Nei ciclo dei rifiuti s’è scatenata una “guerra” tra Regione Lazio e Società Ambiente Frosinone (Saf) del tutto inedita e già finita a carte bollate. Una contrapposizione clamorosa tenuta fino ad oggi nel segreto dei carteggi degli uffici competenti. Il fatto è che nel 2025, nonostante le difficoltà ed i problemi gestionali denunciati anche dalle nostre pagine, la Saf è riuscita a tagliare del tutto i conferimenti in discarica, rendendo in pratica completamente inutile per la provincia di Frosinone la riapertura del sito di Roccasecca. Allo stesso tempo ha anche fermato le lavorazioni di immondizia romana, asset sul quale per molti anni i cda del tempo si sono spinti per motivi di bilancio, creando contrarietà e proteste degli ambientalisti e dei residenti, considerato l’ulteriore impatto legato al traffico di camion provenienti dalla capitale.
Adesso come si fa a riaprire Cerreto? Basta vietare S. Vittore
Tutto bene, si dirà. Se non fosse che la Regione punta invece alla riapertura del sito di Roccasecca – soprattutto per conferirvi scarti urbani dal resto del Lazio – senza contare che il sito di Cerreto – previsto nel piano rifiuti presentato di recente – è oggetto di un’operazione da 40 milioni di euro: somme che Acea Ambiente ha messo sul tavolo per acquistarne la proprietà. Quindi l’assenza potenziale dei rifiuti della provincia di Frosinone rischierebbe di mandare in fumo i business plan della multiutility posseduta al 51% dal Campidoglio.
Ma la contromossa non è poi così complicata. Visto che quel che non viene ammassato e interrato finisce nel termocombustore di San Vittore, lo strumento tecnico principale per far saltare i piani Saf alla fine è semplice e qualcuno dalla Regione non ha esitato a metterlo in pratica.
Cifre alla mano, infatti, l’ultimo piano sui flussi firmato dalla Pisana contiene, una verità inquietante: il termovalorizzatore di San Vittore chiude le porte all’azienda pubblica dei Comuni ciociari proprio mentre i privati delle altre province fanno il pieno di quote di incenerimento. C’è un filo sottile, fatto di delibere regionali e decreti, che rischia di soffocare la gestione pubblica dei rifiuti nel Lazio meridionale. Un gioco di incastri e “ripartizioni” che si traduce in un verdetto duro per la provincia di Frosinone: subire l’impatto ambientale delle strutture senza poterne utilizzare i benefici.
Così via Colombo affossa il modello “niente indifferenziato”
Per individuare il bandolo della matassa bisogna, però, partire dai documenti che la governance della Saf Spa s’è vista costretta ad impugnare davanti al Tar: al centro dello scontro ci sono la Deliberazione di Giunta n. 591 del 2025 e le successive determine della Direzione Regionale Ambiente. Atti che, sulla carta, dovrebbero garantire l’autosufficienza dei territori. Nei fatti – confida un tecnico e conoscitore dei meccanismi del comparto -, sembrano scritti dai potenti del settore per liquidare la concorrenza del pubblico. Del resto l’impianto pubblico si è impegnato a trasformare l’intero flusso dei rifiuti dei Comuni soci in materia riciclata e combustibile (CSS) e ad avviare al recupero energetico lo scarto che prima andava in discarica. “Un modello di economia circolare da manuale”, giura un tecnico del settore.
Eppure sarebbe proprio questo mix inatteso e quasi miracolosamente “virtuoso” a essere entrato nel mirino di chi – da Roma – ha iniziato da tempo a frequentare le province del Lazio meridionale anche per dare una “sistemata” al comparto immondizia. Queste “sistemate” del centro sulla periferia di solito, bisogna ricordare, sono molto politiche e poco tecniche e meno che mai coincidenti con gli interessi dei territori e dei cittadini che chiedono meno inquinamento e Tari sostenibile.
Il taglio del 40% delle quote di conferimento in inceneritore imposto dalla Regione Lazio non si risolve dunque solo in un danno economico: ha le sembianze di un sabotaggio ambientale. Vietando alla Saf di conferire il CSS a San Vittore, la Regione blocca la filiera del recupero energetico e costringe l’azienda pubblica a fare un salto all’indietro di dieci anni. La conseguenza politica e sociale è preoccupante: la Ciociaria sarà costretta a dirottare nuovamente i rifiuti sotto terra, accelerando la riapertura della discarica di Roccasecca.
Il gioco delle quote di San Vittore e il “mistero” di Latina
Il termovalorizzatore di San Vittore del Lazio è autorizzato a bruciare 400 mila tonnellate di CSS all’anno. Ma alla Ciociaria, che da anni ne sopporta il peso infrastrutturale, la Regione concede le briciole: appena 36mila tonnellate. Poco più del 10% dell’intera capacità dell’impianto. Il sospetto che non si tratti di un errore di calcolo ma di una precisa spinta si fa strada analizzando la Determinazione n. G05617. Quando si è trattato di ridistribuire le 24.826 tonnellate liberate dall’impianto romano della società privata E. Giovi, la Direzione Regionale ha diviso la torta tra quasi tutti gli impianti del Lazio. L’unica esclusa? La Saf. Al contrario, la confinante provincia di Latina ottiene un trattamento di favore: ai Comuni pontini sono state assegnate oltre 100mila tonnellate di capacità a San Vittore, una cifra che supera persino il reale fabbisogno di quel territorio.
Ma la “punizione” romana non riguarda solo le quote di incenerimento, investe direttamente la già precaria stabilità finanziaria dell’ente. Era il giugno dello scorso anno quando sui media partì il battage sul bel gesto della giunta regionale sui conguagli per i maggiori oneri del trattamento rifiuti che ammontavano in totale a circa 14 milioni di euro. Senza l’intervento regionale, questa spesa – si rimarcava – avrebbe rischiato di portare al default molti enti locali. Ma per fortuna che l’assessore al Bilancio c’è: l’esecutivo approva una legge regionale (numero 15 dell’8 agosto 2025) sulla base della quale viene pevista l’erogazione a fondo perduto delle somme dovute dai comuni direttamente alla Saf, tutelando sia i bilanci degli enti, sia la stabilità della società. Lanci d’agenzia, dichiarazioni tv, notizie d’apertura sui siti, sorrisi e gran pacche sulle spalle a favore di flash.
La “punizione” da 14 milioni di euro: quei fondi promessi e spariti
Com’è finita? Quei 14 milioni dopo un anno non sono né arrivati alla società di Colfelice e manco alle amministrazioni comunali interessate. In compenso la procura della Corte dei Conti ha aperto una bella indagine per vederci chiaro: ha fissato in 30 giorni il termine per ottenere i documenti sulla pratica sia alla Ragioneria regionale che alla Direzione ambiente.
Conclusione? Probabilmente siamo di fronte a uno scontro di sistema. Da una parte c’è un management pubblico che ha fatto quel che poteva per limitare i danni finanziari ed anche ambientali sul territorio. Dall’altra ci sono le grandi manovre dei colossi privati dell’immondizia — spalleggiati evidentemente da pezzi della burocrazia regionale, con attivi simpatizzanti politici — che vedono nel modello “rifiuti zero” un ostacolo ai loro piani di monopolio. Ecco perché la battaglia dell’attuale cda Saf appare alla fine dei conti sempre più solitaria e fragile tra gli scossoni generati dall’agitarsi di interessi solidi.
Lungo le rive del Melfa, a Roccasecca, le ruspe torneranno a stipare sovvalli nel quinto bacino con scarti provenienti da tutto il Lazio, mentre dalle altre province centinaia di tir viaggeranno indisturbati per bruciare i propri rsu nelle quattro linee di incenerimento di Acea Ambiente, con le ciminiere fumanti sull’ultimo lembo di Lazio. I territori salubri e moderni davvero vengono trattati così?
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Stefano Di Scanno
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