Il 14 giugno del 1928 nasceva a Rosario, in Argentina, Ernesto Guevara de la Serna, destinato a diventare per milioni di persone nel mondo semplicemente il Che. A novantotto anni dalla sua nascita, la sua figura continua a suscitare dibattiti, passioni e contrapposizioni, ma anche un consenso trasversale attorno a una caratteristica che persino molti avversari politici gli riconoscono: la straordinaria coerenza tra pensiero e azione.
In un’epoca segnata dalla ricerca del successo personale, dalla spettacolarizzazione della politica e dall’affermazione dell’individualismo come valore dominante, la vicenda umana del Che continua a esercitare una particolare forza morale. Medico di formazione, intellettuale raffinato, lettore instancabile di filosofia, economia e letteratura, Guevara avrebbe potuto costruirsi una brillante carriera professionale. Scelse invece una strada radicalmente diversa: mettere la propria vita al servizio di un ideale di emancipazione dei popoli oppressi.
La sua esperienza lungo le strade dell’America Latina, raccontata nei celebri Diari della motocicletta, rappresentò il momento decisivo della sua formazione. Il giovane medico argentino si trovò di fronte alle profonde disuguaglianze sociali del continente, alla povertà delle popolazioni indigene, allo sfruttamento dei lavoratori e alla subordinazione economica dei Paesi latinoamericani agli interessi delle grandi potenze economiche. Da quell’incontro con la sofferenza nacque una convinzione destinata ad accompagnarlo per tutta la vita: la giustizia sociale non poteva essere affidata alla semplice beneficenza, ma richiedeva una trasformazione radicale delle strutture economiche e politiche.
Accanto al guerrigliero, spesso ridotto a un’immagine iconica stampata su manifesti e magliette, esisteva infatti un pensatore rigoroso. Da ministro dell’Industria della rivoluzione cubana, Guevara si occupò di economia, pianificazione e sviluppo. Studiò i limiti dei modelli sovietici, rifletté sul rapporto tra incentivi materiali e motivazioni morali, insistette sulla necessità di costruire un “uomo nuovo” capace di mettere la solidarietà al centro dell’agire sociale.
La sua critica al capitalismo non era soltanto economica ma anche antropologica. Il Che riteneva che una società fondata esclusivamente sulla competizione e sul profitto rischiasse di impoverire l’essere umano, trasformando ogni relazione in una merce e ogni attività in una ricerca di vantaggio individuale. Per questo motivo attribuiva un ruolo fondamentale all’etica rivoluzionaria, alla coscienza, alla responsabilità collettiva.
Molti dei temi affrontati da Guevara appaiono oggi sorprendentemente attuali. Le crescenti disuguaglianze globali, la concentrazione della ricchezza, le nuove forme di dipendenza economica e finanziaria, le guerre combattute per il controllo delle risorse e dei mercati continuano a interrogare le società contemporanee. Non è un caso che numerosi movimenti sociali del Sud globale continuino a richiamarsi alla sua figura come simbolo di internazionalismo e di solidarietà tra i popoli.
Come ricordato in numerose iniziative promosse in questi giorni da associazioni e movimenti di solidarietà internazionalista, il Che rappresenta ancora oggi l’idea che non sia possibile separare la lotta per la giustizia sociale dalla difesa della dignità umana. La sua scelta di lasciare incarichi di prestigio a Cuba per continuare il proprio impegno rivoluzionario in Congo e successivamente in Bolivia viene interpretata dai suoi sostenitori come la testimonianza estrema di una coerenza personale rara nella storia politica del Novecento.
Naturalmente la sua figura resta oggetto di interpretazioni diverse e di giudizi contrastanti. Tuttavia, al di là delle valutazioni storiche e politiche, ciò che continua a colpire è la dimensione etica della sua testimonianza. Guevara non chiese mai agli altri sacrifici che non fosse disposto a compiere personalmente. Non accumulò ricchezze, non cercò privilegi, non trasformò il potere in un vantaggio individuale.
Per questo, a quasi un secolo dalla sua nascita, il Che continua a essere ricordato non soltanto come un protagonista della rivoluzione cubana accanto a Fidel Castro, ma come una delle figure simbolo della lotta contro le ingiustizie del Novecento. Un uomo che fece della solidarietà internazionale una scelta di vita e che lasciò in eredità una domanda ancora aperta: è possibile costruire una società nella quale l’essere umano valga più del profitto?
È forse questa la ragione profonda della sua attualità. Dietro l’icona, il mito e la leggenda, continua a vivere il richiamo a un’etica della responsabilità, della coerenza e dell’impegno verso gli ultimi. Un messaggio che, nel mondo attraversato da guerre, disuguaglianze e nuove povertà del XXI secolo, conserva una sorprendente forza di interrogazione.
Intervista a Vasapollo: «Il Che continua a parlare al presente»
A quasi un secolo dalla nascita di Ernesto Che Guevara, la sua figura continua a essere oggetto di studio e di riflessione non soltanto sul piano storico, ma anche su quello economico, politico e culturale. Ne abbiamo parlato con Luciano Vasapollo, docente di Economia alla Sapienza di Roma e studioso dei processi di trasformazione del capitalismo globale, da anni impegnato nei rapporti di cooperazione accademica con Cuba.
Professor Vasapollo, perché il Che continua a essere una figura così presente nell’immaginario collettivo mondiale?
Perché il Che non è stato semplicemente un rivoluzionario o un dirigente politico. È stato innanzitutto un esempio di coerenza etica. In un mondo nel quale troppo spesso la politica coincide con la ricerca del potere personale, Guevara rappresenta ancora oggi l’idea che sia possibile mettere le proprie conoscenze, la propria intelligenza e persino la propria vita al servizio di un progetto collettivo di emancipazione umana. Questa è la ragione fondamentale della sua straordinaria attualità.
Spesso si parla del Che guerrigliero. Meno conosciuto è invece il Che economista e teorico dello sviluppo.
È vero. Esiste una riduzione semplicistica della sua figura all’immagine romantica del combattente. In realtà Ernesto Guevara è stato uno straordinario intellettuale. Studiava incessantemente. Leggeva economia politica, filosofia, storia, letteratura. Da ministro dell’Industria a Cuba affrontò questioni estremamente complesse legate alla pianificazione economica, allo sviluppo industriale e ai rapporti tra crescita economica e giustizia sociale. Le sue riflessioni sui limiti del mercato e sul ruolo della coscienza nella trasformazione sociale sono ancora oggi oggetto di studio.
Quale aspetto della sua elaborazione teorica considera più attuale?
La critica alla riduzione dell’essere umano a semplice produttore e consumatore. Il Che aveva compreso che il problema non era soltanto economico. Era antropologico. Aveva intuito che una società costruita esclusivamente sul profitto finisce per produrre alienazione, individualismo e competizione permanente. Per questo parlava della necessità di costruire un uomo nuovo, cioè una persona capace di agire anche sulla base della solidarietà, della responsabilità collettiva e della coscienza sociale.
Molti giovani continuano a guardare al Che come a un simbolo. Cosa rappresenta oggi per le nuove generazioni?
Rappresenta la possibilità di non rassegnarsi. Viviamo in un sistema che tende a presentare l’ordine economico esistente come inevitabile e immutabile. Il Che ricorda invece che la storia può essere trasformata dall’azione collettiva e dall’impegno individuale. Non propone scorciatoie, ma responsabilità. Non invita al conformismo, ma alla partecipazione. È questo che continua ad affascinare tanti giovani in America Latina, in Africa, in Europa e nel resto del mondo.
Lei ha lavorato a lungo con le istituzioni cubane. Quale eredità del Che è ancora viva a Cuba?
L’idea che l’istruzione, la sanità e la dignità delle persone non possano essere considerate merci. Naturalmente Cuba affronta enormi difficoltà, aggravate dal blocco economico statunitense che dura da oltre sessant’anni. Tuttavia resta vivo l’insegnamento di Guevara sul valore della solidarietà internazionale, della cooperazione tra i popoli e della centralità dell’essere umano nei processi di sviluppo.
In un mondo segnato da guerre e crisi sistemiche, cosa direbbe oggi il Che?
Credo che denuncerebbe con forza la trasformazione della guerra in strumento economico e la crescente finanziarizzazione dell’economia globale. Ma soprattutto continuerebbe a richiamare il primato dell’etica. Perché il tratto distintivo del Che non era soltanto la capacità di analisi politica. Era il rifiuto di separare la teoria dalla pratica, le idee dai comportamenti concreti. La sua vita testimonia che la coerenza personale può diventare una forza storica.
Qual è, in definitiva, la lezione più importante che Ernesto Guevara lascia al nostro tempo?
Che non esiste trasformazione sociale senza trasformazione morale. Il Che ci insegna che la politica non può ridursi alla gestione dell’esistente e che l’economia deve tornare a essere uno strumento al servizio dell’essere umano. In un’epoca dominata dal profitto, dal consumismo e dalla guerra, il suo messaggio continua a ricordarci che solidarietà, giustizia sociale e internazionalismo non sono utopie del passato, ma necessità del presente.
Rita Martufi e Salvatore Izzo
Nella foto: Cambiare Rotta ha organizzato un incontro per l’anniversario della nascita di Che Guevara alla Casa della Socialità in San Lorenzo, Via dei Volsci 86, seguito da un dibattito con rappresentanti dell’Ambasciata di Cuba in Italia. Musica e socialità per una giornata di condivisione, memoria e solidarietà internazionale.
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