La nuova via della decarbonizzazione industriale


La decarbonizzazione non viene più presentata come un insieme di vincoli burocratici penalizzanti per le imprese, ma come il vero e proprio motore della crescita e dell’autonomia strategica dell’Unione Europea. È questo lo scenario di riferimento analizzato dal report dell’osservatorio Decarbonization Policy and Technology della School of Management del politecnico di Milano, che traccia una dettagliata panoramica sullo stato dell’arte delle riforme normative e delle tecnologie pulite in Europa e in Italia. Gli sconvolgimenti geopolitici degli ultimi anni, esplosi prima con il conflitto in Ucraina e proseguiti con le persistenti tensioni in Medio Oriente, hanno messo a nudo le fragilità strutturali del continente.

decarbonizzazione
Foto di PHLAIR su Unsplash.

La risposta a questa complessa situazione economica e geopolitica è arrivata con l’introduzione del Clean Industrial Deal, varato dalla Commissione Europea. Questa nuova impostazione strategica stabilisce un principio fondamentale: l’impegno verso i target climatici fissati per il 2040 e il 2050 non è più negoziabile. La salvaguardia e lo sviluppo del comparto industriale europeo devono pertanto essere considerati un prerequisito imprescindibile.

La sfida dei numeri: declino del peso manifatturiero

I dati storici rielaborati all’interno dello studio evidenziano che l’Europa ha già compiuto sforzi eccezionali. Tra il 1990 e il 2024, le emissioni nette di gas a effetto serra nell’area dell’Unione Europea a 27 Paesi hanno registrato una contrazione drastica. Da poco più di 4,6 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente si è passati a un valore inferiore alle 3 miliardi di tonnellate, con un taglio complessivo pari a circa il 37%. All’interno di questo quadro complessivo, emerge la forte responsabilità geografica di cinque sole nazioni. Germania, Francia, Italia, Polonia e Spagna generano da sole ben il 67% delle emissioni totali dell’Unione. Questi Paesi si configurano come i territori chiave in cui l’accelerazione dei processi di decarbonizzazione risulta più urgente e determinante.

A fronte di questo percorso virtuoso sul piano ambientale, i dati sull’economia reale mostrano forti segnali d’allarme. In particolare per i comparti manifatturieri ad alta intensità energetica, i cosiddetti settori energy-intensive. Negli ultimi decenni si è assistito a una progressiva perdita di peso dell’industria manifatturiera sul Pil europeo. Le imprese del continente si trovano infatti a operare in uno scenario di svantaggio competitivo strutturale, caratterizzato da prezzi finali dell’elettricità e del gas stabilmente e sensibilmente superiori rispetto a quelli pagati dai loro diretti concorrenti internazionali, specialmente negli Stati Uniti e in Cina.

Un divario competitivo profondo che rischia di innescare pericolosi fenomeni di delocalizzazione industriale e di perdita di fette di mercato strategiche. Proprio per invertire questa tendenza ed evitare che l’Europa diventi un’area deindustrializzata, il legislatore europeo ha varato una serie di strumenti normativi d’urgenza.

Scudi industriali e acceleratori autorizzativi

Per frenare il declino industriale e recuperare terreno, la Commissione Europea ha adottato un provvedimento normativo di rottura, l’Industrial Accelerator Act. La proposta di regolamento fissa una traiettoria ambiziosa ed esplicita per il prossimo decennio. Si stabilisce l’obiettivo di riportare il valore generato dal comparto manifatturiero europeo a coprire almeno il 20% del Pil continentale entro il 2035. Un traguardo imponente, che punta a recuperare in soli dieci anni la medesima quota di peso industriale che l’UE ha visto erodere nell’arco degli ultimi trentacinque anni.

L’impianto dell’Industrial Accelerator Act poggia su linee d’azione molto decise, che introducono anche logiche di tutela dei mercati interni. Tra queste spiccano il taglio drastico e l’accelerazione burocratica delle procedure autorizzative per l’installazione di nuovi impianti industriali e di soluzioni di decarbonizzazione. Ma anche la creazione di mercati dedicati ai soli prodotti strategici puliti tramite stringenti criteri di origine e di impronta carbonica, e un monitoraggio degli investimenti diretti provenienti da paesi terzi che superino i 100 milioni di euro nei settori cleantech cruciali. Tra questi, batterie, veicoli elettrici e fotovoltaico. A ciò si affianca la designazione di specifiche aree di accelerazione industriale all’interno dei singoli Stati Membri.

Parallelamente, la ridefinizione delle regole sugli aiuti di Stato tramite il Clean Industrial State Aid Framework consente ai governi nazionali di sostenere in modo mirato e diretto la produzione e lo stoccaggio di energia da fonti rinnovabili. Oltre a concentrarsi sull’efficienza energetica delle fabbriche e sull’adozione di tecnologie pulite di produzione propria. L’obiettivo è arginare la dipendenza industriale dall’estero, in un mercato globale delle tecnologie pulite in cui la Cina esercita attualmente una leadership quasi monopolistica.

Labirinto regolatorio italiano: emergenze di bilancio e riforme strutturali

Nel contesto nazionale italiano, l’azione politica si sta muovendo lungo due binari paralleli che cercano di coordinarsi. Da una parte, si collocano i provvedimenti emergenziali di breve termine, concepiti per alleggerire la bolletta energetica immediata delle aziende. Dall’altra, si strutturano le riforme di lungo periodo per la riconversione ecologica dei siti produttivi. Sul fronte del contenimento dei costi, lo studio mette in luce l’alto tasso di adesione registrato dalle imprese per il meccanismo dell’Energy Release 2.0, volto a immettere energia a prezzi calmierati sul mercato.

Per quanto riguarda l’approvvigionamento e il consumo di gas naturale, la manifattura italiana sconta da tempo un differenziale storico sfavorevole tra l’indice di prezzo nazionale e quello del mercato dell’Europa centrale, che penalizza le nostre aziende per un costo medio superiore di circa 2 euro per megawattora rispetto ai concorrenti europei. In questo ambito il Decreto Bollette ha introdotto disposizioni per spingere l’integrazione dei mercati e per utilizzare le scorte di gas accumulate durante le fasi acute della crisi energetica del 2022 al fine di abbattere le tariffe di trasporto a vantaggio delle imprese a forte consumo.

Cresce contestualmente l’interesse e l’attesa degli operatori verso la standardizzazione e la semplificazione dei contratti di acquisto a lungo termine di energia rinnovabile. I Power Purchase Agreements sono visti come la vera chiave per dare stabilità e prevedibilità ai costi operativi aziendali.

Decarbonizzazione: nodi tecnologici dell’idrogeno

La parte più complessa e decisiva della partita della transizione energetica si gioca però all’interno dei settori industriali cosiddetti hard-to-abate. Si tratta di siderurgia, chimica, cemento e lavorazione del vetro: comparti in cui l’elettrificazione diretta dei processi produttivi risulta tecnicamente impossibile o economicamente insostenibile. In questi ambiti, il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima fissa al 2030 traguardi precisi, come un volume di consumo di idrogeno rinnovabile pari a circa 0,25 milioni di tonnellate. L’analisi dell’osservatorio evidenzia un paradosso emblematico: la pipeline teorica dei progetti di produzione di idrogeno presentati sul territorio nazionale sarebbe ampiamente capiente e sufficiente a coprire, e persino a superare, gli obiettivi governativi. Nonostante questa disponibilità sulla carta, la quasi totalità degli investimenti si trova bloccata in una fase preliminare all’approvazione finale della spesa.

A frenare gli operatori è l’assenza duratura di un quadro normativo e di supporto economico definitivo. Il tanto atteso Decreto Tariffe viene considerato l’anello mancante fondamentale per sbloccare i cantieri e rendere finanziariamente sostenibili le iniziative. I modelli elaborati dal rapporto dimostrano infatti che la redditività e la sostenibilità dei progetti legati all’idrogeno verde rimangono estremamente fragili e complesse. I costi legati agli investimenti iniziali per l’acquisto degli elettrolizzatori non hanno mostrato nei listini di mercato quella traiettoria di rapida riduzione che gli analisti prevedevano negli anni scorsi. Ne deriva che i progetti sono destinati a scontrarsi con costi di produzione dell’idrogeno ancora troppo elevati, rispetto al valore dei combustibili tradizionali.

Transizione energetica dell’industria: il punto sulla cattura della CO2

Una dinamica speculare e altrettanto complessa caratterizza la filiera della cattura, utilizzo e stoccaggio della CO2. Pur essendoci un pieno riconoscimento del ruolo strategico della tecnologia sia nei piani comunitari sia nelle linee guida italiane, il contesto regolatorio e applicativo nazionale sconta ritardi evidenti. Il mercato è in forte attesa dell’approvazione e della pubblicazione della legge delega sulla cattura del carbonio. Un tassello normativo indispensabile che dovrà definire in modo organico la struttura dei mercati di scambio, la gestione delle grandi infrastrutture di trasporto e stoccaggio geologico della CO2. Ma anche, e soprattutto, i meccanismi di incentivazione economica.

Tra le soluzioni analizzate nel report, l’introduzione dei contratti per differenza sui prezzi del carbonio viene individuata come lo strumento più idoneo a garantire stabilità sul lungo periodo. Eppure, la natura straordinariamente capital-intensive delle installazioni richiederà inevitabilmente l’affiancamento di robusti contributi pubblici in conto capitale per coprire le spese iniziali di costruzione degli impianti.

Motore dell’innovazione: la spinta delle startup e dei brevetti cleantech

Nonostante le evidenti barriere economiche e l’incertezza legata ai tempi della burocrazia, l’analisi si chiude con una nota di forte ottimismo quando sposta i riflettori sull’ecosistema globale e continentale dell’innovazione e della ricerca di frontiera. La mappatura dettagliata delle startup e delle nuove realtà imprenditoriali nate e sviluppatesi nei settori dell’idrogeno e della cattura della CO2 mostra un tessuto industriale ad altissima intensità di innovazione. Un ecosistema caratterizzato da un dinamismo brevettuale in forte accelerazione e da una crescente capacità di intercettare e attrarre capitali e investimenti da parte di fondi privati.

I flussi finanziari e la crescita dei contratti di investimento registrati a partire dal 2020 dimostrano che entrambe le filiere stanno progressivamente superando la fase puramente sperimentale o accademica per fare il loro ingresso in una dimensione di vera e propria maturazione industriale e finanziaria su larga scala. Dal punto di vista della distribuzione geografica delle competenze, la filiera tecnologica legata alla cattura del carbonio mostra una fortissima concentrazione territoriale nei poli di ricerca del Nord America e dell’Europa.

Per quanto riguarda l’idrogeno, invece, l’Europa riesce a confermarsi e a consolidarsi come il principale hub di riferimento a livello mondiale. Si tratta di un primato prezioso, costruito grazie a una solida e storica specializzazione manifatturiera interna e al convinto sostegno politico ed economico garantito dai programmi europei. È da questa base tecnologica e di competenze che l’industria italiana ed europea dovrà attingere per trasformare la sfida della decarbonizzazione in una concreta opportunità di leadership economica globale nei mercati del futuro.

Leggi anche Fossili, vulnerabilità italiana di fronte alla crisi del mercato

Per ricevere quotidianamente i nostri aggiornamenti su energia e transizione ecologica, basta iscriversi alla nostra newsletter gratuita


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Redazione

Source link

Di