… come Elly Schlein ha sbriciolato l’ala riformista del Pd riducendo Pina Picierno all’ennesimo “partitucolo” di centro
La segretaria dem, dopo mesi di veleni e una guerriglia sotterranea, ha sferrato il colpo mortale all’europarlamentare campana, costretta a fuggire a gambe levate dal Nazareno per gettarsi in un’avventura centrista senza domani – Spazio Pubblico – destinata a raccogliere sì e no quattr’anni prima del tracollo finale. La discussione sulla leadership al femminile nel principale partito di opposizione è degenerata in uno scontro feroce, senza esclusione di colpi e senza un vincitore. Solo che una delle due contendenti, Pina Picierno, è finita a terra e ora prova a rialzarsi abbracciando Carlo Calenda e Mario Monti, mentre Elly Schlein si gode la scena da sola, osservando con distacco lo sfaldamento di quella tradizione liberal–socialista che aveva tenuto in vita il centrosinistra per decenni.
Da quelle parti la chiamano “politica”, ma da alcuni giorni assomiglia più a un ring di catch senza rete. Elly Schlein e Pina Picierno, due donne di primo piano del centrosinistra italiano, si sono date battaglia fino allo stremo, consumando una delle faide più sanguinose e virulente che la sinistra italiana ricordi dai tempi delle correnti armate della prima Repubblica. Stavolta non c’è stato nessun pugnale nelle riunioni di segreteria, ma tanto ghosting, telefonate ignorate, veleni in chat e un’escalation di frecciate incrociate che alla fine hanno prodotto un risultato netto e inequivocabile: la virago Schlein ha letteralmente disintegrato la piacente Picierno, costringendola a fuggire a gambe levate dal Partito Democratico per provare a rifugiarsi in un soggetto politico di fortuna, Spazio Pubblico, che con ogni probabilità raccoglierà quattro gatti in croce prima di essere riassorbito con il cucchiaino nelle secche paludi del centrismo all’italiana.
Tutto è cominciato come un normale, fisiologico attrito tra una segretaria dal piglio radicale e un’europarlamentare di lungo corso abituata ai salotti buoni di Bruxelles. Che tra la bolognese più a sinistra del partito e la campana doc del vecchio Ppi non scorresse buon sangue era chiaro fin dall’insediamento della Schlein nel 2023. I primi screzi arrivarono dopo nemmeno due mesi, con un voto al Parlamento europeo sul piano ASAP per le munizioni all’Ucraina: Schlein era contraria, Picierno e buona parte della delegazione dem votarono a favore. Da allora non ci si è più fermati, e quello che poteva apparire un disaccordo tecnico su un regolamento comunitario si è lentamente trasformato in una guerra sotterranea di nervi e di potere.
Il ghosting di Elly e la solitudine di Pina
Il colpo di grazia, quello che ha definitivamente spaccato il partito in due tronconi, è maturato al culmine di un confronto aspro su due questioni nodali: l’Ucraina e il “campo largo” con il Movimento 5 Stelle. Picierno non ha mai digerito la linea morbida – per usare un eufemismo – della Schlein nei confronti di Giuseppe Conte. Ha ripetuto fino alla noia che il Movimento 5 Stelle è “passato dalla logica dell’uno vale uno alla normalizzazione dell’antipolitica” e che il Pd si è adattato all’influenza di una forza che avrebbe “rinunciato a misurarsi con la complessità del governo per rincorrere il linguaggio e le posizioni del populismo”. In privato è stata ancora più dura, denunciando di aver ricevuto più solidarietà dalle segreterie dei partiti alleati che dai vertici del Nazareno.
Qui la faida diventa patologica. Negli ultimi mesi della militanza dem, Picierno si è trovata completamente isolata. Ha denunciato telefoniche rimaste senza risposta, l’assenza totale di sostegno da parte della segreteria persino quando è stata costretta a vivere sotto tutela per le minacce del mondo filorusso. Le sue parole suonano come una confessione straziante: «Mi sento libera», ha dichiarato a chi chiedeva conto del distacco, rivendicando il diritto di parlare senza conformismi né ambiguità. Libera, certo, ma anche sola. E in politica la solitudine è un lusso che si paga a caro prezzo.
L’annuncio che ha fatto tremare il Nazareno
La bomba è esplosa il 4 giugno 2026, quando Picierno ha consegnato al Foglio l’annuncio di abbandonare il partito che aveva contribuito a fondare da ragazza. Le ragioni sono state snocciolate una per una, senza risparmiare nulla: “La casa dei riformisti non c’è più”. “Non si può essere ambigui con il fascismo putiniano e gli estremismi”. La scelta, resa pubblica dopo mesi di attesa e di speranze – inutilmente – riposte in un confronto diretto con la segretaria, è stata accompagnata da un’accusa gravissima: nel Pd sotto la gestione Schlein le differenze politiche non sono più percepite come una ricchezza, bensì come un problema da rimuovere. In altre parole, il partito plurale e inclusivo sbandierato dalla Schlein sarebbe, secondo Picierno, un involucro vuoto, svuotato dall’interno dalla volontà della segretaria di schiacciare qualsiasi voce dissonante.
La reazione di Elly Schlein, piovuta dopo quasi venti ore di silenzio, è stata un capolavoro di finezza politica applicato alla strategia del cucù: la segretaria ha dichiarato di essere «molto dispiaciuta» per la decisione della sua ormai ex compagna di partito, ma ha subito precisato di «non condividere la sua lettura del Pd». Nessuna telefonata, nessun tentativo di mediazione, nessun passo avanti per trattenerla. Solo un “mi dispiace, ma la linea è chiara”, un modo garbato per dire “la porta non ti si è chiusa dietro, sei uscita tu da sola, e noi andiamo avanti lo stesso”. Un trattamento che forse in qualcuno avrebbe suscitato compassione, ma che agli osservatori più spietati è parso la conferma che la virago Schlein non solo non teme le scissioni, ma in un certo senso le ha perfino facilitate.
Spazio Pubblico: il partitucolo dei quattro gatti
Senza più un riparo, Picierno è passata all’azione. Ha annunciato la fondazione di un nuovo movimento politico dal nome altisonante – Spazio Pubblico – presentato come un «movimento aperto, europeista e democratico», un «polo europeista e democratico» che «mette insieme culture europeiste e riformiste». Il riferimento europeo è il Partito Democratico Europeo di Sandro Gozi, la stessa famiglia che in Europa fa capo a Renew Europe, il gruppo di Emmanuel Macron. Una scelta che, sulla carta, suona ambiziosa e coerente con la sua storia politica di liberal–socialista d’area popolare. Ma nella pratica cos’è Spazio Pubblico? Un embrione di partito che dopo nemmeno tre giorni dalla presentazione ufficiale vantava circa 8.750 adesioni, una cifra che in politica sarebbe ritenuta rispettabile per una lista civica a Genova Monfalcone, ma che per un movimento che aspira a diventare un polo nazionale di riferimento è poco più che un gruppetto di simpatizzanti sparsi per lo Stivale.
Volendo essere generosi, i numeri parlano di una certa vivacità iniziale: dopo ventiquattr’ore erano già state raccolte 4.000 adesioni; a 72 ore dallo strappo si toccavano quota 7.500; e alla fine della prima settimana, poco prima della presentazione ufficiale a Milano, le adesioni hanno sfiorato quota 9.000. Cifre incoraggianti per un circolo di quartiere, insufficienti a spostare un grammo di consenso su scala nazionale. Se confrontate con gli iscritti al PD, che pur in calo viaggiano comunque su diverse centinaia di migliaia, rappresentano una goccia nell’oceano. Un partitucolo, insomma. Un partitucolo con una bella faccia, una buona parlantina e una discreta reputazione a Strasburgo, ma un partitucolo.
L’abbraccio letale di Calenda e Monti
La vera scommessa di Picierno non è tanto costruire una macchina organizzativa dal basso – impresa impossibile senza risorse e senza tempo – quanto agganciarsi al carro di chi, nel centrodestra di centro, ha già tentato la stessa via senza mai riuscire a sfondare. Il lancio di Spazio Pubblico è stato accompagnato dalle benedizioni di Carlo Calenda, leader di Azione, che ha garantito la sua disponibilità a «lavorare con Spazio Pubblico per concretizzare il progetto». E, soprattutto, il 15 giugno a Milano, accanto a Picierno saliranno sul palco nientemeno che Mario Monti, l’ex premier tecnico che nel 2013 fondò Scelta Civica e raccolse un disastroso 8% per poi scomparire rapidamente dalla scena, e Sandro Gozi, l’uomo forte del Partito Democratico Europeo. Una cornucopia di facce note del centrismo all’italiana, tutte rigorosamente collaudate sul campo dell’insuccesso. Se c’è una costante nella storia recente di questa area politica, è che ogni tentativo di costruire un polo autonomo e riformista fuori dal perimetro del PD si è concluso con un nulla di fatto, quando non con un tracollo elettorale. Calenda ci ha provato, Renzi ci ha provato, perfino Monti ci ha provato. E tutti sono stati puntualmente risucchiati nel gorgo della frammentazione centrista, dove le sigle si moltiplicano e i voti si dividono.
Il futuro delle due contendenti
Chi ha vinto, dunque? Al momento, stando così le cose, la vittoria se l’è presa la virago Schlein. La segretaria del Partito Democratico si è liberata dell’ala riformista più scomoda, quella che da mesi le contestava l’eccessiva vicinanza a Conte e il silenzio su Kiev. Picierno era un impaccio, una spina nel fianco, una figura di spicco che poteva attrarre consensi moderati in potenziale conflitto con la linea radicale della segretaria. Con il suo addio, il Pd diventa più omogeneo, più docile, più schleiniano di quanto non fosse mai stato. È una pulizia etnica politica, condotta con eleganza chirurgica: nessuno è stato espulso, tutti sono semplicemente “andati via” perché non si riconoscevano più nella linea del partito. Così sono uscite Annamaria Furlan, Elisabetta Gualmini, Marianna Madia e infine proprio Pina Picierno. Tutte donne, casualmente. Un’ironia della sorte che pochi hanno sottolineato: la prima segretaria donna del PD è riuscita nell’impresa di espellere – emotivamente e politicamente – una serie di dirigenti di alto profilo, tutte donne, senza che nessuna di loro potesse gridare allo scandalo senza apparire incoerente.
Tuttavia, la vittoria della Schlein potrebbe rivelarsi effimera. Il PD perde un pezzo consistente della sua area moderata, quella che garantiva al partito un appeal trasversale presso l’elettorato deluso dal populismo sia di destra sia di sinistra. Senza quella componente, il partito rischia di restringersi ulteriormente, inchiodandosi a una base di attivisti radicali che difficilmente potrà crescere fino a diventare maggioritaria. I sondaggi già registrano un calo sotto il 20% e la campagna elettorale per le prossime politiche si profila come un’occasione di verifica drammatica per una segretaria che, dopo quasi tre anni di guida, non è ancora riuscita a impensierire seriamente il centrodestra.
Quanto a Picierno, il suo destino appare segnato. Spazio Pubblico rischia di rivelarsi l’ennesimo contenitore di anime belle senza seguito, destinato a raccogliere sì e no qualche migliaio di firme per poi dissolversi come neve al sole non appena si avvicinerà l’appuntamento con le urne. A meno che, in extremis, qualche forza centrista già consolidata – Forza Italia? Azione stessa? – non decida di prelevarla con il cucchiaino e di candidarla in una posizione utile per sfruttare quei magri consensi residui che l’ex europarlamentare ancora è in grado di mobilitare. Ma è una prospettiva umiliante per una politica della sua levatura, costretta a mendicare un posto in lista dopo aver contribuito a fondare il principale partito di opposizione.
La morale della favola
In questa sanguinosa faida tra donne in carriera, come in tutte le guerre intestine, non ci sono veri vincitori. Il Partito Democratico esce indebolito, privo di una componente riformista che poteva garantirgli respiro europeo e atlantista. Elly Schlein gode per ora della scena da sola, ma è una regina senza sudditi, o meglio con sudditi sempre più fedeli e sempre meno numerosi. Pina Picierno si è lanciata in un’avventura che ha già il sapore dell’addio, una fuga in avanti che rischia di rivelarsi una fuga a vuoto. E nel mezzo, quello che rimane della sinistra moderata italiana continua a frantumarsi in una miriade di micro–sigle – Azione, Italia Viva, +Europa, Spazio Pubblico – ognuna convinta di rappresentare la vera anima riformista del Paese, e ognuna destinata, salvo colpi di scena, a rimanere fuori dal Parlamento o a sopravvivere solo grazie a qualche collegio uninominale blindato.
La politica, si sa, è il mestiere delle illusioni. Ma in questo caso l’illusione più grande è stata forse quella di credere che due donne così diverse potessero convivere sotto lo stesso tetto. La virago e la madama si sono scontrate, e come in ogni duello all’ultimo sangue, una è caduta. Adesso tocca agli spettatori decidere se assistere alla resurrezione o soltanto al lungo e penoso oblio di una delle due. Intanto la polvere degli scontri si sta appena depositando, e i primi segnali che arrivano dal Nazareno non sono confortanti: le chat delle donne del Pd ribollono di insulti, le correnti riformiste rastrellano i pochi rimasti e il fronte del “campo largo” con Conte scricchiola ogni giorno di più. Se questa è la nuova sinistra, più che alternative al governo servirebbero dei bravi psicoterapeuti di gruppo. Ma questa, come sempre, è un’altra storia.
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Antonio Rossello
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