assolutamente no. Si va avanti. Questo governo durerà cinque anni e sarà il governo più longevo della storia d’Italia. La stabilità è una garanzia per chi intraprende, perché chi sa che c’è stabilità può fare progetti concreti.

Qual è la vostra politica per la crescita?

Bisogna ridurre la pressione fiscale. Io sono favorevole a detassare la tredicesima, a partire da quelle più basse, e a detassare i premi di produzione. Sono contrario al salario minimo, perché rischia di abbassare le retribuzioni dove la contrattazione collettiva funziona. In Italia la contrattazione collettiva ha sempre funzionato: bisogna adeguare puntualmente i contratti e sostenere chi produce di più.

Lei parla spesso anche di risparmio privato da mobilitare. Che cosa significa?

In Italia ci sono enormi risorse di risparmio privato, anche nelle casse dei professionisti. Dobbiamo fare in modo che una parte di queste risorse venga investita in Italia e non altrove. Per riuscirci servono grandi progetti credibili: piano casa, infrastrutture digitali, intelligenza artificiale, innovazione, ricerca, formazione. Se si coinvolge il privato in grandi progetti nazionali, si liberano anche risorse pubbliche per altri interventi.

 

La presidente Anghileri ha insistito su innovazione, ricerca e formazione.

Ha ragione. Innovazione, ricerca e formazione sono i tre elementi chiave. Bisogna spendere di più e meglio. Se puntiamo su trasformazione digitale e intelligenza artificiale, dobbiamo avere progetti esecutivi chiari e dire ai privati: questo è il progetto, qui potete investire. Il risparmio privato deve diventare parte di una strategia nazionale.

Sul nucleare, il governo arriva tardi?

No, è una battaglia che abbiamo portato avanti come governo. Bisogna spiegare bene di cosa parliamo, perché quando si dice nucleare molti pensano ancora a Chernobyl. Oggi parliamo di mini centrali, grandi quanto due campi di calcio, non inquinanti, da circa 300 megawatt. Il nucleare, insieme alle rinnovabili, può essere una prospettiva importante. La stessa Commissione europea considera il nucleare tra le fonti energetiche utili nella tassonomia.

Quindi nucleare e rinnovabili insieme?

Sì, un mix tra nucleare e rinnovabili. Nel frattempo dobbiamo continuare a lavorare sulla decarbonizzazione e usare al meglio gas e petrolio che acquistiamo dall’estero, sperando in prezzi sempre più bassi e senza finanziare la Federazione Russa. Ma il nodo resta il costo dell’energia. Per abbassarlo servono mercato unico europeo dell’energia, più infrastrutture e nuove fonti.

Il confronto di Rapallo ha così messo in fila due messaggi complementari. Da una parte i Giovani Imprenditori chiedono al Paese di non perdere la propria generazione produttiva, con misure fiscali, strumenti per chi vuole creare impresa, formazione digitale e meno burocrazia. Dall’altra Tajani ha inserito quelle richieste dentro un quadro più ampio: guerre, ricostruzioni, ruolo dell’Europa, export, energia, fiscalità, startup, risparmio privato e stabilità politica.

Il punto comune è che la promessa di futuro evocata dal convegno non può restare una formula. Per Anghileri significa permettere ai giovani di restare, lavorare, rischiare e costruire in Italia. Per Tajani significa dare alle imprese un Paese stabile, più competitivo, meno frenato da tasse e costi energetici, capace di usare l’Europa come spazio di crescita e non come vincolo. A Rapallo il confronto è appena cominciato, ma la domanda posta dai Giovani Imprenditori è già molto chiara: se il futuro dell’Italia dipende dalle persone, quanto è disposto il Paese a investire davvero su di loro?

Paolo Fizzarotti

 


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