di Giorgio Cappellini
LEGNANO – Italia e Cina, due realtà in cui da anni vigono importanti e strategici rapporti economici sia per il commercio all’ingrosso, sia per la tecnologia di ultima generazione che riguarda dispositivi elettronici, automotive, robotica e intelligenza artificiale. Su questo si concentra Francesco Wu, imprenditore cinese operante nella ristorazione, nell’immobiliare e nel commercio all’ingrosso di prodotti medicali. Nonché membro del direttivo di Confcommercio Milano-Monza-Brianza-Lodi, all’interno della quale ha ricevuto l’incarico di referente per l’imprenditoria straniera ed è anche fondatore e presidente onorario dell’UNIIC, un’associazione nata con l’obiettivo di supportare le imprese e favorire la collaborazione economica legata alle attività di imprenditori di origine cinese in Italia e insieme alla quale ha ricevuto nel 2021 l’Onorificenza dell’Ambrogino d’Oro a Milano.
Oggi il rapporto economico tra Italia e Cina è ancora basato soprattutto sul commercio oppure sta diventando una vera collaborazione industriale?
«Anche se ci sono state diverse importanti acquisizioni da parte della Cina di multinazionali italiane come la Pirelli, la Ferretti e la Candy, i rapporti tra Italia e Cina sono ancora basati principalmente sul commercio. Negli ultimi decenni, l’intesa economica tra i due Stati si è basata sull’importazione di manufatti a basso costo, mentre oggi giorno si importano prodotti di alta tecnologia come automobili, tra cui MG e BYD, ed elettronica di consumo, ad esempio gli smartphone con Huawei e Xiaomi. Per quanto riguarda i settori tradizionali, in Italia si importano ancora tutti quei prodotti che si vendono nei grandi Bazar come giocattoli, vestiti, articoli per la casa, attrezzatura per il giardinaggio e utensili».
Ci sono stati importanti investimenti da parte di grandi aziende italiane in Cina in questi ultimi 5 anni?
«In questi ultimi 5 anni, in ambito industriale, non ci sono stati importanti investimenti da parte di grandi aziende italiane in Cina. Alcune medie imprese, però, in passato hanno spostato la produzione in Cina perché i costi erano più bassi. I prodotti venivano fabbricati lì e poi importati in Italia per essere venduti sul mercato italiano o europeo. Altre aziende invece hanno aperto stabilimenti o attività in Cina non tanto per risparmiare, ma per entrare nel grande mercato cinese. In questo caso il prodotto veniva realizzato e venduto direttamente ai consumatori cinesi. I rapporti commerciali, però, sono sicuramente più forti rispetto alle collaborazioni industriali e questa secondo me è una pecca. In futuro dovrebbero esserci più collaborazioni industriali, in quanto la Cina adesso su tanti prodotti tecnologici ha una tecnologia più avanzata rispetto all’Italia come per le automobili elettriche, le batterie, il fotovoltaico e anche in ambito software su alcuni settori».
Sostiene che l’Italia dovrebbe puntare su joint venture e investimenti cinesi per recuperare competitività industriale: è questa la strada necessaria per rilanciare settori strategici come auto elettriche, batterie e fotovoltaico?
«Si potrebbe veramente collaborare, cercare di attirare investimenti cinesi facendo della imprese joint venture, in modo da portare in Italia anche i macchinari industriali e automatici che sono quelli che permettono alla Cina di produrre a bassissimo costo. Questo non sarà facile all’inizio perché la Cina ha un sistema industriale integrato, non è solo industria, ma tutto quello che gli ruota intorno come i fornitori. In prospettiva sarà fondamentale che l’Italia crei delle relazioni più solide se vuole tornare ad essere competitiva soprattutto nell’ambito delle automobili elettriche, delle batterie e del fotovoltaico. Dall’altra parte, invece, la Cina guarda all’Italia, soprattutto per i prodotti di meccanica di precisione, per il settore farmaceutico e per la moda, dove gli italiani sono molto forti. Tuttavia però la bilancia è sempre a favore della Cina, cioè si importa di più dalla Cina rispetto a quello che si esporta».
In quali settori Italia e Cina possono costruire le partnership più forti?
«Il più strategico sarebbe quello delle automobili elettriche, ma qui si potrebbe parlare anche a livello europeo, in quanto l’Italia potrebbe davvero collaborare con la Cina in questo ambito, anche se non ha più una sua industria automobilistica. La Fiat ormai fa parte di una multinazionale, Stellantis, che ha inglobato quindi i suoi stabilimenti produttivi. In questo ultimo mese, Stellantis ha stretto una partnership con Dongfeng, una delle più grandi case automobilistiche cinesi, per produrre nei suoi stabilimenti a Wuhan. Molte aziende internazionali producono in Cina per vendere direttamente sul mercato cinese. La vera sfida, però, sarebbe fare il contrario: produrre in Europa per il mercato europeo. Alcuni grandi attori si stanno già muovendo in questa direzione, come BYD, ma gli investimenti non stanno arrivando in Italia, anche perché oggi il Paese non ha più una forte industria automobilistica nazionale. Per questo sarebbe importante, anche attraverso Stellantis, riconvertire o adattare i vecchi stabilimenti dedicati ai motori endotermici per la produzione di auto elettriche».
Riguardo alle nuove tecnologie, come gli androidi possono essere un punto di contatto tra Italia e Cina?
«Ci sono tante start-up in Cina come AGIBOT che costruiscono androidi, però siamo ancora in una fase evolutiva. Le società cinesi devono ancora consolidarsi su questi nuovi mercati e ci sono altri due attori principali che sviluppano questi prodotti, gli USA e il Giappone. Le società cinesi all’inizio non esportano e non vanno all’estero, prima consolidano il mercato interno. Questa è stata la stessa strategia adottata da BYD. È normale che si faccia così, perché il mercato interno è quello che si ha più vicino, è più controllabile, sarebbe quello che dovrebbe fare anche l’Italia».
In conclusione, le imprese italiane, guardano con più interesse o con più timore alla Cina, rispetto al passato?
«Dal mio punto di vista con più timore, perché ci sono competitor importanti sui settori tech. Ad esempio nelle reti internet 5G con ZTE, nell’elettronica e nelle batterie con Huawei, nelle automobili elettriche con BYD e nell’intelligenza artificiale con Deepseek. Si parla spesso di società statunitensi nell’ambito dell’AI ma la Cina ha speso un decimo dei soldi di OpenAI o Anthropic per sviluppare un prodotto con le stesse capacità. A differenza dei chatbot americani, è open source e pur utilizzando dei processori meno potenti, riesce ad avere le stesse prestazioni. Anche se non è popolare come ChatGPT, non vuol dire che sia meno avanzata».
Otto destinazioni per la Cina. Brunini (Sea): «Un record per Malpensa»
legnano francesco wu Ambrogino – MALPENSA24
Visited 14 times, 14 visit(s) today
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Gabriele Ceresa
Source link



