(di Moreno Bertoldi, senior associate research fellow dell’Ispi; e Marco Buti, economista già direttore Generale per gli Affari Economici e Finanziari dell’Ue)
Nelle ultime due settimane, le tensioni commerciali globali – che erano temporaneamente passate in secondo piano mentre l’attenzione internazionale si concentrava sull’escalation del conflitto in Medio Oriente – sono tornate prepotentemente alla ribalta della scena geopolitica. La relativa calma si è infranta simultaneamente su due fronti ben distinti.
Da un lato, a fine maggio, è stata convocata una riunione riservata e ad alto livello della Commissione europea, mirata specificamente ad affrontare la complessa questione del massiccio – e inarrestabile – surplus commerciale della Cina. Poche ore prima del colpo di martelletto iniziale, Pechino ha lanciato un vero e proprio ultimatum, minacciando immediate e severe contromisure qualora l’Unione Europea osasse adottare provvedimenti restrittivi contro le esportazioni cinesi. Dall’altro lato, con l’inizio di giugno, l’amministrazione Trump ha iniettato una nuova dose di volatilità nei mercati globali annunciando una massiccia ondata di nuovi dazi. Questo affondo colpisce più di 60 paesi, tra cui spicca l’Unione Europea, sotto l’esplicita accusa di utilizzare attivamente il lavoro forzato o di importare beni pesantemente contaminati da esso, provocando così un grave danno economico alla competitività delle esportazioni americane. Come se non bastasse, Washington ha volutamente lasciato la porta aperta a un’ulteriore escalation, lasciando intendere che altri dazi siano già pronti dietro le quinte, in attesa che vengano completate le “indagini” in corso sull’eccesso di capacità industriale nei paesi terzi.
L’illusione della stabilità transatlantica
Questo doppio ritorno di fiamma, che mette l’Europa di fronte all’ostilità economica simultanea di Cina e Stati Uniti, non è affatto un incidente imprevisto. Per quanto riguarda questi ultimi, ogni residua speranza che l’Accordo di Turnberry dello scorso luglio avesse stabilizzato con successo le relazioni economiche transatlantiche per il resto della presidenza Trump è ufficialmente svanita come un miraggio.
La realtà è che il presidente americano resta dogmaticamente determinato a erigere barriere tariffarie contro le importazioni dal resto del mondo. E ora si trova a fare i conti con un conto alla rovescia legale: in seguito alla sentenza di febbraio della Corte Suprema che ha dichiarato incostituzionali diverse sue precedenti misure commerciali, lo strumento giuridico temporaneo utilizzato per mantenere in vigore quei dazi scadrà a luglio – ed è altamente improbabile che un Congresso sempre più conflittuale ne conceda la proroga. Di conseguenza, Trump sta attivamente afferrando qualsiasi pretesto pur di mantenere intatto, se non strutturalmente ampliato, il muro protezionistico eretto dopo il Liberation Day.
Per l’Unione Europea, la questione cruciale ruota ora attorno alla nuova arma scelta da Washington: la Sezione 301 del Trade Act. Resta da vedere se questo meccanismo verrà sfruttato semplicemente per replicare i livelli tariffari già stabiliti a Turnberry – nel qual caso l’attuale fiammata rappresenterebbe poco più di una temporanea, seppur dolorosa, impennata dell’incertezza dei mercati – o se invece verrà utilizzato per inasprire aggressivamente i dazi, una mossa che configurerebbe una flagrante violazione dei solenni accordi bilaterali raggiunti appena un anno fa.
Oltre alla minaccia imminente di dover assorbire dazi più elevati, a spaventare davvero è la speciosità e l’ipocrisia degli argomenti che l’amministrazione Trump sta impiegando per giustificare queste misure punitive. Su questioni di alto profilo morale come lo sradicamento del lavoro forzato e la revisione delle catene di approvvigionamento, gli Stati Uniti hanno la coda di paglia e non hanno alcuna superiorità etica da rivendicare: le loro violazioni interne e sistemiche sono molto più rilevanti e profonde di qualsiasi presunta mancanza riscontrata nell’UE.
Una tale spregiudicatezza, priva di regole, scatena inevitabilmente timori più ampi. È il segnale che su altri dossier multilaterali cruciali e ancora aperti – che spaziano dalla regolamentazione delle piattaforme digitali e la governance dell’Intelligenza Artificiale fino ai complessi meccanismi della decarbonizzazione globale – gli Stati Uniti non si faranno alcuno scrupolo. Washington sembra pronta ad agire secondo il principio primitivo per cui la ragione del più forte è sempre la migliore. In questo clima volatile, qualsiasi motivazione, per quanto intellettualmente disonesta o fondamentalmente illogica, viene ritenuta valida se funzionale a fabbricare un casus belli. Nubi dense e minacciose si addensano ancora una volta sul futuro della cooperazione economica transatlantica.
Il punto di rottura con Pechino
Nel frattempo, sul fronte asiatico, la facciata diplomatica si sta incrinando in modo simile. Secondo indiscrezioni concordanti e dettagliate, raccolte da diverse fonti giornalistiche, durante la sua sessione riservata la Commissione Europea sarebbe giunta a una conclusione netta: l’attuale relazione economica tra Europa e Cina è profondamente insostenibile.
Il crescente consenso a Bruxelles è che l’Europa sia ormai costretta a mettere in campo una “risposta più robusta e coerente”, nella piena consapevolezza che una posizione così ferma innescherà quasi certamente aggressive misure di ritorsione da parte di Pechino.La minaccia preventiva e il bullismo di Pechino, dunque, non hanno funzionato e non hanno prodotto l’effetto raggelante sperato. Salvo un improbabile e radicale aggiustamento strutturale del modello di crescita del gigante asiatico, drogato dai sussidi statali, un aperto conflitto commerciale con la Cina appare ormai politicamente inevitabile.
Sarà possibile affilare i denti dell’Europa?
Negli ultimi mesi, l’Ue ha in verità intrapreso diverse iniziative vitali e proattive, volte a ridurre drasticamente le proprie dipendenze dall’estero e a rafforzare la propria autonomia strategica a lungo termine. Il trittico legislativo composto da Industrial Acceleration Act, Chips Act 2.0 e Cloud and AI Investment Act muove decisamente in questa necessaria direzione. Eppure, sarebbe ingenuo immaginare che gli Stati Uniti o la Cina restino a guardare pigramente mentre l’Europa isola e protegge i propri mercati, senza orchestrare una feroce reazione.
È quindi una questione di massima e improrogabile urgenza per l’Ue rendere pienamente operativo il proprio Strumento Anti-Coercizione (ACI). Parallelamente, l’Europa deve mappare meticolosamente le proprie eccellenze industriali – e ce ne sono – per individuare quelle produzioni critiche europee il cui improvviso blocco infliggerebbe danni asimmetrici e severi alle catene di approvvigionamento sia americane che cinesi.
Il dispiegamento sincronizzato di queste due leve cambierebbe il calcolo geopolitico. In primo luogo, innalzerebbe il costo economico dell’unilateralismo trumpiano, evitando che il continente europeo si trasformi in un terreno di scorrerie e in un far west regolatorio per le Big Tech statunitensi, o che venga sottoposto a un ciclo umiliante di inique revisioni di trattati firmati e un istante dopo rinnegati. In secondo luogo, fornirebbe all’UE un forte deterrente contro Pechino: scoraggerebbe l’abilità della Cina nel brandire come arma il proprio monopolio su risorse indispensabili, come le terre rare, nel tentativo di piegare la determinazione politica europea. In ultima analisi, questa prova di forza è l’unico elemento in grado di mantenere il conflitto commerciale strettamente circoscritto.
Evitare l’escalation della guerra economica che si profila all’orizzonte globale sarebbe senza dubbio l’esito più razionale e auspicabile per tutti gli attori in gioco. Tuttavia, come Jean de La Fontaine ha illustrato nella sua favola del lupo e dell’agnello, la vittima designata può fare ben poco per negoziare la pace se l’aggressore ha già deciso di attaccare. Se l’Unione Europea non vuole fare la tragica fine dell’agnello, deve abbandonare ogni ingenuità e dotarsi, senza ulteriore indugio, dei taglienti denti del lupo.
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