Margherita Laterza in Caprilegio svela il lato oscuro e affascinante di Capri tramite il canto delle Syrene e la memoria della bisnonna adottiva | INTERVISTA


Il progetto musicale Syrene di Margherita Laterza

Le sirene Parthenope, Lighea e Leucosia scapparono dall’ira di Demetra in Grecia, che le riteneva responsabili del rapimento di Kore (Persefone) da parte di Ade e le tramutò da ninfe in donne metà uccello, e si rifugiarono a Capri. Parthenope sposò il fiume Sebeto e dai suoi seni nacque Napoli. Nel corso del Medioevo, le loro rappresentazioni le mutarono in donne metà-pesce, ed è questo tipo di immaginario che evoca l’alias artistico dell’attrice e cantante Margherita Laterza, Syrene, che ha debuttato nel mondo musicale con il suo primo EP, Caprilegio, prodotto da Flamingo Management e uscito ieri, venerdì 5 giugno.
La voce di Margherita ammalia e lega a sé l’ascoltatore, come le sirene di Ulisse, in grado di immobilizzare il mare con il loro canto, nelle cinque tracce di un viaggio emotivo in lingua napoletana alla scoperta dell’isola di Capri, di una storia d’amore impossibile tra un uomo e una creatura mitologica e dei ricordi della cantante legati alla bisnonna adottiva, Margerete Bielschovsky, fuggita dalla Germania nazista negli anni Trenta. Richiama la travagliata vicenda di quest’ultima il primo singolo pubblicato da Margherita, Era de Maggio, in cui la voce della performer diventa al contempo elemento melodico, percussivo e di arrangiamento. In Piccerè narra l’inizio di un amore intenso e malinconico al ritmo di musica elettronica e tammorre. Caprilegio ha un’atmosfera mediterranea e magica col suono dell’oud di Afif Ben Fekih e della darbuka di Youssef Fetah. In Perla Nascosta, scritto con Dario Mangiaracina e con feat di Francesca Heart, una sirena perde se stessa per assecondare il partner, racchiudendo la metafora della femminilità addomesticata con Lorenzo Richelmy che interpreta il racconto di Thomas Mann, Ligheia. In Napolide Margherita cita una parte del testo di “Resta cu mme” di Murolo e la considera “un tributo al sud, a Napoli e a Capri. Posti in cui è avvenuta la mia educazione sentimentale e artistica, ma nei quali non sono nata”.
Caprilegio è profondamente connesso all’omonimo documentario diretto da Margherita Laterza e Rosa Maietta. Musica e cinema si fondono per svelare il lato più nascosto di Capri attraverso la storia di Margarete Bielschovsky, bisnonna adottiva di Margherita, approdata sull’isola in cerca di una nuova vita. Il film restituisce una Capri inedita tra memorie familiari, figure femminili che attraversano le generazioni e luoghi sospesi tra luce e ombra.

Nel documentario Caprilegio parli di Margarete Bielschovsky, la tua bisnonna adottiva, arrivata a Capri negli anni Trenta dopo la fuga dalla Germania nazista. Qual è la particolarità della sua storia e in che modo ti ha influenzato?
Margarete era una donna ebrea tedesca che ha rivoluzionato la propria vita proprio quando era sul punto di perderla. C’è tanto da imparare da questo. Ha ricominciato tutto da capo su un’isoletta del Mediterraneo. È una storia di ‘resilienza’ ante litteram e, soprattutto, di grandissima indipendenza di pensiero: la storia di Margarete è punteggiata di scelte per certi versi folli, a volte fatali, altre salvifiche.

Quanto tempo hai impiegato per realizzare il documentario, quali difficoltà hai incontrato e qual è stata la soddisfazione più grande?
Potrei dire che ho impiegato dieci anni per finire questo lavoro, dalla morte di mia nonna fino ad oggi. Le difficoltà sono state tantissime e di varia natura. In Italia, riuscire a realizzare un film è difficilissimo: trovare i soldi, entrare in produzione, gestire tutto. Soprattutto dietro un piccolo film c’è sempre un percorso tortuosissimo. Ma alla fine sono cresciuta con il mio film e la soddisfazione più grande è sentire che arriva e tocca il cuore delle persone.

Nel videoclip di Era de Maggio c’è una successione di filmini che ritrae la tua bisnonna da giovane e da anziana. Come è nato il concept?
Era de Maggio è una di quelle canzoni che mia nonna mi canticchiava quando ero piccola. Parla di un tempo circolare, quello delle stagioni, e di una primavera in cui l’amore torna sempre. Quando ho trovato quelle pellicole stupende di mia nonna e i filmini di mio padre, ho pensato alle generazioni di donne che, ciclicamente, si crescono e si danno amore, e così ho pensato al videoclip come a un rincorrersi di tre tempi diversi a Capri: 1946, 2006, 2026.

Venerdì 22 maggio è uscita la canzone Piccerè, come l’hai composta e quale messaggio veicola?
Ho composto Piccerè in pandemia, nel buio della mia stanzetta, prevalentemente di notte e col mio voice looper. Da persona dispersiva, quale sono, la pandemia ha generato in me una forte concentrazione, un estremo bisogno di resistere alla distruzione di senso che quell’esperienza è stata per me (come forse per tanti). Il ritorno alle origini è anche un modo per sentirsi vicini a qualcosa di originario e ancestrale che resiste alle nefandezze dell’uomo: il mito, la natura, il ritmo antico delle percussioni. Tutto questo è in Piccerè.

Hai chiamato il tuo progetto musicale Syrene. Qual è il tuo legame con queste creature mitologiche e cosa ti affascina di loro?
Si dice che Omero abbia immaginato l’incontro tra Ulisse e le Sirene a Capri. Quello che mi ha affascinato di queste creature è che hanno sempre incarnato la paura del femminile, in quanto rappresentano una femminilità che sfugge al potere e alle categorizzazioni, estremamente legata alla natura e che si esprime con il mezzo per eccellenza più libero e istintivo: il suono e il canto, tanto che in Omero le sirene erano solo questo, delle voci!

Quali sono le tue ispirazioni musicali italiane ed estere?
Dovrei prendermi un intero libro per parlarne! Ascolto tantissima musica, è davvero una parte importantissima della mia vita. Mi sono nutrita soprattutto di musica estera. Sono partita, oramai sette anni fa, a scrivere le mie canzoni pensando che fosse incredibile che noi italiani – al contrario dei sudamericani come Nicolas Jaar che ascoltavo – non ci nutrissimo della nostra tradizione così ricca per reinventarla. Oggi siamo nel mezzo di una nuova ondata di folk. Posso anche dire che, dall’altra parte, andando verso nord, Björk è sempre stata una grande ispirazione nell’unire la musica tradizionale – nel suo caso islandese – alla sperimentazione elettronica e a un modo di usare la voce quasi lirico che anch’io uso.

Capri è un’isola molto frequentata dai turisti: quali sono i suoi lati nascosti di cui non ci si accorge?
Vi rimando al documentario per rispondere a questa domanda! Scherzi a parte, sono davvero troppi per essere riassunti qui. Sicuramente una storia millenaria che inizia con Tiberio, l’imperatore che mise a Capri la sede dell’impero romano. Da lì in poi, le miriadi di storie di artisti, rifugiati, persone bizzarre, che a Capri trovarono non solo una bellezza fuori da ogni paragone, ma anche il perturbante che permetteva loro di esprimere il dolore che avevano dentro. Capri è un pezzo di montagna in mezzo al mare: le sue coste sono erte e pericolose, disseminate di grotte misteriose e bellissime. C’è molto, oltre la sua apparenza solare.

Come riesci a conciliare musica e cinema e ad amare entrambe le arti indistintamente, senza preferire l’una all’altra?
Credo che ognuno di noi abbia mille anime e mille interessi, a volte è la vita a scegliere per noi quali coltivare, a volte è un daimon – un fuoco – più forte dell’altro. Non ho ancora la risposta e forse non l’avrò mai riguardo alle mie preferenze, ma io amo ciò che mi dà più libertà d’espressione. Adesso trovo più libertà nella musica, ma ci sono state esperienze cinematografiche in cui mi sono sentita molto libera.

Stai lavorando ad altri progetti in questo momento?
Sto già da tempo lavorando a un nuovo disco e a un nuovo documentario (ma questa volta non sono collegati tra loro), e poi continuo il mio lavoro di attrice, in cui ci sono tante cose che bollono in pentola.

Donatella Rosetti

Copertina dell’EP di Caprilegio


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