Negli ultimi mesi la Bolivia è stata attraversata da una nuova ondata di mobilitazione sociale che ha riportato alla luce la fragilità delle condizioni economiche e politiche del Paese
Introduzione
Le proteste sono state innescate dalla reazione popolare alle riforme economiche proposte dal governo di Paz Pereira, in particolar modo allo smantellamento del sistema di sussidi energetici e all’apertura agli investimenti privati nei settori strategici nazionali, coinvolgendo un numero sempre più ampio di rappresentanze appartenenti a diverse categorie sociali. Tuttavia, sebbene siano state invocate le dimissioni dell’attuale esecutivo, le tensioni appaiono riconducibili a fattori più profondi e di lungo periodo, le cui cause sono legate al deterioramento economico registrato nel Paese nel corso degli ultimi dieci anni.
L’attuale fase di instabilità riflette la crisi del modello di sviluppo boliviano, il cui funzionamento è rimasto ancorato alle entrate generate dal settore degli idrocarburi e la cui floridità, durante il boom delle commodities, aveva garantito allo Stato gli strumenti necessari per sostenere politiche redistributive e mantenere un ampio sistema di sussidi, contribuendo così alla tenuta dell’ordine sociale interno. La graduale erosione di questo modello, complice la riduzione della domanda nei settori cruciali dell’economia nazionale, ha inevitabilmente ridotto i margini di manovra delle istituzioni, evidenziandone le debolezze strutturali e facendo riemergere tensioni sociali ed economiche preesistenti.
L’analisi si pone l’obiettivo di esaminare le principali dinamiche economiche, sociali e politiche che hanno posto le basi della crisi attuale, mantenendo il focus sulla dimensione interna del caso boliviano. Il framework analitico mira a interpretare le recenti proteste non come una reazione contingente ai singoli provvedimenti governativi, ma come il segnale di una crescente difficoltà dello Stato nel conciliare sostenibilità fiscale, sociale e capacità di governo.
Crisi del modello rentier e instabilità macroeconomica
La crisi in cui versa oggi la Bolivia affonda le proprie radici nel collasso del modello di accumulazione del capitale basato sul settore degli idrocarburi a partire dal 2014, quando il calo dei prezzi delle materie prime segnò la fine del commodity boom di cui aveva beneficiato l’economia del Paese. A ciò si aggiungono l’esaurimento dei giacimenti nazionali di gas e la riduzione della domanda regionale, fattori che hanno determinato una drastica contrazione delle entrate fiscali dello Stato, aggravata dalla limitata capacità di sviluppare i settori minerario e agricolo, che avrebbero potuto compensare almeno in parte tali perdite.
Lo scoppio della pandemia di COVID-19 ha contribuito ad aggravare ulteriormente le difficoltà economiche del Paese, spingendo il governo di Luis Arce ad adottare una strategia di contenimento fondata sull’utilizzo delle riserve in dollari per mantenere stabile il tasso di cambio del boliviano rispetto alla valuta statunitense. Tuttavia, tale strategia si è rivelata insostenibile nel medio-lungo periodo, anche a causa della riduzione delle esportazioni e dell’aumento delle importazioni di gas, che hanno diminuito l’afflusso di valuta estera nel Paese e richiesto un ulteriore impiego delle riserve disponibili.
Riserve Internazionali nette della Bolivia, 2008-2025
Fonte: Banco Central de Bolivia
Finché le riserve hanno consentito di sostenere il valore del boliviano, il governo ha potuto preservare una parvenza di stabilità macroeconomica, in grado di mantenere il consenso interno e la credibilità nei confronti dei partner regionali. Tuttavia, con la progressiva erosione delle riserve in valuta estera, il mercato parallelo ha iniziato a riflettere il reale valore della moneta nazionale. Il differenziale tra il tasso di cambio ufficiale e quello parallelo ha raggiunto quasi il 90% nel 2024, mentre l’inflazione ha superato il 24%.
Uno scarto di tale entità ha evidenziato le difficoltà del governo nel gestire gli equilibri economici del Paese, trasferendo gli effetti della svalutazione su una popolazione già provata da anni di erosione del potere d’acquisto. L’aumento dei prezzi, unito alla crescente perdita di valore della moneta nazionale, ha esposto ampie fasce della popolazione a un progressivo peggioramento delle condizioni economiche, contribuendo a trasformare la crisi monetaria in una più ampia crisi sociale.
Inflazione boliviana rispetto ai tassi di cambio ufficiale e parallelo, 2000-2025

Fonte: Banco Central de Bolivia
Mobilitazione sociale e fragilità della governabilità
Le proteste del popolo boliviano nel mese di maggio rappresentano il culmine di una crisi economica di durata più che decennale. Le politiche adottate dal governo di centro-destra del presidente Rodrigo Paz Pereira, insediatosi solamente nel novembre 2025, hanno infatti alimentato il malcontento di numerose categorie professionali e sociali, ampliando progressivamente la portata della mobilitazione e mettendo in discussione la stabilità politica del Paese, sempre più esposta al rischio di deterioramento istituzionale.
L’innesco della contestazione contro il governo è stato l’adozione del Decreto Supremo 5503, emanato il 17 dicembre 2025 e abrogato a seguito delle proteste dopo meno di un mese con il Decreto Supremo 5516, entrato in vigore il 13 gennaio 2026. In linea con la dichiarata emergenza economica nazionale, il provvedimento introduceva misure di austerità che avrebbero richiesto ulteriori sacrifici a una popolazione già colpita dalla perdita di potere d’acquisto, conseguente all’aumento dei prezzi e al mancato adeguamento delle retribuzioni.
Il risentimento popolare è stato alimentato innanzitutto dalla natura procedurale del Decreto, percepito come un aggiramento parziale del Parlamento nell’adozione di profonde riforme economiche. Sul piano dei contenuti, le principali criticità riguardavano l’eliminazione dei sussidi energetici e l’introduzione di un regime di incentivazione agli investimenti privati nei settori delle risorse naturali.
Le politiche di sussidio ai carburanti costituiscono da quasi vent’anni un nodo strutturale dell’economia boliviana. Introdotte nel 1997 come strumento di contenimento dell’inflazione, si sono progressivamente rivelate difficili da sostenere, a causa dell’erosione delle risorse statali e della crescente opposizione sociale a qualsiasi tentativo di revisione. Anche le amministrazioni precedenti a quella di Paz hanno tentato di intervenire sul sistema senza successo, come dimostrano il fallimento delle riforme proposte da Evo Morales nel 2011 e l’impossibilità di portare a termine il referendum promosso da Luis Arce nel 2024.
Sebbene il governo Paz abbia successivamente ritirato il Decreto 5503, permane la volontà di superare un sistema di sussidi che grava sulle finanze pubbliche per oltre due miliardi di dollari l’anno. Il GPL è stato mantenuto a un prezzo calmierato per tutelare le famiglie a basso reddito nei consumi domestici, mentre si prospetta un aumento significativo del prezzo del gasolio (86%) e del diesel (162%). I tagli ai sussidi, che incidono trasversalmente su tutti i settori sociali, hanno così rappresentato uno dei principali fattori di mobilitazione. A ciò si è aggiunta la crescente sfiducia verso le istituzioni, aggravata dallo scandalo legato alla distribuzione di carburante adulterato e dalle irregolarità nell’approvvigionamento, interpretati come segnali di una gestione opaca del settore energetico in un momento di crisi.
Sul piano degli investimenti nei settori strategici, le proteste si sono concentrate sul timore di una riduzione del controllo pubblico sulle risorse nazionali. Pur non prevedendo un’esplicita privatizzazione delle imprese statali, il decreto introduceva misure orientate a rafforzare il ruolo del capitale privato, attraverso garanzie speciali agli investitori e la promozione di partenariati pubblico-privati nei settori energetico e infrastrutturale. Tali elementi hanno evocato nella memoria collettiva il modello di capitalizzazione delle imprese pubbliche degli anni Novanta, associato alle riforme neoliberali di Gonzalez Sánchez de Lozada e a un periodo di tensioni sociali e violazione dei diritti.
Parallelamente, lo scorso aprile il governo aveva approvato la Ley 1720, che prevedeva la riclassificazione delle “piccole proprietà” in “medie proprietà”, consentendo l’utilizzo dei possedimenti terrieri come garanzie per l’accesso ai crediti bancari, ma riducendo al contempo le tutele costituzionali previste per le piccole proprietà. Anche in questo caso, il provvedimento è stato successivamente abrogato a seguito delle forti proteste di contadini, lavoratori agricoli e comunità indigene, contrari all’inserimento della terra nel mercato del credito e alla conseguente trasformazione dei diritti fondiari.
Non sorprende, dunque, che le proteste degli ultimi mesi siano state caratterizzate da un’elevata partecipazione sociale e da forme di mobilitazione radicate nella tradizione politica boliviana. Le manifestazioni hanno coinvolto una pluralità di attori che ha dato vita ad un movimento eterogeneo, non orientato alla formulazione di un’alternativa politica organica ma capace di coordinare azioni comuni su scala nazionale. Accanto alle proteste iniziali di insegnanti e personale scolastico contro l’aumento del costo della vita e la stagnazione salariale, si sono aggiunti in seguito sindacati, organizzazioni indigene, cooperative minerarie e commercianti colpiti dalle riforme del governo.
Tra gli strumenti di protesta più utilizzati vi sono stati i bloqueos, storicamente centrali nella dinamica conflittuale in Bolivia: attraverso il blocco delle principali vie di comunicazione, i manifestanti hanno rallentato la circolazione delle merci nel Paese e aumentato la pressione sulle istituzioni. Le principali città del Paese, tra cui La Paz, El Alto e Santa Cruz, sono state interessate da scioperi e presidi permanenti.
Allo stesso modo, sono state organizzate marce collettive verso i centri politici nazionali, a cui hanno partecipato anche delegazioni provenienti dalle aree rurali e periferiche. Queste mobilitazioni, sviluppatesi su lunghe distanze, hanno assunto un forte valore simbolico oltre che politico, contribuendo a rafforzare la visibilità delle rivendicazioni. I settori più radicali del movimento sono stati rappresentati dalle cooperative minerarie, categorie storicamente influenti in virtù della centralità delle risorse estrattive nell’economia boliviana, che hanno fatto ricorso a forme di protesta tradizionali, inclusi candelotti di dinamite e petardi contro le forze dell’ordine, aggravando il clima di scontro.
La situazione attuale suggerisce che la Bolivia stia attraversando una fase cruciale del proprio futuro. Le concessioni ottenute dai manifestanti hanno avuto l’effetto di attenuare il conflitto sociale, ma le proteste sono destinate a perdurare finché resteranno inalterate le fragilità strutturali che acuiscono il malcontento. In assenza di una strategia economica di lungo periodo e di un’opera di ricostruzione della fiducia istituzionale, la reazione cittadina rischia di emergere con maggiore intensità, trasformando la crisi economica in una crisi di governabilità.
Al di là delle singole rivendicazioni settoriali, le proteste evidenziano un malcontento che trascende le misure adottate dal governo Paz e investe la sostenibilità del modello economico nazionale. Pertanto, esse appaiono come il riflesso di tensioni strutturali maturate nel corso degli ultimi anni, emerse con maggiore intensità nel momento in cui il progressivo esaurimento delle risorse economiche dello Stato ha ridotto la capacità delle istituzioni di assorbire il conflitto sociale.
So what
Nell’arco degli ultimi due decenni, la floridità del settore degli idrocarburi aveva garantito il finanziamento di politiche redistributive e il mantenimento di un ampio sistema di sussidi in grado di contenere le tensioni derivanti da profonde fratture sociali e territoriali nel Paese. Il deterioramento delle condizioni fiscali ha ristretto significativamente i margini di manovra delle istituzioni, rendendole incapaci di mediare il conflitto sociale attraverso la spesa pubblica, ed esponendolo sempre più direttamente alle dinamiche economiche.
Il governo si trova dunque a fronteggiare una contrazione fiscale che lo pone dinanzi a un dilemma strutturale. Le misure necessarie per ristabilire l’equilibrio macroeconomico comportano un elevato costo sociale: la revisione dei sussidi energetici, il contenimento della spesa pubblica e l’apertura agli investimenti privati richiederebbero ingenti sacrifici alla popolazione boliviana. In un contesto già caratterizzato da inflazione elevata e riduzione del potere d’acquisto, un processo di aggiustamento economico così strutturato rischia inevitabilmente di tradursi in un aumento della pressione sociale, complicando ulteriormente la gestione della crisi da parte dell’esecutivo.
Ciò che ne deriva è una progressiva erosione della capacità di governabilità, nella quale la necessità di prevenire nuove ondate di mobilitazione finisce per condizionare l’adozione delle riforme necessarie al riequilibrio economico. Il contesto boliviano evidenzia come la crisi abbia ormai superato la dimensione di una fase congiunturale di instabilità istituzionale, configurandosi piuttosto come una condizione strutturale di limitazione dell’azione di governo, sempre più in difficoltà nel conciliare sostenibilità fiscale e coesione sociale.
Gli scenari futuri
Instabilità cronica – probabilità alta
Le dinamiche attuali suggeriscono che lo scenario più probabile sia il riproporsi di un ciclo ricorrente che alterna tentativi di riforma attuati dalle istituzioni a periodi di mobilitazione sociale caratterizzati da tensioni diffuse, in grado di determinare l’eventuale ritiro delle politiche economiche adottate. Per tali ragioni, il governo rischia di trovarsi ad oscillare costantemente tra la necessità di consolidamento fiscale e quella di contenimento del conflitto sociale.
Il risultato è una condizione di instabilità politica latente che impedisce al governo di consolidare un percorso riformatore stabile, non risana le fratture sociali alimentate dalle mobilitazioni ripetute e limita fortemente la capacità di adottare un piano economico coerente.
Una paralisi strutturale così definita non necessariamente trascina lo Stato nel vortice del collasso, ma ne limita profondamente le capacità di governo.
Stabilizzazione negoziata – probabilità medio-alta
In questo scenario, le misure di aggiustamento fiscale vengono introdotte secondo un principio di gradualità e parzialità, evitando o limitando gli interventi più radicali in materia di sussidi e spesa pubblica. Il governo potrebbe riuscire a mantenere un equilibrio temporaneo tra contenimento della pressione sociale e ristrutturazione delle riforme economiche attraverso concessioni selettive e un dialogo costante con sindacati e organizzazioni sociali.
Sebbene questo scenario si configuri come l’alternativa più pacifica, l’eventuale equilibrio politico resterebbe subordinato alla capacità dello Stato di gestire il conflitto attraverso il compromesso, mantenendo comunque limitata la sostenibilità del modello.
Accelerazione Riformista – probabilità bassa
La storia dei successi delle proteste boliviane e il radicamento dei sussidi nell’economia nazionale suggeriscono che lo scenario di un’accelerazione riformista sia meno probabile rispetto agli altri due. In questa direzione vanno anche i primi segnali provenienti dal governo Paz, che nei mesi successivi al suo insediamento ha già fatto ricorso a diversi dietrofront, elemento che rafforza tale valutazione.
In uno scenario alternativo, il governo opterebbe dunque per una strategia più intransigente nell’adozione di riforme radicali, cercando di scardinare in maniera più decisa il modello dei sussidi energetici, riducendo significativamente la spesa pubblica e perseguendo l’obiettivo di aprire i settori strategici agli investimenti privati.
Le conseguenze nel breve periodo porterebbero a un aumento della conflittualità sociale, ripercorrendo le ondate di mobilitazione diffusa e protesta contro il sistema politico a cui si è assistito nel corso del mese di maggio. Per tali ragioni, affinché si possano porre delle basi stabili per una ristrutturazione del modello economico boliviano, è necessario che questo sia sostenuto da una sufficiente capacità istituzionale e da una o più eventuali fonti esterne di finanziamento.
Conclusione
La crisi politica ed economica in atto in Bolivia va ben oltre la risposta alle misure economiche adottate dalle istituzioni negli ultimi mesi, presentandosi come il risultato del logoramento del modello di sviluppo basato sulle rendite del settore degli idrocarburi, ormai non più sostenibile. L’erosione delle entrate fiscali e delle riserve in valuta estera impedisce allo Stato di sostenere politiche redistributive e il sistema di sussidi, costringendo il governo a intervenire su aspetti particolarmente sensibili dell’economia e della società. La crisi economica si traduce, dunque, nella difficoltà istituzionale di garantire una stabilità macroeconomica ed evitare che il disordine sociale divampi. Per queste ragioni, le mobilitazioni recenti si configurano come una chiara manifestazione della tensione strutturale tra vincoli fiscali sempre più opprimenti e domanda sociale difficile da comprimere.
Il risultato è una condizione di governabilità fragile, persistente e tendente al collasso, in cui la capacità dello Stato si rivela sistematicamente condizionata e ostacolata dal rapporto con la società. La crisi boliviana sancisce l’esito di una transizione incompiuta da un modello rentier verso un assetto economico effettivamente privo di un’alternativa produttiva e fiscale che risulti sufficientemente solida. Finché non emergerà un nuovo equilibrio economico e fiscale, la governabilità del Paese resterà esposta a cicliche ondate di mobilitazione e contestazione
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Fabrizio Pisanti
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