Accordo Usa-Iran per festeggiare gli 80 anni di Trump. Mentre la diplomazia accelera, Teheran frena e l’intelligence prevede nuovi scenari di guerra (Christian Meier)


Le dichiarazioni provenienti da Teheran nelle ultime ore hanno gettato nuove ombre sul possibile accordo tra Iran e Stati Uniti che, secondo alcune indiscrezioni, dovrebbe essere firmato nelle prossime ore, favorito dall’imminenza del compleanno di Trump, che domani compie 80 anni e intenderebbe festeggiare compiendo un passo decisivo verso la stabilizzazione del Medio Oriente.

Il Ministero degli Esteri iraniano ha invece smentito che la firma di un memorandum d’intesa con Washington possa avvenire domenica, prendendo le distanze dalle precedenti affermazioni attribuite al primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, secondo il quale l’intesa sarebbe stata sottoscritta entro le successive 24 ore.

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha precisato che la firma del memorandum «non è prevista per domenica», pur aggiungendo che «non si può escludere la conclusione dell’accordo nei prossimi giorni». Baghaei ha inoltre invitato alla prudenza nell’indicare date precise, attribuendo i ritardi al negoziato in corso con gli Stati Uniti.

Le parole del portavoce iraniano lasciano emergere una situazione complessa e caratterizzata da evidenti contraddizioni. Da un lato Teheran continua a manifestare interesse per una rapida conclusione dell’intesa; dall’altro la smentita di una firma imminente sembra raffreddare l’ottimismo diffuso nelle ultime ore da diversi osservatori internazionali.

Anche il primo ministro pakistano non ha successivamente confermato la tempistica indicata in precedenza, limitandosi a dichiarare che «siamo più vicini che mai alla conclusione di un accordo di pace» e che «l’approvazione definitiva potrebbe arrivare entro le prossime 24 ore», aggiungendo che Islamabad sarebbe pronta a sottoscrivere l’intesa a distanza.

Mentre la diplomazia continua il suo difficile lavoro, dal mondo dell’intelligence arrivano informazioni che rischiano di alimentare ulteriormente le tensioni.

Secondo un’inchiesta pubblicata da Bloomberg, che cita valutazioni di fonti dell’intelligence occidentale, durante le otto settimane di cessate il fuoco l’Iran avrebbe ricostituito circa tre quarti del proprio arsenale missilistico prebellico, integrandolo anche con nuovi sistemi di produzione russa.

Le stime indicano che Teheran disporrebbe oggi di circa il 75 per cento delle munizioni e dei missili posseduti prima dello scoppio del conflitto e che sarebbe in grado di incrementare ulteriormente tali capacità in tempi relativamente brevi.

Particolarmente significativa appare l’ipotesi secondo cui alcuni dei nuovi missili sarebbero stati prodotti in Russia nell’ultimo anno. Se confermata, questa circostanza indicherebbe un rafforzamento della cooperazione tecnico-militare tra Mosca e Teheran durante il periodo di guerra. Il Ministero della Difesa russo, tuttavia, non ha commentato le indiscrezioni riportate dall’agenzia economica statunitense.

Le nuove valutazioni contrastano inoltre con le dichiarazioni rilasciate appena una settimana fa dal presidente statunitense Donald Trump. Secondo il leader americano, infatti, l’Iran avrebbe conservato soltanto tra il 21 e il 22 per cento del proprio arsenale originario. Ancora più ottimistiche erano state le stime formulate nei mesi scorsi dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, che aveva parlato di una riduzione del 90 per cento delle capacità offensive iraniane.

La distanza tra le diverse valutazioni alimenta interrogativi sulla reale consistenza delle capacità militari di Teheran e sulla credibilità delle informazioni diffuse dalle varie parti coinvolte nel confronto.

Secondo le stime occidentali, durante il conflitto l’Iran avrebbe lanciato oltre 1.850 missili e circa il doppio dei droni contro obiettivi regionali. Stati Uniti e Israele puntavano a distruggere due terzi dei lanciatori missilistici iraniani entro il primo mese di guerra. Tuttavia molti sistemi sarebbero rimasti sepolti sotto le macerie delle infrastrutture colpite e Teheran avrebbe utilizzato il periodo di tregua per recuperare materiali, riattivare siti strategici e ripristinare parte delle capacità operative.

Particolare attenzione continua a essere riservata ai droni Shahed, considerati uno degli strumenti più efficaci dell’arsenale iraniano. Si tratta di velivoli d’attacco relativamente economici, costruiti in larga parte con componenti reperibili sul mercato civile e dotati di un’autonomia superiore ai mille chilometri. Secondo fonti dell’intelligence, la produzione potrebbe continuare anche in presenza di ulteriori bombardamenti, purché siano disponibili materiali essenziali come fibra di vetro, sistemi di guida, motori ed esplosivi.

Diversi analisti ritengono inoltre che, nonostante i risultati tattici ottenuti dagli Stati Uniti e dai loro alleati, l’obiettivo strategico di smantellare definitivamente l’industria missilistica iraniana non sia stato ancora raggiunto.

Kelly Grieco, ricercatrice senior dello Stimson Center di Washington, osserva che la dispersione geografica degli impianti produttivi rende estremamente difficile neutralizzare completamente la capacità industriale iraniana. Una valutazione condivisa anche dall’analista di Bloomberg Economics Becca Wasser, secondo la quale l’infrastruttura della difesa iraniana conserva ancora significativi margini di resilienza.

Nel frattempo, fonti dei servizi di intelligence israeliani e statunitensi avrebbero avvertito che Teheran sarebbe vicina a una sostanziale ricostituzione delle proprie capacità missilistiche.

Si delinea così un quadro caratterizzato da profonde ambiguità. Da una parte la diplomazia continua a parlare di pace, negoziati e possibili accordi destinati a porre fine a una crisi umanitaria sempre più grave. Dall’altra, rapporti di intelligence, analisi strategiche e indiscrezioni diffuse dai principali media occidentali descrivono uno scenario nel quale tutte le parti sembrano prepararsi alla possibilità di una ripresa delle ostilità.

La sensazione è che si stiano confrontando due narrazioni parallele: quella ufficiale, che insiste sulle opportunità offerte dal dialogo, e quella proveniente dagli ambienti militari e dell’intelligence, che continua a evidenziare la preparazione di nuovi scenari di confronto.

In questo contesto, la conclusione di un accordo tra Teheran e Washington appare sempre più necessaria. Non soltanto per ridurre le tensioni geopolitiche, ma soprattutto per interrompere una spirale che continua a produrre instabilità, sofferenze civili e il rischio concreto di una nuova escalation regionale. La pace, oggi, non rappresenta semplicemente un obiettivo diplomatico: è una necessità urgente per l’intero Medio Oriente.

 

 

Christian Meier


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