Il calcio è lo sport più geopolitico di tutti. Per questo i Mondiali 2026 si apprestano a essere uno specchio popolare e mediatico di tutte le tensioni internazionali che in questi mesi hanno sempre dominato le cronache. A partire dalla guerra tra Stati Uniti e Iran, che durante l’organizzazione del torneo aveva aperto addirittura a una clamorosa esclusione della Nazionale persiana. Alla vigilia dell’avvio ufficiale della competizione, nel Messico ospitante si sono registrati disordini legati (alla lunga) all’avversione strategica a Washington e alle dispute di confine e migrazione. Per non parlare di episodi da film, eppure realissimi, come quelli dell’arbitro somalo fermato al confine e delle squadre di Uzbekistan e Senegal perquisite con metal detector.
I Mondiali di calcio dell’era Trump
Com’è arcinoto, la Coppa del Mondo 2026 si giocherà tra Stati Uniti, Messico e Canada, per la prima volta nella sua storia in tre nazioni. E per la prima volta dall’interruzione delle edizioni durante la Seconda Guerra Mondiale, il pianeta non era mai stato così vicino a vedere la Terza.
Prima ancora dei gol e delle partite, a dominare le cronache sono visti negati, controlli alle frontiere, interrogatori negli aeroporti, proteste di piazza e tensioni diplomatiche.
Niente di più trumpiano, potremmo dire. La stretta dell’attuale amministrazione americana su immigrazione, economia e relazioni internazionali e la condotta imprevedibile del presidente sono la cornice più evidente di tutte le tensioni che hanno già iniziato a manifestarsi.
In un frangente in cui gli Usa stanno perdendo la loro presa sul mondo, pur dominando ancora i mari globali e restando superpotenza, i Mondiali sono un elemento di soft power molto forte per rilanciare la propria immagine.
Attraverso l’organizzazione del torneo iridato, Washington intende porsi di nuovo al centro della narrazione di faro dell’Occidente e di terra delle opportunità e del rispetto di ogni diversità.
In realtà sta emergendo l’esatto opposto, come inevitabile conseguenza della contraddizione tra un governo federale che promuove un nuovo (impossibile) isolazionismo e il contemporaneo coinvolgimento americano nelle guerre più temibili del nostro tempo, dall’Ucraina al Medio Oriente.
Iran-Usa, il possibile incrocio che fa tremare la Fifa
Gli dei del calcio a volte sanno essere davvero bizzosi. Come nel Mondiale 1986 fecero incontrare in campo Inghilterra e Argentina, dopo la disputa militare sulle Isole Falkland, in questa edizione potrebbero preparare la più sensibile delle sfide: quella tra Stati Uniti e Iran.
Il Team Melli (soprannome della Nazionale iraniana, ndr) si presenta al Mondiale nel pieno delle tensioni tra Teheran e Washington, rilanciate dai nuovi bombardamenti delle ultime ore.
La squadra mediorientale ha dovuto rinunciare al previsto ritiro in Arizona e ha spostato la propria base operativa a Tijuana, in Messico, a pochi chilometri dal confine statunitense.
La scelta non è casuale. Diversi membri dello staff iraniano non avevano ottenuto il visto e la federazione aveva formalmente protestato. Per le partite da disputare negli Stati Uniti, la squadra sarà costretta a entrare e uscire dal Paese con procedure particolarmente restrittive.
Sul piano squisitamente sportivo è però un altro lo scenario che alimenta l’attenzione mediatica. Il possibile incrocio tra le squadre di Iran e Stati Uniti potrebbe avvenire dopo i gironi, cioè nella fase a eliminazione diretta.
Gli americani sono inseriti nel Gruppo C, mentre i persiani nel Gruppo D. Se i risultati dovessero premiarli, il tabellone dice che potrebbero scontrarsi agli ottavi di finale. E cioè il 3 luglio a Dallas.
Il caso dell’arbitro somalo respinto alla frontiera
L’episodio che forse più di tutti ha acceso il dibattito internazionale riguarda Omar Abdulkadir Artan, considerato uno dei migliori arbitri africani e selezionato dalla Fifa per dirigere al Mondiale.
Artan sarebbe dovuto diventare il primo direttore di gara somalo della storia a partecipare a una Coppa del Mondo. E invece è stato fermato all’aeroporto di Miami.
Nonostante fosse in possesso di un visto valido e della documentazione ufficiale, le autorità statunitensi gli hanno negato l’ingresso nel Paese e lo hanno rimandato indietro. La Fifa ha successivamente confermato che non potrà prendere parte al torneo.
Secondo le autorità statunitensi, il provvedimento sarebbe stato legato a non meglio precisate procedure di verifica. La Somalia ha espresso forte delusione, consapevole della valenza strategica del Corno d’Africa per gli Usa.
In seguito al riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, Donald Trump si era inizialmente opposto a un analogo passo da parte degli Stati Uniti, salvo poi ritrattare parzialmente dichiarando che Washington avrebbe valutato attentamente l’ipotesi.
A tali affermazioni ha tuttavia fatto seguito un comunicato del Dipartimento di Stato che riaffermava il sostegno statunitense all’integrità territoriale della Somalia. Una contraddizione soltanto apparente, sulla scia di quella che porta gli Stati Uniti a non riconoscere formalmente Taiwan ma a difenderla con tutte le forze.
Aymen Hussein e le sette ore di interrogatorio
Quello dell’arbitro somalo non è stato di certo l’unico caso. Aymen Hussein, stella della Nazionale irachena e uno dei giocatori più rappresentativi del calcio mediorientale, è stato trattenuto e interrogato per circa sette ore all’aeroporto O’Hare di Chicago.
Secondo le ricostruzioni circolate nei giorni scorsi, il suo telefono è stato sequestrato temporaneamente per controlli e l’intera delegazione irachena è stata sottoposta a verifiche approfondite.
Lo stesso attaccante avrebbe espresso pubblicamente il proprio disagio chiedendosi perché organizzare un Mondiale se l’accoglienza verso alcuni partecipanti risulta poi così complessa.
La vicenda ha alimentato le polemiche soprattutto perché l’Iraq rappresenta una delle storie sportive più affascinanti del torneo, tornato a giocare una Coppa del Mondo dopo anni di difficoltà politiche e sportive.
Visto da un’ottica geopolitica, l’Iraq è però un punto fermo della politica mediorientale degli Usa fin dall’invasione compiuta nei primi Duemila. Vi sorgono importanti basi statunitensi e al tempo stesso è attraversato da milizie sciite afferenti all’Iran.
I visti dello svizzero Embolo e dei tifosi della Scozia
Le tensioni geosportive non riguardano però soltanto Medio Oriente e Corno d’Africa. Anche Breel Embolo, attaccante della Svizzera, ha dovuto affrontare problemi legati all’autorizzazione Esta necessaria per entrare negli Stati Uniti. La situazione è stata successivamente risolta, ma il caso ha riacceso il dibattito sulla severità dei controlli a stelle e strisce.
Come del resto è accaduto anche quando alcuni tifosi scozzesi si sono visti revocare autorizzazioni già approvate, costringendoli a richiedere appuntamenti d’emergenza presso l’ambasciata statunitense a Londra. La questione è arrivata persino al dibattito politico nel Regno Unito.
A questi membri della cosiddetta Tartan Army è stato chiesto di fornire la prova di una fedina penale pulita, anche a coloro che avevano viaggiato di recente negli Stati Uniti con lo stesso Esta presentato per assistere ai Mondiali.
“Portate droga?”, i controlli a Senegal e Uzbekistan
Un altro episodio assai controverso riguarda inoltre il trattamento riservato alle delegazioni di Senegal e Uzbekistan, sottoposte a controlli straordinari e a procedure di sicurezza considerate da molti eccessive rispetto agli standard normalmente adottati nei grandi eventi sportivi internazionali.
La squadra uzbeka, allenata dal “nostro” Fabio Cannavaro, sono stati perquisiti appena atterrati all’aeroporto di New York prima di giocare un’amichevole contro l’Olanda. Quest’ultima, invece non ha subìto alcun trattamento del genere.
La giustificazione addotta dalle forze dell’ordine era legata a un potenziale traffico di droga, anche per quanto riguarda la squadra senegalese. La mossa dell’amministrazione Trump ha voluto dimostrare l’intransigenza securitaria del Paese anche nei confronti del minimo sospetto.
Le proteste in Messico e la tensione fuori dagli stadi
Anche il Messico, co-organizzatore della manifestazione insieme a Stati Uniti e Canada, sta vivendo settimane complicate. Nella capitale si sono registrate manifestazioni e proteste contro i costi dell’evento, la gestione degli spazi urbani e alcuni interventi legati alla preparazione del torneo.
Il malcontento di parte della popolazione si è tradotto in contestazioni pubbliche che hanno coinvolto anche installazioni e simboli collegati alla Coppa del Mondo.
Le autorità messicane hanno rafforzato le misure di sicurezza per evitare che le proteste possano interferire con lo svolgimento delle partite, ma il clima resta più teso rispetto a quello che solitamente accompagna una manifestazione calcistica.
ANSA
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