Il tycoon: «Non vediamo l’ora di collaborare con l’Iran e con tutto il Medio Oriente». Ma gli ayatollah lo contraddicono in tutto. Intanto un drone è stato abbattuto dagli americani e una petroliera è stata colpite da un proiettile non identificato. Il presidente telefona a Netanyahu: «Questa guerra deve finire». E mercoledì vedrà Macron
Sì, l’accordo tra iraniani e americani verrà firmato: ma «non domenica», forse «nei prossimi giorni», ma una data certa manca. Sì, l’accordo verrà firmato, ma a distanza, non nella stessa sala: solo con una firma digitale. E sì l’accordo c’è, ma non è «definitivo», ha spiegato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ismail Baghaei. Questo memorandum d’intesa di Islamabad – dove domenica si trova il suo capo, Araghchi – non sembra a molti né un memorandum, né una vera intesa.
Baghei, che anche sabato ha tacciato Washington di continue contraddizioni, ha fatto capire che il documento assicurerà solo una tregua provvisoria, una sospensione dei combattimenti che serve ad avviare i colloqui veri, una cessazione immediata delle ostilità, anche in Libano.
Ottimismo pakistano
«Siamo fiduciosi che questo storico accordo di pace costituirà una solida base per una pace duratura», ha dichiarato Shehbaz Sharif, presidente del paese mediatore, il Pakistan. Non ci sarà, ha assicurato, nessuna cerimonia: solo colloqui tecnici. Non si concluderà tutto «nelle prossime 24 ore»: a smentire, ora dopo ora, ogni notizia su un prossimo faccia a faccia tra delegazioni è stata Teheran, dove il presidente del Parlamento Ghalibaf lamentava assenza di impegni vincolanti nel patto.
Invece no: l’accordo verrà firmato domenica, insiste Donald Trump: così Hormuz tornerà libero. Il suo accordo, rivendica, è molto migliore di quello di Obama: «un muro senza armi nucleari» e non ci sarà, a differenza del metodo usato dai democratici, «nessun versamento di denaro». «Non vediamo l’ora di collaborare con l’Iran e con tutto il Medio Oriente per molti anni a venire».
Trump incontrerà dopo il G7 a Evian lunedì alcuni leader del Medio Oriente (da quella sponda, è arrivato per lo più silenzio e una smentita dagli Emirati: non è mai avvenuto il trasferimento di 3 miliardi di dollari di fondi all’Iran). Ormai anche gli americani più ottimisti sono diventati scettici nell’intravedere una soluzione della crisi: le questioni critiche rimangono tutte aperte, irrisolte e il bilancio finale rischia di non reggere con le promesse fatte dal presidente Usa – qualsiasi cosa emerga dopo la firma congiunta. Ogni concessione, nel vocabolario trumpiano di questo conflitto, rischia ad equivalere ad una sconfitta, una disfatta.
Nonostante buona volontà e sforzi dei mediatori, al cessate il fuoco sono in pochi a crederci; vola da una bocca all’altra la parola tregua, ma volano anche i droni: ieri le forze americane hanno abbattuto Shahed diretti a Hormuz, considerandoli «minaccia al traffico commerciale». Hormuz, de facto bloccato da 105 giorni, è ormai una specie di limbo liquido. Sabato una petroliera a est della costa omanita è stata centrata da un proiettile non identificato. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha assicurato che il blocco marittimo rimane in vigore: non transiterà petrolio iraniano. Contraddicendo Washington, che parla di ritorno alla navigazione libera e gratuita nello Stretto, Araghchi ha detto che «i servizi non saranno più gratuiti»: il pagamento delle tariffe è «obbligatorio».
Uno che dell’accordo sa tutto è Bibi. Quando giovedì scorso ha alzato la cornetta, sapeva che dall’altro lato del filo c’era Trump e stava per comunicargli “una notizia che non voleva sentire”: la firma su un accordo che non vuole, non gli piace, danneggia i suoi piani di guerra permanente perché potrebbe avviare la normalizzazione dei rapporti con la Repubblica Islamica. Ma il repubblicano, racconta Axios, ha detto: «È ora di porre fine a questa guerra». Netanyahu, pare non lo ha bocciato o criticato, non ha replicato, ma è anche vero che non ha potere di impedirlo.
«Non ci fidiamo per nulla degli americani». Il capo della magistratura iraniana, Gholam-Hossein Mohseni-Ejei, ha sintetizzato bene una diffidenza che si continua a coltivare e permea l’intero apparato sciita nonostante l’avvicinarsi del compromesso ufficiale. È una sfiducia che ha portato nelle ultime settimane (ha riferito l’intelligence americana) a sigillare con mine ed esplosivi l’entrata ai depositi e tunnel dove sono contenute le scorte di uranio arricchito: una misura di protezione che rende impossibile prelevare il materiale.
Oggi è peggio di ieri: «È ora molto più difficile, pericoloso e dispendioso in termini di tempo rispetto a solo un mese fa», hanno riferito gli 007, «quando il presidente Donald Trump aveva pubblicamente lasciato intendere che avrebbe potuto ordinare all’esercito statunitense di impossessarsene”. L’uranio (che riguarda uno dei capitoli più delicati dell’accordo, che avrebbe tra le sue clausole la rimozione, distruzione e trasferimento fuori dal paese del materiale) sarebbe ormai chiuso in una fortezza atomica. Eppure, Trump avrebbe avuto potuto averlo già tra le sue mani: piani per prelevarlo esistevano già.
Il piano dell’invasione
Lo scorso 19 maggio se il capo degli Stati Maggiori Riuniti, il generale Dan Caine, abbandona in fretta e furia un incontro Nato a Bruxelles, è per raggiungere Tampa, sede del comando centrale Usa, dove apprenderà i piani sviluppati per spedire i soldati a stelle e strisce a prendere il materiale nucleare.
C’è un prezzo da pagare, però, per l’intervento di terra ed è altissimo: gli iraniani avrebbero potuto estendere il conflitto alla regione, con incalcolabili conseguenze sull’economia mondiale. Per certe, certissime erano date le pesanti perdite di vite americane in mimetica. Dopo quell’incontro, Caine va da Trump e la cronaca racconta come quale è stata la sua reazione: fermate tutto, accantonate l’operazione e mettetela in un cassetto. Nelle ultime ore però quel cassetto, il presidente ha minacciato di riaprirlo.
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LUCIA MALATESTA
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