REGGIO CALABRIA C’è un appartamento al civico 8 di via Sbarre Superiori, nel rione Marconi, che Francesco Ventura non varca dal 6 marzo 2013. Gliel’hanno tolto con la forza, in un pomeriggio. Da allora denuncia, scrive, bussa alle porte delle istituzioni. Tredici anni dopo, il 26 maggio, la Squadra Mobile esegue trentuno misure cautelari su richiesta della Dda per traffico di stupefacenti: la piazza di spaccio era proprio lì, nel condominio di via Sbarre Superiori. Ventura aspettava questa conferma da anni. «Ho lanciato l’allarme nel 2016. Nessuno ha voluto raccoglierlo». La famiglia Ventura aveva ottenuto quell’alloggio nel rione Marconi tramite un bando del 2001 riservato alle forze dell’ordine, in virtù del servizio del padre assistente capo della Polizia penitenziaria. Per dieci anni, una vita tranquilla. Poi, attorno al 2011-2012, con l’avvio da parte del Comune della dismissione del patrimonio edilizio popolare, qualcosa cambia. I Ventura partecipano regolarmente al bando, versano mille euro di caparra per acquistare quell’appartamento che è casa loro da un decennio, firmano il contratto e attendono il rogito. Sono in regola, su tutto. Nel frattempo, però, cominciano gli avvertimenti: la cassetta della posta distrutta, la macchina danneggiata, poi una proposta esplicita — lasciare quell’alloggio e trasferirsi altrove. «A mio padre lo hanno avvicinato per convincerlo ad andare a vivere in un alloggio occupato ad Arghillà e lasciare quello del Marconi», a parlare è il figlio Francesco che da anni si batte per avere giustizia e per far capire cosa c’è dietro le occupazioni degli alloggi popolari. Il padre, trent’anni in Polizia e una medaglia d’argento sulle spalle, va a denunciare.
Il 6 marzo 2013 la famiglia esce di casa. Al ritorno trovano uno scenario devastante: oltre venti persone hanno occupato l’appartamento, devastandolo. Mobili, vestiti, ogni cosa — persa o distrutta. Ma non sono gli oggetti in sé a bruciare di più. «Abbiamo perso le fotografie, abbiamo perso tutto», dice Francesco Ventura. I ricordi, le immagini di una vita familiare normale — quelle non si ricomprano, non si riavranno mai più.
Il processo, il Comune, il muro di gomma
Il procedimento penale che ne segue vede condannare in primo grado, nel maggio 2022, Patrizio Bevilacqua — oggi tra gli arrestati del 26 maggio — e Anna Maria Boemi per estorsione aggravata. La sentenza riconosce che, mediante furti reiterati, violazioni di domicilio e minacce, i due avevano costretto i Ventura ad abbandonare l’alloggio loro legittimamente assegnato. In appello, nel luglio 2025, la Corte di Reggio Calabria ribalta quasi tutto. Bevilacqua e Boemi vengono assolti dai reati di furto in abitazione perché, secondo i giudici, non ci sono elementi probatori sufficienti a collegarli direttamente a quelle condotte. Il reato principale — l’estorsione — viene riqualificato in violenza privata aggravata. Ma la Corte stessa, nelle motivazioni, riconosce che le minacce erano reali: gli occupanti si erano stabilmente insediati nell’alloggio, agivano per impedire ai Ventura di rientrare, arrivando persino a tentare di occupare l’appartamento dove la famiglia cercava riparo. Nonostante questo riconoscimento, il reato viene dichiarato estinto per prescrizione — maturata, dettaglio agghiacciante, già prima della sentenza di primo grado. Le statuizioni civili vengono revocate: nessun risarcimento per i Ventura. «Sono tredici anni che abbiamo spinto. C’è stato un muro di gomma», dice Francesco Ventura. E ora attende di sapere se la Procura ricorrerà in Cassazione.
La vicenda era già approdata, nel 2016, davanti alla Commissione Consiliare Speciale «Controllo e Garanzia» del Comune di Reggio Calabria, su iniziativa del consigliere Francesco Gangemi. Nel verbale della seduta del 7 aprile di quell’anno, il consigliere delegato al Patrimonio Edilizio Giovanni Minniti dichiarava apertamente di essere venuto a conoscenza di «un mercato delle case» illegale che riguardava circa 300 alloggi del patrimonio comunale, gestito da famiglie che minacciavano, occupavano e allontanavano i legittimi assegnatari. «Il Settore Patrimonio Edilizio ha assegnato le case a chi non competeva», affermava Minniti. Tutti concordavano: il caso Ventura non era isolato. Si parlò di task force interistituzionale, di atti di indirizzo, di interventi urgenti. Poi, il silenzio.
«L’allarme lo avevo già lanciato»
Ventura aveva capito il meccanismo e lo aveva scritto. «Le occupazioni vengono fatte in maniera tale che ci sia una massa critica di appartenenti allo stesso clan in un singolo punto», spiega. «Altrimenti non potrebbero fare pressione alle forze dell’ordine, o intimidire le altre persone presenti nei paraggi». Gli alloggi popolari, in questa logica, non sono solo un tetto: sono strumento di consolidamento territoriale della cosca. Oggi che gli arresti confermano quanto denunciato da anni, Ventura non prova soddisfazione. «Nessuno ci ha chiamato, nessuno ci ha interpellato», dice. Ha provato a contattare la Procura: «Ho mandato una pec, ma mi è stato risposto che devo seguire una procedura diversa. Una risposta molto burocratica». Il punto, insiste, va oltre la sua storia personale. «C’è una irresponsabilità molto importante, sia istituzionale che politica. Il Comune era ed è al corrente di tutto. L’Amministrazione ha volontariamente abdicato e queste sono state le conseguenze. Io ho denunciato, ma non ho visto lo Stato. Siamo rimasti soli».
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Redazione Corriere
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