Appena 45 minuti. È uno dei discorsi più brevi che Vladimir Putin abbia mai tenuto al Forum economico internazionale di San Pietroburgo quello pronunciato durante la plenaria della 29esima edizione della “Davos russa”. Un intervento conciso e a tratti ripetitivo – basti pensare che il tema del congelamento degli asset russi, che Putin ha definito un “furto di riserve”, è un refrain di tutti gli ultimi Forum – ma con un filo conduttore ben preciso. Prima l’attacco alle élite europee e la demolizione del modello economico occidentale. Poi la rassicurazione sulla tenuta dell’economia russa a suon di cifre. Infine il posizionamento della Russia come polo alternativo in un mondo sempre più dominato dai Brics. Una traiettoria rivolta non tanto all’opinione pubblica, quanto alla platea di big dell’economia russa, industriali stranieri e funzionari seduti in sala, compresi per la prima volta dal 2017 i rappresentanti di una delegazione ufficiale americana e gli imprenditori tedeschi tornati dopo anni di assenza. Gente che con i numeri ci lavora, ma che venerdì ne ha sentiti recitare più del solito con un obiettivo chiaro. Provare che “l’economia russa non è collassata”, semmai “rallentata di proposito per salvaguardarne la salute nel lungo termine”.
Per dimostrarlo, Putin ha aperto il catalogo dei dati proprio dal debito pubblico. L’Eurozona si attesta all’81,7% del Pil nel 2025, ha detto prima di entrare nel dettaglio: Grecia al 146%, Italia al 137%, Francia al 115%, Belgio al 108%. “La Russia – ha detto il leader del Cremlino – si ferma al 16,4%, anche se alcuni esperti stimano il 15,8%”. Un risultato “non paragonabile” a nessuno dei paesi citati. Sul deficit il confronto è altrettanto netto. Con un disavanzo previsto intorno al 2,6% del Pil a fine anno “inferiore a quello delle principali economie avanzate”, Mosca si colloca sotto Polonia, Francia e Stati Uniti, tutti oltre il 5%.
Anche sul mercato del lavoro i numeri parlerebbero a favore di Mosca. Disoccupazione al 2,2%, contro il 3,9% europeo e il 4,2% americano, con salari reali cresciuti di oltre il 30% negli ultimi cinque anni. Guardando agli ultimi mesi, aprile ha segnato segnali positivi – produzione manifatturiera a +3,1%, commercio al dettaglio a +6,5%, Pil a +1,3% – anche se il periodo tra gennaio e il quarto mese dell’anno nel suo insieme si è chiuso a un più modesto +0,2%. Ad ogni modo, “la dinamica di produzione industriale, Pil e consumi è in positivo”, ha detto Putin. A completare il quadro, secondo i dati internazionali citati dallo zar, il blocco Brics ha raggiunto il 40% del Pil mondiale a parità di potere d’acquisto, contro il 29% del G7. Il segnale, secondo il presidente, che il baricentro dell’economia mondiale si sta spostando.
Eppure questi stessi valori potrebbero raccontare anche un’altra storia. Vale infatti la pena tenere a mente che i dati sciorinati durante lo Spief 2026 vengono in larga misura da Rosstat, l’agenzia statistica federale russa, l’equivalente del nostro Istat ma sotto controllo governativo. A raccontare un quadro diverso, del resto, non sono analisti occidentali ma gli stessi protagonisti del sistema economico russo. Presenti, a San Pietroburog, a due passi dal leader.
Partiamo dal Pil. Per il suo discorso Putin ha scelto aprile come mese di riferimento, con una crescita dell’1,3%. Ma la fotografia complessiva registra altro. Stando ai dati ufficiali del Ministero dell’Economia, la Russia è passata da una crescita del 4,9% nel 2024 a circa l’1% nel 2025, per poi segnare una flessione dello 0,2% nei primi tre mesi del 2026. La prima in tre anni. Un risultato arrivato dopo che nei soli mesi di gennaio e febbraio il calo era già stato dell’1,8%, abbastanza da spingere lo stesso Putin a convocare ad aprile una riunione con i suoi economisti e rimproverarli per risultati “inferiori alle previsioni del governo stesso”. Le autorità russe hanno attribuito il calo agli alti tassi di interesse, alle sanzioni e alla forza del rublo. Per questo la previsione di crescita per l’intero 2026 è stata rivista al ribasso allo 0,4%. Un elemento che, a conti fatti, rende il rimbalzo di aprile non sufficiente a cambiare la traiettoria.
Su questo punto i giudizi dei principali banchieri russi, presenti anch’essi a San Pietroburgo, sono eloquenti. Andrei Kostin, amministratore delegato di VTB, in un’intervista a Reuters a margine della seconda giornata di forum ha usato per primo la parola “stagnazione” per descrivere il 2026, stimando una crescita tra zero e 0,5%, peggio cioè della previsione ufficiale. E ha segnalato che nel primo trimestre gli investimenti si sono contratti del 14,3%. German Gref, amministratore delegato di Sberbank, il maggiore istituto di credito russo, ha sintetizzato così: “La crescita continua, grazie a Dio, ed è già un miracolo nelle condizioni in cui ci troviamo con un rublo così forte e tassi così alti”. Aggiungendo che gli investimenti sono in calo da quattro trimestri consecutivi, una tendenza a suo avviso “preoccupante”.
La responsabilità secondo diversi manager è nella politica monetaria di Mosca. Il tasso di interesse di riferimento in Russia è ora al 14,5%, in calo rispetto al picco del 22%, ma è ancora considerato troppo elevato per incentivare gli investimenti delle imprese, vista l’inflazione al 5,6%. A detta di Roman Trotsenko, miliardario attivo nei settori dei trasporti, dei fertilizzanti e del settore immobiliare, la politica monetaria della banca centrale assomiglia a uno “shock di Volcker”, con chiaro riferimento agli aggressivi aumenti dei tassi di interesse attuati dalla Federal Reserve statunitense tra il 1979 e il 1982.
Anche sul fronte industriale non va tanto meglio. Come riporta Forbes, l’uomo più ricco della Russia, il miliardario Alexei Mordashov, proprietario dell’acciaieria Severstal, ha dichiarato che la domanda interna di acciaio è diminuita del 30% negli ultimi tre anni, costringendo l’azienda a tagliare il 24% del proprio portafoglio investimenti. Il flusso di cassa è diventato negativo.
Sul fronte del bilancio, il quadro è ancora più critico. Le entrate petrolifere, storicamente il pilastro delle casse russe, nei primi quattro mesi del 2026 sono crollate del 38,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente a 2,3 trilioni di rubli, stando ai dati ufficiali del Ministero delle Finanze russo. Il bilancio 2026 ne prevede 8,9 trilioni in tutto, ma nei primi quattro mesi ne sono arrivati poco più di un quarto. La guerra in Iran ha fatto risalire i prezzi del petrolio a maggio, ma le stime Reuters mostrano che il totale gennaio-maggio resterà comunque sotto i livelli del 2025. Il risultato è un disavanzo che nei primi quattro mesi aveva già raggiunto il 2,5% del Pil annuo, già superiore a quanto preventivato per l’intero esercizio, secondo il Financial Times. Lo stesso quotidiano a maggio aveva pubblicato una lettera riservata del ministro delle Finanze Anton Siluanov in cui allertava il governo che le spese militari supereranno il budget 2026 di almeno 24 miliardi di euro. “Le nostre riserve non sono infinite”, aveva scritto. Insomma, i numeri esaltati da Putin e le voci dei suoi manager raccolte a margine del Forum di San Pietroburgo raccontano due storie diverse. Anzi, opposte.
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di Maria Sole Betti
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