Nucleare, il ritorno dell’atomo contro i custodi dell’impotenza


Roma, 5 giu – La Camera ha approvato il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile. Il testo passa ora al Senato e, se arriverà il via libera definitivo, il governo avrà dodici mesi per disciplinare la produzione di energia da fonte nucleare, la ricerca sulla fusione, la gestione dei rifiuti radioattivi, la sicurezza e la governance del settore. Non siamo ancora davanti all’apertura dei cantieri, né alla posa della prima pietra di una centrale. Siamo davanti a qualcosa di diverso, ma non meno importante: il tentativo di ridare all’Italia una cornice normativa su una questione che il Paese ha trasformato per quasi quarant’anni in tabù.

La Camera approva il disegno di legge sul nucleare

La reazione dell’opposizione è stata immediata e prevedibile. Alleanza Verdi e Sinistra ha gridato alla forzatura democratica, al tradimento dei referendum, alla delega in bianco, alla minaccia per i territori. Francesca Ghirra ha parlato di testo “insostenibile”, di tecnologie non ancora disponibili, di costi incerti, di scorie irrisolte, di uranio da importare. Angelo Bonelli ha rispolverato il repertorio classico dell’ambientalismo italiano: la paura, il sospetto, il richiamo sacrale alla volontà popolare, l’idea che ogni infrastruttura energetica sia una truffa, ogni scelta industriale una minaccia, ogni decisione politica un attentato al territorio. Il punto, però, non è soltanto il nucleare. Il punto è che questa opposizione racconta ancora una volta il riflesso condizionato di una cultura politica che da decenni lavora per tenere l’Italia al palo. Non siamo davanti a una normale discussione tecnica su costi, tempi, sicurezza, scorie e filiere. Quella discussione serve, anzi è indispensabile. Il nucleare non può essere trattato come una parola magica, né come una bandierina propagandistica. Richiede competenze, pianificazione, autorità di controllo, continuità industriale, formazione tecnica e capacità di governare il consenso territoriale. Ma l’opposizione di AVS non parte da qui. Parte da un no di principio. Prima viene il rifiuto, poi arrivano gli argomenti. Prima viene il tabù, poi la giustificazione tecnica. È lo stesso meccanismo che abbiamo visto per la Tav, per il Tap, per i termovalorizzatori, per le trivellazioni, per il Ponte sullo Stretto, per ogni grande opera capace di spostare l’Italia da una postura contemplativa a una postura produttiva.

La specialità italiana nell’autosabotaggio

La sinistra verde non contesta questo disegno di legge perché lo ritiene insufficiente. Lo contesta perché riapre una porta che per loro doveva restare murata. L’Italia, secondo questa mentalità, può comprare energia nucleare dalla Francia, può dipendere dal gas russo o americano, può pagare bollette più alte, può perdere filiere industriali, può importare tecnologia dalla Cina, può rassegnarsi alla decrescita mascherata da virtù ecologica. L’unica cosa che non può fare è decidere di tornare a produrre energia sul proprio territorio. Il paradosso è tutto qui: il nucleare è accettabile quando lo fanno gli altri e noi lo consumiamo da clienti; diventa intollerabile quando implica sovranità, competenza, industria nazionale, assunzione di responsabilità. È una vecchia storia italiana. E no, non è una storia di arretratezza. Al contrario, nel secondo dopoguerra l’Italia aveva una tradizione scientifica e industriale di primissimo livello. Dall’eredità di Enrico Fermi al CISE, dal CNRN al CNEN, dalle centrali di Latina, Garigliano e Trino fino a Caorso, il nostro Paese aveva costruito una presenza reale nel nucleare civile. A metà anni Sessanta l’Italia era tra i protagonisti mondiali del settore. Poi è arrivata la lunga stagione dell’autosabotaggio: conflitti interni, processi politici, petrolio apparentemente facile, debolezza strategica, e infine la grande ondata emotiva successiva a Chernobyl. Il referendum del 1987 non cancellò formalmente il nucleare, ma ne demolì le condizioni politiche e operative. Da allora l’Italia ha vissuto nella contraddizione perfetta: fuori dall’atomo per ideologia, dentro l’energia nucleare altrui per necessità.

Il ruolo storico di verdi, pacifisti e radicali: tenerci al palo

Qui entra in scena il ruolo storico dei radicali, dei verdi e di quella galassia pacifista, ambientalista e movimentista che ha trasformato la paura in piattaforma politica. Dai referendum antinucleari agli euromissili, dalla contestazione delle basi alla demonizzazione delle infrastrutture, il filo è sempre lo stesso: impedire all’Italia e all’Europa di pensarsi come potenza. Negli anni Ottanta, mentre il continente era dentro l’ultima fase della guerra fredda, il pacifismo di massa si mobilitava contro gli euromissili, contro la deterrenza, contro ogni grammatica della forza. Era la stessa mentalità che avrebbe poi trovato nell’ambientalismo ideologico il suo nuovo abito: non più soltanto no alle armi, ma no all’energia, no all’industria, no all’alta velocità, no alla grande opera, no alla trasformazione del territorio. Una politica dell’inibizione permanente, presentata come coscienza morale. Il punto non è rimpiangere ingenuamente ogni scelta del passato o assolvere ogni errore della modernizzazione italiana. Il punto è riconoscere il danno storico prodotto da una cultura che ha confuso la prudenza con la paralisi. La prudenza valuta il rischio e lo governa. La cultura del No prende il rischio e lo trasforma in divieto assoluto. La prudenza chiede controlli, standard, autorità, trasparenza. La cultura del No chiede rinuncia. La prudenza pretende che un Paese sappia costruire infrastrutture sicure. La cultura del No preferisce che un Paese non costruisca più nulla.

Per farla finita con il turismo, i servizi e i sussidi

Questa è la grande ipocrisia dello pseudo-ambientalismo italiano. Dice di voler decarbonizzare, ma rifiuta una fonte a basse emissioni e continua. Dice di voler abbassare le bollette, ma combatte le infrastrutture energetiche che possono rendere il sistema più stabile. Dice di voler tutelare i lavoratori, ma accetta una traiettoria di deindustrializzazione che lascia in piedi soltanto turismo, servizi poveri e sussidi. Dice di voler difendere i territori, ma li condanna alla marginalità, alla disoccupazione e alla dipendenza. Dice di essere contro le lobby, ma finisce sempre per favorire il modello più comodo per chi vende energia, tecnologia e materie prime all’Italia dall’estero. Oggi AVS ripropone lo stesso copione. Costi, scorie, tempi, uranio, referendum. Alcune sono questioni reali, ma vengono usate come strumenti di interdizione, non come problemi da risolvere. Le scorie non diventano un argomento per costruire finalmente una politica seria sui rifiuti radioattivi; diventano il pretesto per impedire qualsiasi decisione. I tempi lunghi non diventano un motivo per cominciare subito; diventano una scusa per non cominciare mai. I costi non diventano una domanda sulla filiera, sui capitali, sulla partecipazione industriale italiana; diventano il timbro definitivo sul divieto. È la logica perfetta dell’Italia immobile: siccome una cosa è difficile, allora non va fatta. Siccome richiede trent’anni, allora non si comincia oggi. Siccome serve responsabilità, allora si preferisce la rinuncia.

Il mondo che accelera mentre in Italia regna la sfiducia

Eppure il mondo va in un’altra direzione. La Francia non ha mai davvero separato energia e sovranità. Il Giappone, dopo Fukushima, non ha scelto di trasformare il trauma in paralisi eterna, ma di costruire standard più severi e riaprire progressivamente il dossier nucleare. La stessa Europa, dopo anni di retorica verde astratta, ha dovuto riconoscere che senza nucleare il sistema energetico resta fragile, intermittente, dipendente. Persino Ursula von der Leyen ha ammesso che voltare le spalle all’atomo è stato un errore strategico. L’Italia, invece, deve ancora combattere contro i fantasmi ideologici prodotti in casa propria. Perchè la verità è che il primo nemico dello sviluppo italiano non è la mancanza di idee ma la cultura del divieto. È quella saldatura tra ambientalismo ideologico, pacifismo impotente, radicalismo dei diritti senza doveri e sinistra movimentista che ha educato generazioni a considerare la potenza come colpa, l’industria come peccato, la tecnica come minaccia, la sovranità energetica come nostalgia novecentesca.

Il nucleare serve contro dipendenza, rinuncia e deindustrializzazione

Ora il punto sarà non fermarsi alla propaganda, non accontentarsi dell’annuncio, non trasformare la legge delega nell’ennesimo documento senza conseguenze. Servono filiera, ricerca, formazione, norme chiare, tempi certi, responsabilità pubblica, coinvolgimento dei territori e una battaglia culturale esplicita contro chi ha fatto del No una rendita politica. Perché questo è il nodo: l’Italia non può più permettersi di essere governata dai custodi dell’impotenza. I verdi, i radicali, i pacifisti di professione, i comitati permanenti del sospetto hanno già avuto abbastanza tempo per dimostrare dove conduce la loro idea di futuro. Conduce alla dipendenza. Conduce alla rinuncia. Conduce a un Paese che importa ciò che non vuole produrre, compra ciò che non vuole costruire e poi si lamenta perché non conta nulla. Il nucleare, oggi, è anche questo: la possibilità di dire che l’Italia può ancora scegliere la potenza contro la paura, la tecnica contro la superstizione, lo sviluppo contro il ricatto morale della cultura del No.

Sergio Filacchioni




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