Mettere la firma


Brera lavorava sulle parole come uno scultore lavora sul marmo. Mura costruiva il ritmo delle frasi con sensibilità letteraria. Sconcerti limava concetti e argomentazioni fino a renderli cristallini. Oggi la scrittura è spesso ridotta a semplice veicolo di distribuzione del contenuto. Deve trasportare l’informazione nel minor tempo possibile. Se il lettore clicca, l’obiettivo è raggiunto. L’economia digitale premia la pubblicazione immediata, non la qualità narrativa

Dalla cultura del racconto alla dittatura del clic: il declino del giornalismo sportivo. Per comprendere quanto sia cambiato il giornalismo sportivo italiano non basta confrontare le firme di ieri con quelle di oggi. Sarebbe troppo semplice e forse anche ingiusto. Il problema non è soltanto che non esistano più figure come Mario Sconcerti, Gianni Brera o Gianni Mura. Il problema è che si è modificata la gerarchia stessa dei valori che governano l’informazione sportiva. Un tempo il giornalista si poneva tre domande fondamentali: la notizia è vera? È importante? Aiuta il lettore a capire qualcosa in più della realtà? Oggi, troppo spesso, la domanda è una sola: questa notizia genera attenzione? La differenza è abissale.

Mario Sconcerti rappresentava una concezione del giornalismo ormai quasi scomparsa. Non raccontava soltanto ciò che accadeva in campo. Cercava di spiegare perché accadeva e soprattutto cosa significava. Una partita diventava l’occasione per riflettere sul potere, sui rapporti di forza, sulle psicologie individuali e collettive, sui cambiamenti culturali che attraversavano il calcio e la società. Molti dei suoi articoli somigliavano più a brevi saggi che a semplici cronache sportive. La sua autorevolezza nasceva da un elemento oggi raro: l’autonomia. Non scriveva per compiacere tifosi, dirigenti, presidenti o allenatori. Scriveva per capire e per far capire.

Gianni Brera apparteneva a una categoria ancora diversa: quella degli scrittori prestati allo sport. Fu probabilmente il più grande innovatore linguistico del giornalismo italiano. Trasformò la cronaca calcistica in letteratura popolare. Inventò parole, immagini, definizioni destinate a entrare nel lessico comune. “Rombo di Tuono” per Gigi Riva e “Abatino” per Gianni Rivera sono soltanto gli esempi più celebri di una creatività linguistica che oggi appare irripetibile. Per Brera il calcio non era soltanto un gioco. Era geografia, antropologia, storia, identità collettiva. Era un fenomeno culturale degno di essere raccontato con la stessa dignità riservata alla letteratura.

Gianni Mura, invece, rappresentava l’umanesimo sportivo. Nei suoi articoli convivevano sport, letteratura, cinema, musica, cucina e viaggio. Gli atleti non erano personaggi da esaltare o demolire, ma esseri umani da comprendere. Aveva un’attenzione quasi maniacale per il dettaglio, per le sfumature caratteriali, per il contesto. Leggere Mura significava spesso partire da una corsa ciclistica e arrivare a una riflessione sulla vita.

Ciò che accomunava Brera, Mura e Sconcerti non erano le idee. Spesso la pensavano in modo diverso. Li univa una convinzione profonda: il giornalismo doveva aumentare la comprensione del lettore.

Oggi questa convinzione sembra essersi progressivamente indebolita. La notizia è diventata una materia prima da immettere in un flusso continuo di contenuti. Il suo valore non dipende più dalla rilevanza, ma dalla capacità di produrre clic, visualizzazioni, commenti e discussioni.

Quando tutto diventa notizia, nulla è veramente notizia. Una fotografia sui social, un like, una frase estrapolata da un’intervista, un gesto durante un allenamento, una presunta indiscrezione di mercato: elementi che un tempo sarebbero stati considerati irrilevanti vengono oggi elevati a rango di eventi. La cronaca lascia spazio alla speculazione. L’analisi viene sostituita dall’ipotesi. Il dubbio diventa titolo. La competizione digitale premia chi arriva per primo, non chi arriva meglio.

Per decenni il giornalismo è stato una professione fondata su filtri rigorosi. Per scrivere sulle grandi testate non bastava conoscere il calcio. Bisognava saper scrivere. Bisognava possedere una cultura generale. Bisognava costruire nel tempo una credibilità. Oggi questi filtri si sono notevolmente indeboliti.

La legittimazione non deriva più principalmente dalla competenza, ma dalla visibilità. Il personaggio ha progressivamente sostituito l’analista. Figure mediatiche come Antonio Cassano non sono un’anomalia ma il prodotto perfetto del sistema contemporaneo. La televisione cerca personalità capaci di generare entusiasmo, indignazione, polemica.

L’analista cerca di spiegare. Il personaggio cerca di attirare attenzione. Sono due funzioni profondamente diverse. La conseguenza più evidente è l’impoverimento della scrittura.

Brera lavorava sulle parole come uno scultore lavora sul marmo. Mura costruiva il ritmo delle frasi con sensibilità letteraria. Sconcerti limava concetti e argomentazioni fino a renderli cristallini. Oggi la scrittura è spesso ridotta a semplice veicolo di distribuzione del contenuto. Deve trasportare l’informazione nel minor tempo possibile. Se il lettore clicca, l’obiettivo è raggiunto. L’economia digitale premia la pubblicazione immediata, non la qualità narrativa.

Molti articoli contemporanei sembrano prodotti attraverso modelli seriali: stesse aperture, stessi aggettivi, stessi titoli iperbolici, stessi schemi retorici. La scrittura perde personalità. Diventa intercambiabile. È la vittoria della velocità sulla profondità. Ma la crisi della scrittura è soltanto il sintomo di una crisi più ampia: la crisi dell’ambizione narrativa.

Brera, Mura e Sconcerti avevano l’ambizione di lasciare qualcosa al lettore. Non soltanto un’informazione ma una comprensione più ricca della realtà. Oggi molta comunicazione vive in un eterno presente. Consuma l’attenzione senza produrre memoria. Alimenta emozioni senza costruire conoscenza. Per questo il problema non è soltanto la scomparsa delle grandi firme. È la trasformazione di un intero ecosistema culturale.

I grandi giornalisti del passato guadagnavano prestigio perché aggiungevano conoscenza. Molti operatori mediatici contemporanei ottengono visibilità perché aumentano l’intensità emotiva del dibattito. La differenza è tutta qui. Brera, Mura e Sconcerti trasformavano lo sport in cultura. Oggi troppo spesso l’informazione sportiva trasforma la cultura in intrattenimento.

Gli scribacchini non prosperano soltanto perché esistono editori disposti a pubblicarli. Prosperano perché esiste un pubblico disposto a leggerli. In questo senso non sono la causa del declino narrativo, ma uno dei suoi sintomi più evidenti.

La domanda, allora, non è dove siano finiti i nuovi Brera, i nuovi Mura o i nuovi Sconcerti, è se esista ancora un sistema dell’informazione disposto a premiarli. 

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 Vittorio Galigani

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