Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente
Ha detto poi che, dopo l’arresto dei Graviano (27-1-94), continuò ad incontrarsi con Bagarella e Matteo Messina Denaro. Al posto dei Graviano si presentavano agli appuntamenti Cannella Cristofaro, Giorgio Pizzo e Nino Mangano (a volte tutti insieme, altre volte separatamente). In alcune occasioni fu presente anche Giuseppe Ferro. Questi incontri avvenivano a Borgo Molara, nel fondo Patellaro. Fu proprio nel corso di una di queste riunioni che sentì parlare, concretamente, per la prima volta, di un attentato contro Salvatore Contorno.
Si giunse, poi, verso il mese di marzo del 1994 (circa un mese prima del ritrovamento dell’esplosivo a Formello, ha detto), allorché Bagarella gli fece richiesta di sei-sette kg di esplosivo.
La richiesta gli fu fatta perché «il gruppo, chi gestiva al nord questi fatti» aveva individuato Contorno e ne aveva studiato i movimenti, mettendosi in condizione di colpirlo. Per farlo abbisognava, però, di esplosivo diverso da quello già utilizzato nelle stragi del 1993 e nell’attentato al dr. Borsellino, per evitare che gli investigatori facessero pericolosi collegamenti.
Egli fornì allora sei-sette Kg di gelatina, che si procurò attraverso il dr. Antonino Di Caro, «reggente» di Agrigento.
Questa gelatina non passò per le sue mani, e nemmeno per il deposito che egli possedeva in contrada Giambascio, perché Di Caro, su suo suggerimento, la recapitò direttamente a Giorgio Pizzo.
Solo dopo l’attentato a Contorno seppe, però, in che occasione era stato utilizzato questo esplosivo. Glielo riferirono prima Bagarella e Fifetto Cannella (forse anche Nino Mangano) e poi, a distanza di tempo, nel 1995, Matteo Messina Denaro.
Ha aggiunto poi che, dopo un primo tentativo andato a vuoto contro Contorno, ci fu un’altra richiesta di esplosivo, sempre per attentare a Contorno, ma non ricorda se egli la esaudì o meno. Non ha escluso di aver dato a Monticciolo Giuseppe un incarico analogo a quello dato a Michele Traina in relazione alla prima richiesta di esplosivo.
Contorno doveva essere ucciso, ha precisato, perché era, inizialmente, vicino a Stefano Bontade; perché era tornato a Palermo nel 1989, come collaboratore, per far arrestare dei latitanti e commettere altri omicidi; perché aveva ucciso il padre di Giuseppe Graviano e il fratello di Gaspare Spatuzza.
Confidenze di Messina Denaro e di Gaspare Spatuzza
Ha aggiunto di aver riparlato di stragi con Matteo Messina Denaro nel 1995, dopo l’arresto di Bagarella (25-6-95). Lo rivide, infatti, 4-5 volte nella seconda metà del 1995 e varie altre volte agli inizi del 1996.
Nel corso di questi incontri Messina Denaro gli disse di aver partecipato personalmente alle stragi e che queste erano state fatte per «avere qualche contatto» con lo Stato. Gli fece capire, comunque, che «lui non aveva nessun tipo di contatto». Ecco cosa ha detto al riguardo: «Lui, vero o non vero, mi diceva che era uno di quelli che ha partecipato alle stragi, però non sapeva di contatti con apparati dello Stato.Perlomeno lui non aveva nessun tipo di contatto.
Mi diceva, dice: ‘sì, abbiamo fatto, però senza nessun aggancio’.
Ora, non è detto che era la verità. Non è detto perché mi voleva deviare, sapeva qualche cosa e non me lo ha detto, questo so e questo gliel’ho sempre detto e dirò sempre questo».
In una occasione chiese al Messina Denaro in che modo avevano individuato gli obiettivi delle stragi e Messina Denaro gli disse che li avevano individuati «tramite le guide turistiche»(«Io, quando gli chiedo e mi risponde in quella maniera, cioè, come mai avete scelto queste cose, gli chiedo questo fatto perché con me non c’era il programma iniziale, quello… cioè, colpire questi obiettivi.
Al che dice: ‘abbiamo deciso così e abbiamo individuato gli obiettivi tramite le guide turistiche. Abbiamo individuato questi fatti per ragionamenti che hanno fatto loro’).
In questa occasione Messina Denaro gli disse anche che all’epoca, nel 1993, avevano messo gli occhi pure sul tempio di Selinunte e che c’erano persone disposte a distruggerlo, come Benedetto Capizzi e Antonio De Caro.. Ha detto, infatti: «E del fatto di Selinunte però io non so quando è stato ideato. Però io vengo a saperlo poi nel ’95, quando io chiedo a Messina Matteo Denaro: ‘ma come avete individuato questi obiettivi, come siete riusciti a individuare questi fatti, qual era lo scopo.
Cioè, come vi siete organizzati?’, e lui mi risponde che gli obiettivi li hanno individuati tramite i depliant, consultando dei depliant…
Pubblico ministero: Materiale turistico, guide, pubblicazioni…
Imputato Brusca G.: Materiale turistico, sì. Riviste…
Pubblico ministero: … questa roba qui.
Imputato Brusca G.: Sì.
Pubblico ministero: E come ci rientrava il tempio di Selinunte in questa confidenza che le fece Messina denaro?
Imputato Brusca G.: Selinunte… Selinunte, per dire che c’era il progetto anche a Selinunte. Selinunte non c’era bisogno di consultare i depliant, perché si conosceva in Sicilia. Non c’era bisogno di andare a cercarlo su…
Pubblico ministero: Ma questo voleva dire che qualcuno aveva messo gli occhi a suo tempo sul tempio di Selinunte?
Imputato Brusca G.: Su Selinunte, sì. E…, Selinunte è Trapani…»
Sempre in quel periodo (tra la fine del 1995 e gli inizi del 1996) Messina Denaro gli parlò del suo amico Scarano, che «si stava facendo l’ergastolo», ma non collaborava. Si dimostrò sicuro sulla tenuta di Scarano verso gli investigatori.
Si videro, in questo caso, a Salemi: «Fu, credo, in questa occasione, che il Messina Matteo Denaro, menzionò il nome di Scarano dicendo: ‘l’amico mio l’ho coinvolto, senza che lui ci interessava niente, si mette a disposizione, si sta facendo l’ergastolo, ho rovinato anche il figlio’, se non ricordo male, ‘senza che nessuno glielo portava’.
Dice: ‘perché c’era bisogno su Roma, io avevo questa conoscenza e l’ho messo a disposizione’».
Ha detto, infine, che alla fine del 1995 sentì parlare, per la prima volta, di un fallito attentato all’Olimpico da Gaspare Spatuzza. Questi gli disse che, per fare l’attentato, aveva avuto il «permesso» da Giuseppe Graviano. Non ricorda chi dei due gli disse che alla rimozione dell’autobomba allo Stadio aveva contribuito Giaocchino Calabrò.
Anche questo attentato si inseriva nella scia di quelli volti a piegare lo Stato.
L’atteggiamento personale di Brusca sulle stragi. In conclusione del suo discorso il Brusca ha precisato, in sede di controesame, di essere sempre stato favorevole alle stragi per allentare il 41/bis. Lo fu nel 1993 e lo era ancora nel 1995, allorché pensò ad un rapimento del figlio del giudice Grasso; solo che nel 1993 egli fu portatore di altre proposte aggressive verso lo Stato, diverse da quelle poi concretamente poste in essere.
Ha detto, infatti, rispondendo ad un difensore: «Ma chi ha detto che non facevo fare le stragi?
Io volevo fare delle intimidazioni verso, contro lo Stato. Ma in un altro sistema, non quelle che poi sono state fatte. Tanto è vero che poi, nel ’95, volevo riprendere l’attività, ma sempre a modo mio.
Per esempio, quando volevo sequestrare… pensiero, non attuazione. Per dire: ‘ora, appena ci sistemiamo un pochettino, riprendiamo l’attività’, e volevamo sequestrare il figlio del dottor giudice Grasso, ma non per ucciderlo, per dirgli: ‘vai a dire a tuo padre questo, questo e quest’altro’, per poter allentare la situazione del 41-bis. E ne ho parlato con Nicola Di Trapani…
Avvocato Cianferoni: Scusi.
Imputato Brusca G.: Chiedo scusa. E con Salvatore Cucuzza, oggi collaboratore di Giustizia».
La Barbera Gioacchino (Entrato in cosa nostra nel 1981 nella «famiglia» di Altofonte – Arrestato il 23-3-93 – Collaborante dal mese di novembre 1993). Questo collaboratore ha dichiarato di essere stato molto vicino a Brusca, Bagarella e Gioè a partire da aprile del 1992 (in pratica, facevano quartetto fisso).
Dopo l’introduzione del «carcere duro» sentì parlare, sempre più frequentemente, nel gruppo cui apparteneva, di attentati contro i beni artistici e storici (tra cui la Torre di Pisa), contro gli agenti di custodia, contro le spiagge di Rimini (siringhe infette), contro il dr. Grasso e contro il dr. Caponnetto (di tutto ciò si è parlato nei paragrafi precedenti).
Questi discorsi, ha aggiunto, continuarono dopo l’arresto di Riina. Infatti, ancora nel febbraio-marzo del 1993 erano in preparazione attentati contro agenti della Polizia penitenziaria (i discorsi relativi a questi progetti furono intercettati nel suo covo di via Ughetti, dice La Barbera). Si parlava delle siringhe infette a Rimini1696 e della Torre di Pisa1697 ancora poco prima che egli e Gioè venissero arrestati (Gioè fu arrestato il 20-3-93; La Barbera fu arrestato il 23-3-93).
Il discorso sulla Torre di Pisa, ha precisato, non era accademico ma concreto: «Quando io dico Torre di Pisa, non è che è soltanto un fatto che… un fatto che se ne comincia a parlare; quando deve succedere una cosa, se ne comincia a parlare. Poi si comincia a lavorare fino a arrivare ai fatti, avvocato. Non ci siamo arrivati da parte nostra perché sono stato arrestato sia io che il Gioè per cui da quel momento in poi, non so più niente. Ma i discorsi si facevano prima del mio arresto».
Lo scopo di questi attentati in programma era sempre lo stesso: «ammorbidire un po’ lo Stato» per costringerlo a scendere a patti con «cosa nostra».
Buona parte di questi discorsi furono fatti, ha precisato, a Santa Flavia, a casa di Tani Sangiorgi, genero del cugino di Ignazio Salvo. Quanto alla fonte delle sue conoscenze, ha detto di aver appreso alcune cose da Gioè, col quale si accompagnava spesso (e sistematicamente dopo l’arresto di Riina, allorché andarono a vivere nella stessa casa di via Ughetti, a Palermo); di averne apprese altre direttamente in occasione delle riunioni cui partecipò (soprattutto quelle che si svolsero a Santa Flavia) ; di averne apprese tal altre ancora in occasione delle conversazioni svoltesi, alla sua presenza, tra Brusca e Bagarella.
Ricorda, in particolare, che, una quindicina di giorni dopo l’arresto di Riina, accompagnò Bagarella nella zona di Bagheria, dove questi si incontrò con Provenzano (egli non fu ammesso, però, alla conversazione). Bagarella tornò soddisfatto da quest’incontro. Si incontrò quindi con Brusca, al quale disse, in sua presenza, che «le cose andavano bene»; che Provenzano era d’accordo a continuare come prima. Dice infatti: «Ritornando da quest’incontro soddisfatto, ha comunicato a Brusca che c’ero pure, perché ero presente io, sia io che il Gioè, dicendo che le cose andavano, per come erano state dette prima: ‘che il paesano tuo era d’accordo. E di continuare con gli stessi discorsi che erano stati fatti prima’, così ha lasciato intendere a Giovanni Brusca.
Non era cambiato niente, questo voleva dire». All’esito di quest’incontro, Bagarella ebbe a dire: «Fino a quando c’è l’ultimo corleonese fuori, continua tutto come prima».
Ha detto di non sapere quante volte Bagarella e Provenzano si incontrarono in quel periodo.
Ha aggiunto, infine, che, dopo l’arresto di Riina, in una trasmissione televisiva Maurizio Costanzo espresse soddisfazione per l’arresto di Riina (disse: «Se bevevo, questa sera mi ubriacavo addirittura»).
Qualche giorno dopo questa trasmissione Brusca e Bagarella mandarono Antonino Gioè a Catania perché sollecitasse i catanesi ad uccidere Costanzo. Tornando da Catania Gioè disse che aveva parlato con Pippo Pulvirenti e che questi l’aveva assicurato che avrebbero organizzato un attentato al giornalista. Il Gioè fu mandato a Catania anche altre volte per sollecitare l’attentato.
Quando poi avvenne l’attentato a Costanzo (14-5-93) egli e Gioè si trovavano in carcere a Rebibbia. Tramite un certo Simone Benenati il Gioè gli mandò a dire. «Qualche cosa va». Intendeva dire che uno degli attentati in progetto era andato in esecuzione.
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Sentenza della Corte d’Assise di Firenze
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