sui disordini l’ombra di Mosca e Iran


Roma, 11 giugno 2026 – Ancora tensioni a Belfast. Auto e cassonetti incendiati, bombe molotov contro la polizia, cannoni ad acqua per disperdere la folla: nella sola area di Newtownabbey, a nord della città, un gruppo di circa 300 persone ha dato vita a nuovi scontri, con un bilancio di dodici agenti feriti e sedici arresti. Altri hanno provato a raggiungere una struttura alberghiera ritenuta destinata all’accoglienza migranti. È la nuova fiammata di violenza che attraversa il Regno Unito, innescata lunedì sera dal brutale accoltellamento del quarantenne Stephen Ogilvie – colpito al volto e rimasto cieco da un occhio – da parte del sudanese Hadi Alodid, trentenne, incriminato per tentato omicidio.

Il premier Keir Starmer si trova, a pochi giorni dalle violenze di Southampton – esplose dopo la diffusione del video in cui il diciottenne Henry Nowak, accoltellato a morte, viene ammanettato dalla polizia mentre agonizza sulla base delle false accuse del suo aggressore – a fronteggiare una nuova crisi di piazza, mentre la pressione per i tagli al sussidio invernale ai pensionati, la retromarcia sulla riforma del welfare e una sanità allo stremo continua a picconare il governo laburista. Se questo non bastasse, sullo sfondo compare l’ombra lunga delle “troll farm” straniere.

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Su un muro una scritta ricorda Henry Nowak accoltellato a morte da un giovane sick e ammanettato dalle forze dell’ordine mentre era in fin di vita

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Di fronte alle violenze, intanto, Starmer ha scelto la linea già collaudata: condanna ferma degli scontri e, contemporaneamente, mano pesante sull’immigrazione. Secondo la Bbc, l’esecutivo laburista è pronto a potenziare le attività per “rintracciare, fermare ed espellere” gli irregolari, con un “aumento delle operazioni basate sull’intelligence” affidate a Immigration Enforcement e Border Force. Il segretario di Stato per l’Irlanda del Nord, Hilary Benn, ha rivendicato circa mille espulsioni nell’ultimo anno e annunciato nuovi controlli lungo i principali snodi di trasporto, nel mirino la cosiddetta “rotta irlandese”: l’arrivo a Dublino dall’Europa continentale – talvolta con documenti falsi – e poi il passaggio via terra in Irlanda del Nord, senza controlli, per chiedere asilo nel Regno Unito. C’è un dettaglio: Hadi Alodid non è un clandestino. Secondo l’Home Office, citato da Afp e Reuters, il 30enne incriminato è entrato dall’Irlanda nel 2023 e ha ottenuto lo status di rifugiato quello stesso anno, con permesso di soggiorno fino al 2028. Tutto in regola, sotto il profilo giuridico.

Dietro la corsa dell’attuale premier britannico alla risposta forte si nasconde l’incombere di Nigel Farage, il leader del partito filo-trumpiano Reform Uk. Farage – il volto del Leave ai tempi della Brexit, nel 2016 – da giorni martella l’opinione pubblica sul “sistema di accoglienza in frantumi” e parla del caso Belfast come della prova della “spaventosa realtà dei confini spalancati” del Regno Unito. Mercoledì il vice di Farage, Richard Tice, ha sfidato Starmer in aula a Westminster accusandolo di essere “in negazione della crescente disperazione” del Paese. Il premier ha replicato accusando Reform di voler “strumentalizzare” l’aggressione – salvo poi muoversi esattamente nella direzione auspicata dagli avversari. Stretto fra un consenso eroso e l’avanzata di Farage, Starmer appare sempre più debole agli occhi di un elettorato che ormai appare orientato verso Reform – la media dei sondaggi di giugno dà Reform attorno al 28% e il Labour sotto il 19% – e della sua stessa maggioranza: dalle amministrative di maggio, un’ottantina di deputati laburisti ha chiesto le dimissioni del premier.

Intanto, la mobilitazione anti-immigrazione corre anche sui social. L’attivista dell’ultradestra Tommy Robinson ha rilanciato su X le date delle manifestazioni in tutto il Regno ed Elon Musk, dal suo quartier generale in Texas, ne ha presto amplificato i messaggi, rilanciando i contenuti e invitando a protestare “ripetutamente e ad alta voce” per quanto accaduto. Numerosi account riconducibili ai sedicenti “patrioti”, una galassia di profili (per lo più anonimi) nazionalisti e anti-immigrazione vicini all’ultradestra, hanno fatto circolare il video dell’aggressione – nonostante le autorità avessero chiesto non diffondere le immagini – e liste di indirizzi dove vivrebbero persone immigrate in Irlanda del Nord; una specie di lista di proscrizione definita dalla polizia “del tutto inaccettabile”.

Su questo distorto meccanismo online è intervenuto il comandante di Scotland Yard, Mark Rowley. Parlando a Sky News, Rowley ha dichiarato che i discorsi d’odio e gli appelli alla piazza diffusi via social, soprattutto dai gruppi dell’ultradestra, rappresentano “sicuramente un fattore” nei disordini, e con un ruolo particolarmente insidioso perché, come adombrato dallo stesso Rowley, non sarebbe escluso il coinvolgimento di Russia e Iran nel fomentare le tensioni. Rowley ha ricordato che già nel 2024, dopo la strage di Southport – quando il 17enne Axel Rudakubana uccise a coltellate tre bambine e ferì altre dieci persone durante un corso di danza – account e bot erano stati usati da Paesi stranieri al solo scopo di alimentare gli scontri, come forma di destabilizzazione.

“Quando la gente dà fuoco alle macchine – ha detto il comandante – non è una protesta, è violenza, è criminalità”. Nel tentativo di disinnescare le pulsioni più radicali, il segretario Benn ha fatto un richiamo al valore della Common Travel Area, l’accordo di libera circolazione fra Regno Unito e Irlanda, quale “uno dei pilastri” dell’Accordo del Venerdì Santo (1998). Toccare quella frontiera, significherebbe toccare tutta l’architettura stessa della pace nordirlandese. Mentre Starmer alza i muri retorici per non perdere terreno su Farage, sul confine più delicato d’Europa si sta di nuovo giocando una partita di valori storica.


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