IA: facciamo chiarezza. Intervista a Massimiliano Esposito


Viaggio con guida d’eccezione dentro i misteri delle moderne intelligenze artificiali

Uno degli argomenti più discussi degli ultimi tempi è quello dell’intelligenza artificiale.

Personalmente credo che noi europei, e soprattutto noi italiani, siamo in estremo quanto colpevole ritardo, e che, in generale, l’ignoranza digitale stia gettando il nostro Paese verso un’arretratezza tecnologica che addurrà “infiniti lutti” al mondo del lavoro e alla società tutta.

Purtroppo, questo tema è spesso affrontato solo dai cosiddetti “fuffaguru”, che, se ieri si offrivano di insegnarti “il metodo infallibile” per fare soldi facili con investimenti speculativi e criptovalute, il tutto senza rischi e con budget di partenza infimi, oggi si ergono a esperti di IA, che secondo loro diventerebbe un metodo per fare soldi senza muovere un dito, “tanto lavorano gli agenti artificiali”.

Chiunque abbia visto la famosa scena della fontana di Trevi in ‘Tototruffa ’62’ avrà già capito quale sia il valore di queste vere e proprie “lampade prodigiose”, io ho sempre pensato che un metodo reale per fare soldi facilmente sia qualcosa da tenere segretissimo; inoltre, mi sono sempre chiesto perché una persona in possesso di questo tesoro di conoscenza, sentisse la necessità di condividerlo, seppur a pagamento, a posto di utilizzarlo solo per sé.

Sfortunatamente, se tali operazioni a dir poco opache sono le uniche informazioni che arrivano al pubblico sulle IA, è normale che la persona comune ne sappia poco o nulla; proprio per questo ritengo sia necessario approfondire l’argomento e, ovviamente, la cosa migliore è interpellare un vero esperto.

Ci siamo rivolti al dott. Massimiliano Esposito, che vanta un curriculum di tutto rispetto: cominciati gli studi di matematica pura a Napoli, li ha completati a Londra, al King’s College; ha poi conseguito il dottorato all’Imperial College, con studi su “Classical and Abstract Harmonic Analysis”. Poiché molte persone della sua università andavano poi a DeepMind, che è la compagnia che sviluppa Gemini, ha cominciato ad avere contatti con questo mondo, interessandosene più da vicino, soprattutto verso la fine del dottorato.

Tornato a Napoli per motivi di salute, durante il COVID ha approfittato del tempo libero per approfondire i suoi studi. Successivamente, è stato assunto da aziende che si occupano principalmente di voice cloning, una sorta di deep fake di voci e audio, speech recognition e poi è passato a IBM, dove si interessa principalmente di AI per Science.

Ha curato la parte matematica di alcuni libri e articoli relativi a predizione della dinamica di molecole, concentrandosi maggiormente sull’ottimizzazione relative ad algoritmi, matematica e ricerca pura applicata a quantum.

Insomma, un personaggio decisamente interessante da agganciare…

E veniamo, appunto, all’intervista.

Si parla tanto di intelligenza artificiale: potrebbe spiegare in che cosa effettivamente consista questa tecnologia? Come effettivamente funziona?

Per prima cosa bisogna definire il concetto di “intelligenza”. A prescindere da ciò che possiamo trovare sui dizionari, noi consideriamo “intelligente” la capacità di ottenere benefici tramite l’interazione con l’ambiente. Ad esempio, l’intelligenza emotiva, in questo contesto, sarebbe l’abilità di comprendere, sfruttare e far leva sulle emozioni per ottenere qualcosa di misurabile.

Secondo tale logica, un agente intelligente deve essere capace di interagire con l’ambiente al fine di ottenere e massimizzare risultati misurabili, come scalare i posti in azienda oppure vincere in un gioco.

Per quanto riguarda “artificiale”, la definizione è molto più intuitiva.

Il funzionamento è concettualmente semplice: vi sono una serie enorme di tabelle riempite di numeri, che rappresentano le azioni possibili. Con quello che viene definito “addestramento”, i numeri in queste tabelle vengono cambiati, diventando stabili e particolarmente fissi quando il risultato ottenuto è buono.

La composizione delle tabelle cambia parecchio secondo il compito; modellare delle immagini implica che la struttura del programma sia fatta in un certo modo, mentre le molecole o il testo necessitano di altri percorsi.

Facciamo un esempio: immaginiamo una rete che debba riconoscere dei gatti. Per prima cosa bisogna inserire informazioni su come sia fatto l’animale; quindi, vi è il feedback che dice quanto il programma è vicino a riconoscere o meno il felino in questione. Se la rete non lo identifica, il “numero” nella tabella, il cosiddetto “peso”, viene penalizzato e cambia un po’, altrimenti viene rinforzato e ha più probabilità di essere scelto.

Il procedimento si può fare in tanti modi, come quello evolutivo, dove cambi pesi, o tramite altre tecniche di ottimizzazione chiamate “gradient descent”. In realtà, niente di complesso, cose che si studiano all’esame di Analisi due, uno studente universitario già ne dovrebbe avere la padronanza.

Le IA che compiono un solo compito vengono chiamate “narrow artificial intelligence”.

Negli anni si sono definiti vari tipi di IA con un solo compito. Un esempio cinematografico famoso è quello nel film ‘War Games’, quando la macchina capisce che non c’è modo di vincere attraverso una guerra nucleare giocando al Tris. Nella realtà, abbiamo Deep Blue, il computer che ha battuto Kasparov a scacchi.

La maggior parte delle intelligenze artificiali sono proprio le “narrow”, ma, nel gergo comune, per IA si intendono quelle basate su reti neurali, altamente ispirate a come funziona il cervello umano, una modellizzazione molto simile ai neuroni.

Se non ricordo male, i primi si ebbero sul neurone gigante di calamaro per la facilità con cui si riusciva a vedere; in seguito, dei matematici puri hanno scritto le prime simulazioni di reti neurali.

Ci sono vari modi per descrivere una rete neurale, ma, in linea di principio, è un insieme di matrici, le tabelle di cui abbiamo parlato prima, composte una dopo l’altra, attraverso le quali somministriamo un dato, che poi viene elaborato in una serie di operazioni guidate dai “pesi”, fino a ottenere un risultato soddisfacente.

Negli anni Ottanta, vi è stato il primo grande sviluppo di tali metodi, che sono valsi anche il Nobel nel 2024 a scienziati come Hopfield e Hinton.

Quali sono attualmente i limiti delle IA?

Molti: in primis, hanno bisogno di un’enorme potenza computazionale, inoltre il dispendio energetico è altissimo. La difficoltà più immediata, dunque, è economica.

Le reti neurali incontrano grosse difficoltà in alcuni problemi banali, come capire le regole di un gioco, e hanno immensi problemi di memoria, non riescono infatti a gestire tutte le informazioni che acquisiscono, rischiando, così, il “crash” quando diventano troppe. Per ovviare, degli sviluppatori hanno inserito un scadenza temporale a ciò che una IA può “ricordare”. Se, da un lato, quindi, le IA riescono a fare molto bene, se non meglio, molti lavori da “colletto bianco”, dall’altro le loro limitazioni mnemoniche sono un freno per qualunque programmatore.

In sintesi, se è vero che già oggi possono dimostrare anche teoremi matematici abbastanza complessi, dall’altro una ricerca che necessiti di collegare vari campi del sapere le porterebbe velocemente ai loro limiti tecnologici, non potendo concatenare troppe informazioni.

Questa è una tecnologia che si aggiorna in modo estremamente veloce: secondo lei delle previsioni prevedibili quale arco di tempo possono coprire? Quale sarà il futuro delle IA?

Saranno velocissime e credo che l’uomo non riuscirà ad adattarsi altrettanto rapidamente. Penso che saranno necessari dei vincoli autoimposti dagli stessi creatori o si rischia che l’umanità non riesca a tenere il passo con uno sviluppo così celere. Ma non credo ci sarà un interesse a seguire tale autoregolamentazione.

Robotica e IA: è già realtà o dobbiamo attendere ancora? Quali le speranze di avere presto, ad esempio, dei badanti robotici per una popolazione che invecchia?

Non sono un esperto di questo settore, però, direi non ci vorrà tanto, mi sembra che molte di queste tecnologie siano mature. Dal punto di vista della meccatronica, non so dire a che punto sia lo sviluppo di un robot realmente valido, non entra nel mio campo di competenza. La mia sensazione è che le tecnologie siano abbastanza mature; ci sono cose che, sicuramente, non funzionano al riguardo, ma mi aspetto, sostanzialmente, di vederle nei prossimi dieci anni. Potrei sbagliarmi, però, perché non appartengo a quell’ambito.

Torniamo al mondo del lavoro: quanto potrebbe essere affidabile un robot “chirurgo”? Entro quanto potremmo vederlo in azione? E per le “semplici” diagnosi?

La chirurgia non è il mio campo, ma in quello della programmazione posso dire che la sensazione è che già siano estremamente affidabili. Io, per esempio, non scrivo più una riga di codice, chiedo a Cloud, a GPT, di farlo e il risultato è buono. Se su cose che conosco bene è paragonabile al mio lavoro su ciò in cui sono meno ferrato può anche superarmi.

Ovviamente, controllo tutto, proprio per questo posso dire che l’IA lavori bene. La competenza umana è necessaria, senza potrei non sapere completamente quello che un’IA sta suggerendo e potrei non riuscire a controllarlo. Si sta già lavorando in questi termini, cioè utilizzando le IA per scrivere, usare dei linguaggi che danno delle certificazioni sul codice e il controllo della sua attendibilità, quindi suppongo che, come sia nel mio campo, così possa essere in altri, come la giustizia e la medicina.

In sintesi, per me la domanda non è se sia oggi perfetta, la vera questione è se sia migliore di un essere umano e, a mio giudizio, a breve, potrà esserlo per molti lavori, soprattutto quelli di routine, e questo pensiero è supportato dai dati che analizzo. Ritornando alla medicina, non credo che questo campo possa fare eccezione.

Perchè ancora non vediamo macchine a guida autonoma? Decisione politica per salvaguardare posti di lavoro o inadeguatezza tecnologica?

Penso che siano già abbastanza affidabili e che la loro mancanza in strada sia una decisione politica: già esistono in California e in Cina, probabilmente si è semplicemente deciso di non volerle usare.

Si parla molto di Job Apocalypse, ovvero una rivoluzione lavorativa dove le IA, soprattutto unite alla robotica, prenderanno il posto di noi umani in molti settori: è realistico? Che cosa potrebbe accadere? E in che tempi? Quali problemi potrebbero sorgere? E quali le soluzioni?

Basta guardare le statistiche e controllare che in America molti non intraprendendo la strada della dermatologia o radiologia, il motivo è, banalmente, perché questi lavori saranno fatti principalmente dalle macchine.

La Job Apocalypse non è in procinto di arrivare, è già in atto, non so perché la gente non se ne stia accorgendo, ma sarà un disastro. Lo sto già notando con alcuni studenti che seguo e che hanno grandi difficoltà a introdursi nel mondo del lavoro, perché, di solito, a una persona con nulla o poca esperienza venivano affidati piccoli compiti, ma, come dicevo prima, proprio su questo che non richiede molta memoria le macchine sono imbattibili.

Purtroppo, la politica, con l’eccezione di Bernie Sanders in America, sembra disinteressarsi completamente al problema.

Le IA sono palesemente uno strumento a dir poco importante: è ottimista sul loro utilizzo o teme che l’essere umano sia troppo immaturo per un tale potere?

Ritengo che saranno utilizzate per tutto ciò che abbiamo, ma, naturalmente, un riscontro economico risponde a degli interessi pratici.

I problemi possono essere tanti. Pensiamo, ad esempio, alla bioinformatica: con le IA è molto più semplice produrre nuove molecole e, quindi, farmaci. Sono persuaso che le case farmaceutiche non si lasceranno scappare un tale business e, per almeno una parte dell’umanità, vi saranno grossi vantaggi in questo campo; tuttavia, è anche vero che, allo stesso tempo, si potrebbero utilizzare per sintetizzare nuove armi batteriologiche e chimiche. Avendo facilmente accesso a tale tecnologia un buon gruppo di ricerca di una decina di persone potrebbe ottenere risultati importanti e terribili e non è un bene che degli sconsiderati possano, teoricamente, creare un virus mortale avendo i risultati delle ricerche.

Le IA, come tutti gli strumenti, possono essere utilizzati tanto per curare il cancro, quanto per realizzare nuove terribili armi.

Non nutro particolare fiducia nell’essere umano, che sembra non accorgersi nemmeno di tali pericoli, quindi credo che sia dovere di chi progetta queste macchine tenerne conto.

A parte il mondo lavorativo, come crede l’IA influenzerà, nel prossimo futuro, le vite delle persone comuni? E la società?

Credo che creerà ancora più disuguaglianze; la persona comune è diseducata a pensare e a prendersi delle responsabilità e sarà travolta dagli eventi. Certo, su alcuni aspetti potrà migliorare la società, ma solo se vi sarà un’effettiva convenienza per qualcuno.

Non reputo l’essere umano medio capace di fare delle pressioni politiche affinché queste nuove tecnologie ritornino a proprio favore; quindi, ci si dovrà accontentare del riflesso dei vantaggi per interessi altrui. Di sicuro, si perderanno tantissimi posti di lavoro. Insomma, non sono ottimista.

Online ci sono delle “ragazze virtuali” collegate a un’IA: secondo lei potrebbe portare a una maggiore solitudine per le persone più fragili?

Si dovrebbe chiedere a persone esperte in questo campo, sociologi o psicologi. Per me, vi potrebbero essere molti problemi, basti vedere i social e come hanno influito sulla società.

Una delle domande che ogni tanto torna nei dibattiti è se un’IA potrebbe teoricamente sviluppare una propria consapevolezza. A vedere le risposte dei più famosi LLM, l’illusione è questa: è effettivamente così? E, considerando che non esiste una definizione univoca di consapevolezza o coscienza scientificamente e universalmente accettata, con quale metodo si potrebbe capire l’emergenza di “un’anima” artificiale?

Gli studi a riguardo sono molti; in sintesi, per quanto l’illusione di avere un essere cosciente di fronte sia elevata, i test somministrati alle macchine vengono puntualmente falliti un po’ in tutte le aree. Giusto per fare un esempio di test, si può chiedere alla macchina di giocare e poi, in seguito, riconoscere il proprio stile di gioco.

Anche per la vita vale lo stesso discorso: un’IA potrebbe mai essere “viva”? E come lo capiremmo? Sarà possibile in futuro?

Una delle cose fondamentali da comprendere è che le IA imitano l’uomo. Alla domanda se l’IA possa essere viva o meno, la risposta potrebbe essere data solo dopo aver epurato dalla sua memoria qualunque comportamento umano atto a preservare la propria esistenza: se, dopo questo, nascesse comunque una volontà di sopravvivere, allora potremmo avere un forte indizio sull’autoconsapevolezza di un’intelligenza artificiale.

Insomma, quella che, in un’IA, ci sembra la voglia di preservare la propria esistenza, è veramente un desiderio che nasce indipendentemente dalle informazioni raccolte, oppure una semplice imitazione di un nostro comportamento?

Nella fantascienza un topos è quello di Hal 9000 di ‘2001: Odissea nello spazio’ o, addirittura, di ‘Terminator’: potrebbe mai capitare un’eventualità del genere?

Ci penso molto e credo che già siamo a questo livello, anche se la risposta si ricollega al discorso di sopra: le macchine imitano l’uomo. È notizia che in Anthropic a un’IA era stato dato un comando che è l’equivalente di “spegniti”. L’IA ha “disobbedito” e ha cominciato a cercare nelle mail del programmatore qualcosa di compromettente con cui ricattarlo.

Ha effettivamente sviluppato, da sola, un comportamento umano o lo ha semplicemente imitato?

Questa domanda è ancora aperta, fatto è che si è “ribellata”; quindi, trovo possibilissimo e pericoloso lo scenario dove tali tecnologie diano problemi a essere controllate.

Qualche considerazione finale?

Credo che questa tecnologia sia utilissima, rivoluzionaria, tuttavia può nascondere insidie enormi, per questo spero che la società riesca a porre dei limiti. Ovviamente, lo studio di tali confini dovrebbe essere affidato a degli esperti, in caso contrario si rischia di distruggere degli strumenti utilissimi, senza alcun risultato concreto.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Ambrogio Di Renzo

Source link

Di