Dopo l’abbattimento dell’Apache, le forze Usa hanno colpito sistemi di difesa aerea, stazioni di controllo a terra e siti radar di sorveglianza. Il presidente Usa: «Gli iraniani sono dei bulli, torneremo a colpire in maniera molto forte». Subito dopo evoca la fine di ogni conflitto. In fiamme una petroliera al largo dell’Oman
«Attaccheremo l’Iran in maniera molto forte anche oggi». Promesse di guerra, promesse di pace messe in sequenze nello stesso respiro: è questo il mondo di Donald Trump. Dopo giorni, settimane e anzi ormai mesi, di ping pong con la bozza d’accordo che il mondo aspettava come Godot, torna il fuoco tra Usa e Iran, e torna forte. L’Iran brucia per un Apache.
Per l’elicottero statunitense abbattuto due giorni fa da un drone dei Pasdaran mentre pattugliava lo Stretto di Hormuz. Palazzi in fumo, polvere di rovine e macerie sono le «conseguenze» che deve pagare Teheran per aver perso tempo con il documento d’intesa: le ha chiamate così il presidente americano, che ha ordinato le operazioni militari a tappeto e ne promette di nuove contro l’esercito sciita, «bullo del Medio Oriente».
Il tycoon si vanta già di averlo ammazzato, mentre sostiene che altri attacchi li scatenerà nelle prossime ore, probabilmente contro centrali e ponti iraniani.
Obiettivi sensibili
Un’alba di fuoco. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha ordinato quelli che ha definito «attacchi di autodifesa» presentandoli una «risposta proporzionata» alle rappresaglie dei Pasdaran. Nel mirino dei proiettili a stelle e strisce sono finiti «sistemi di difesa aerea, stazioni di controllo a terra e siti radar di sorveglianza». Gli americani si sono concentrati con i loro balistici contro un triangolo strategico dello stretto di Hormuz: l’isola di Qeshm, la città portuale di Bandar Abbas e la contea di Jask, sede di un importante e strategico porto commerciale, posizionato all’imbocco orientale dello Stretto.
La Casa Bianca ha scatenato le esplosioni e la sete in Iran. I bombardieri di Washington hanno colpito due impianti idrici, lasciando senz’acqua potabile circa ventimila persone in almeno dieci villaggi tra Jask e Sirik, dove sono stati centrati e resi inutilizzabili i bacini che alimentavano le comunità di Bemani e Kouhestak. Non sono solo le fiamme degli attacchi a far aumentare la temperatura sciita dove l’estate il termometro sfiora i 50 gradi.
Manca l’acqua mentre il paese si era già trasformato, in questa stagione, in una fornace all’ombra dei deserti. Adesso tecnici e operai lavorano senza sosta per arginare l’emergenza, ma l’acqua che resta nei depositi sotterranei non basterà a soddisfare il fabbisogno della comunità, ha spiegato Abdolhamid Hamzehpour, alto funzionario della compagnia idrica nazionale. Adesso a correre sono le autocisterne. L’acqua viene distribuita attraverso convogli d’emergenza per evitare vittime.
Nessuno può tacciare i Guardiani di non mantenere le loro promesse: avevano già giurato che nessun attacco sarebbe rimasto «senza risposta». E quelle promesse hanno attraversato i cieli del Golfo nelle scie di fuoco dei missili lanciati contro le basi americane della regione, lampi immortalati dai satelliti mentre squarciavano l’oscurità. I Pasdaran rivendicano di aver «inflitto gravi danni alle basi e alle infrastrutture fonte di questi attacchi»: hanno mirato anche alla base Al Azraq, nel nord della Giordania, con missili a lungo raggio che avevano nei mirino gli hangar che ospitavano quasi 20 caccia F-35.
Colpiti i siti Usa anche in Bahrein (anche la quinta flotta Usa al largo) e Kuwait. La guerra di iraniani e americani è diventa la guerra di tutti: sirene suonano fino all’Oman dove una petroliera che trasportava greggio sciita è andata in fiamme dopo che ha rifiutato l’alt degli Usa.
A disegnare scie di luce nel cielo non soltanto i missili iraniani, ma anche i sistemi di difesa delle petromonarchie del Golfo, entrati in azione per intercettare i vettori in arrivo e proteggere le installazioni disseminate nella regione. Il fuoco incrociato ha provocato la rabbia dei vicini regionali: il ministero degli Esteri egiziano ha condannato «con la massima fermezza» gli attacchi iraniani contro Giordania, Bahrein e Kuwait; stanno provocando «una pericolosissima escalation che minaccia la sicurezza e la stabilità dell’intera regione». Il dicastero emiratino li ha definiti «attacchi terroristici»; in Qartar parlano di «flagrante violazione delle norme del diritto internazionale».
Nessuno è più cauto: né iraniani, né americani. In terra e cielo i confini vengono varcati, con immediatezza violenta, e la strategia muta di ora in ora con equilibrio instabile: insieme ai serbatoi d’acqua, sembrano saltati quelli della pazienza strategica. «Il cessate il fuoco è più che altro un fuoco sopito»: il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, teme il ritorno alla «guerra totale» in Medio Oriente.
«Qualsiasi aggressione riceverà una risposta diretta e decisa», immediata e decisa. Come i Pasdaran lo aveva promesso anche il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, secondo cui la vittoria finale è vicina e «questa battaglia continua». Gli ha fatto eco anche il ministero degli Esteri Araghchi, che ha avuto colloqui telefonici con i suoi omologhi in Arabia Saudita e Turchia.
Repressioni iraniane
Sulle spalle dell’attivista ed ex professore all’Università di Teheran, Sadegh Zibakalam, nuove accuse: è stato arrestato per un’intervista. Ha toccato i Khamenei: il padre l’ha definito «la spina dorsale degli estremisti», mentre suo figlio – che ha ereditato il ruolo di guida suprema – come debole. Un altro fragile – o quanto meno oscillante – sembra quello che vuole far tornare l’Iran alla preistoria, farlo saltare in aria ancora ed ancora, ma per il suo compleanno ha detto di desiderare un regalo: «La pace nel mondo». Il 14 giugno Trump soffierà su ottanta candeline. E continuerà a soffiare anche sulla mappa iraniana. Guerra, pace e boom.
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LUCIA MALATESTA
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