La transizione ecologica e digitale non si gioca più soltanto sulla capacità di installare nuovi pannelli solari o turbine eoliche, ma sulla solidità delle reti elettriche. L’ultimo rapporto di ricerca di Rystad Energy, intitolato Grid equipment market outlook, mette in luce una trasformazione strutturale senza precedenti. Le infrastrutture globali stanno affrontando una pressione monumentale, schiacciate tra l’accelerazione dell’elettrificazione di massa e l’esplosione dei consumi legati ai colossi dell’economia digitale. A fare da traino immediato sono la diffusione delle pompe di calore nei contesti residenziali, la progressiva transizione verso i veicoli elettrici nell’intero comparto dei trasporti su gomma e, in particolar modo, i giganteschi data center. Secondo gli analisti, la spesa in conto capitale a livello mondiale è destinata a superare la cifra record di 605 miliardi di euro nel corso di quest’anno, un valore che rappresenta un incremento del 5% rispetto all’anno precedente e che risulta addirittura più che raddoppiato se confrontato con i livelli di investimento registrati nel 2020.

Questo incremento straordinario è dovuto in parte all’aumento dei volumi installati per l’espansione delle linee e in parte all’inflazione dei prezzi delle apparecchiature tecnologiche che ha colpito la catena di approvvigionamento negli ultimi anni.
Tra IA e crescita dei consumi industriali
Il panorama dei consumi elettrici globali è entrato in una fase completamente nuova, all’interno della quale le tecnologie emergenti stanno modificando radicalmente i profili di carico dei sistemi energetici. Se storicamente la crescita della domanda era guidata dall’espansione dei comparti industriali tradizionali, nei prossimi dieci anni assisteremo a una redistribuzione dei pesi. La domanda complessiva di energia è proiettata verso un incremento dell’83% entro il 2050. In questo scenario, i data center rappresentano il fattore di discontinuità più rilevante. I consumi elettrici di queste strutture sono quasi quadruplicati dal 2020 a oggi, balzando da 145 terawattora a una stima di ben 539 terawattora per il 2025.
Le proiezioni a lungo termine mostrano traiettorie straordinarie: nello scenario intermedio la domanda di elettricità dei data center salirà a circa 3 mila terawattora entro il 2040, un valore pari a sei volte quello attuale, trainato da carichi di lavoro computazionali sempre più pesanti che assorbono ogni pur significativo guadagno in termini di efficienza energetica. Un singolo ciclo di addestramento avanzato per modelli linguistici complessi può oggi consumare da solo circa 60 gigawattora.
Questa enorme fame di energia sta spingendo i grandi fornitori di servizi cloud a elaborare nuove strategie di posizionamento geografico: i data center non vengono più considerati come semplici elementi di consumo urbano, ma si trasformano in veri e propri presidi industriali ancorati a progetti di energia pulita, localizzati in aree caratterizzate da climi freddi e abbondanza di risorse rinnovabili a basso costo, come l’idroelettrico nei paesi nordici o la geotermia in Islanda.
Il mercato dei grandi trasformatori elettrici
Il massiccio potenziamento delle infrastrutture ha generato, a partire dal 2020, una saturazione delle catene di fornitura per i componenti critici, con particolare riferimento ai trasformatori di potenza, agli interruttori ad alta tensione e ai cavi di trasmissione. Questi colli di bottiglia commerciali iniziano oggi a mostrare i primi segnali di allentamento grazie agli imponenti piani di espansione industriale avviati dai produttori di apparecchiature originali. Ciononostante, i tempi di consegna e i costi finali restano storicamente elevati. Per i produttori europei e nordamericani, i tempi di attesa per la consegna di trasformatori di potenza e interruttori di circuito ad alta tensione si attestano stabilmente tra i due e i tre anni, una durata doppia rispetto alla media registrata nel 2019, prima della crisi pandemica.
I prezzi dei dispositivi nell’ultimo anno sono rimasti sostanzialmente stabili, muovendosi su un livello piatto che indica il raggiungimento di un picco ciclico. Le aggiudicazioni più recenti sul mercato europeo per unità di potenza comprese tra i 50 e i 100 megavolt-ampere si sono collocate su una forchetta di prezzo compresa tra i 27.700 e i 32.300 euro per singolo megavolt-ampere. La capacità manifatturiera globale ha registrato l’ingresso sul mercato di 90 gigavolt-ampere di nuova potenza produttiva nel 2025, ma il vero balzo in avanti è atteso nel triennio compreso tra il 2026 e il 2028.
Oltre il 35% di questa nuova capacità produttiva sarà localizzato negli Stati Uniti, che rappresentano attualmente il più grande importatore mondiale di trasformatori e che continueranno a dipendere dai flussi esteri anche al termine di questa imponente ondata manifatturiera.
Reti elettriche e dinamiche geopolitiche dei flussi commerciali
Le tensioni tra una domanda in fortissima crescita e una capacità produttiva interna insufficiente hanno ridefinito la mappa geografica del commercio di componenti elettrici, spingendo l’Europa verso una marcata dipendenza dai mercati asiatici e mediorientali. Se nel 2015 l’Europa era un esportatore netto strutturale, arrivando a esportare verso i paesi extra-europei un volume di trasformatori oltre tredici volte superiore rispetto alle importazioni, lo scorso anno il saldo si è quasi azzerato, con le esportazioni che hanno superato le importazioni di appena il 10%.
Oggi l’importazione di apparecchiature da mercati terzi copre circa il 42% del fabbisogno europeo di trasformatori di potenza e il 41% di quelli di distribuzione. La Cina è diventata il primo partner commerciale per volume, affiancata da una crescita straordinaria della Turchia, le cui esportazioni verso il mercato europeo sono aumentate di quasi otto volte nell’ultimo decennio, e dall’India, emersa come fornitore strategico secondario a partire dal 2020. Una dinamica del tutto simile interessa il comparto dei conduttori in alluminio con anima in acciaio utilizzati per le linee aeree, dove i fornitori extra-europei controllano ormai il cinquantaquattro per cento del mercato complessivo.
Sul fronte nordamericano, gli Stati Uniti stanno assorbendo enormi volumi produttivi dal Messico e dal Brasile, oltre a registrare una forte accelerazione degli acquisti dalla Corea del Sud per le unità di trasmissione di dimensioni più elevate.
Fattori di rischio e sfide strutturali tra materie prime e competenze umane
Nonostante l’enorme mole di investimenti messi in campo a livello globale, il definitivo superamento della crisi di capacità e l’avvio di una reale deflazione dei prezzi restano soggetti a forti elementi di incertezza. Il primo ostacolo strutturale è rappresentato dalla grave carenza di manodopera specializzata. Le aziende manifatturiere faticano a reperire ingegneri e operai qualificati in possesso delle competenze necessarie per rendere operative le nuove linee di produzione automatizzate o i siti industriali appena ampliati.
Il secondo fattore di instabilità risiede nell’andamento fortemente volatile dei mercati delle materie prime fondamentali per l’industria elettromeccanica, quali il rame, l’alluminio, l’olio isolante e l’acciaio magnetico a grani orientati, i cui costi di acquisto si riflettono direttamente sui margini dei produttori e sui contratti finali di fornitura. Infine, sebbene l’adozione su larga scala dei sistemi di accumulo a batteria e l’integrazione di tecnologie digitali avanzate per la gestione dinamica delle linee possano contribuire a ottimizzare l’efficienza degli asset esistenti riducendo parzialmente l’intensità degli investimenti di rete tradizionali, il quadro fondamentale della domanda globale di apparecchiature per la trasmissione e la distribuzione elettrica rimane solido e privo di rischi di ridimensionamento nel medio termine.
La riconfigurazione delle infrastrutture energetiche si conferma così come uno dei pilastri centrali e più complessi dell’intera pianificazione macroeconomica globale dei prossimi decenni.
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