Colombia al ballottaggio: fermare la destra filotrumpiana per difendere il progetto progressista (Giulio Chinappi)


Il primo turno delle presidenziali colombiane ha visto Abelardo de la Espriella
arrivare in testa, ma Iván Cepeda (nella foto) resta pienamente in corsa per il ballottaggio. Il
voto del 21 giugno deciderà se proseguire il progetto progressista avviato da
Petro o consegnare il Paese alla destra filotrumpiana.

Il primo turno delle elezioni presidenziali colombiane ha aperto una fase decisiva
per il futuro politico del Paese e, più in generale, per gli equilibri dell’America Latina. Il
risultato del 31 maggio ha consegnato una fotografia complessa: Abelardo de la
Espriella, candidato della destra filotrumpiana e del movimento Defensores de la
Patria, si è collocato in testa con poco meno del 44% dei voti, mentre Iván Cepeda,
candidato progressista del Pacto Histórico e dell’Alianza por la Vida, ha ottenuto poco
meno del 41%, conquistando comunque l’accesso al ballottaggio del 21 giugno. La
distanza tra i due, attorno ai 700.000 voti, è significativa ma non definitiva. La Colombia si avvia dunque a decidere non soltanto il successore di Gustavo Petro, ma il senso stesso del ciclo politico aperto nel 2022 con la prima vittoria presidenziale della sinistra nella storia recente del Paese.

Il dato più immediato è che la destra radicale ha saputo concentrare attorno a De la
Espriella un voto di reazione, paura e risentimento. Il suo risultato intercetta
l’opposizione feroce al governo Petro, il malessere sociale prodotto dalle difficoltà
economiche, l’insicurezza in alcuni territori e il bombardamento mediatico contro
il Pacto Histórico. Il candidato della destra ha incarnato un progetto preciso: una
Colombia punitiva, securitaria, subordinata agli Stati Uniti e pronta a smantellare
l’impostazione progressista del governo uscente. La sua retorica di “mano dura”, il
richiamo a modelli come quelli di Donald Trump, Nayib Bukele e Javier Milei, e
l’insistenza su carcere, ordine e militarizzazione configurano una proposta politica che
non mira a risolvere le cause profonde della violenza colombiana, ma a riprodurle sotto
una forma autoritaria.

Di fronte a questo scenario, il risultato di Cepeda non può essere letto come una
sconfitta strategica. Certo, il Pacto Histórico puntava a confermare nelle urne lo slancio
delle legislative di marzo e a trasformare la propria forza parlamentare in una vittoria
presidenziale già al primo turno, o quantomeno in un vantaggio netto. Questo non è
avvenuto.

Tuttavia, il risultato ottenuto dal candidato progressista dimostra che il blocco
sociale nato attorno a Petro non si è dissolto. Al contrario, resta una forza imponente,
radicata, capace di mobilitare milioni di colombiani e di arrivare al ballottaggio con una
base elettorale solida. Il punto decisivo è ora trasformare questo patrimonio in una maggioranza democratica più ampia, capace di parlare non soltanto al nucleo del
progressismo, ma anche agli elettori moderati, agli indecisi, agli astensionisti e a quei
settori popolari che non vogliono il ritorno della Colombia al passato della guerra
permanente.

Un’altra importante indicazione politica del voto riguarda la sconfitta della destra
tradizionale. Il risultato di Paloma Valencia e dell’uribismo classico, fermatosi a una
quota molto inferiore alle ambizioni iniziali, segnala che il vecchio centro di gravità
conservatore non è più in grado di egemonizzare da solo il campo reazionario.
L’elettorato di destra ha compiuto una scelta anticipata di concentrazione,
abbandonando in parte la candidatura del Centro Democrático e spostandosi verso
De la Espriella, percepito come il candidato più utile per fermare Cepeda. Questo
spiega il sorpasso della destra filotrumpiana e indica anche il pericolo principale del
ballottaggio: la possibilità che tutte le componenti conservatrici, liberiste, uribiste e
apertamente reazionarie convergano su un solo nome. Ma proprio questa convergenza
rende più chiara la natura dello scontro. Il 21 giugno non si voterà tra due varianti
del medesimo sistema, bensì tra due progetti di Paese.

Da un lato vi è De la Espriella, che propone una restaurazione autoritaria travestita da
novità. La sua campagna ha cercato di presentarlo come outsider, come uomo estraneo
alla “casta” e come interprete di un patriottismo muscolare. Ma dietro questa immagine
emerge un programma profondamente interno alle logiche più dure del potere
oligarchico colombiano: riduzione dello Stato sociale, centralità dell’apparato
repressivo, ostilità verso il negoziato con i gruppi armati, piena compatibilità con gli
interessi economici delle élite e riallineamento con Washington. Il suo presunto
patriottismo appare tanto più contraddittorio quanto più si accompagna all’appoggio
politico e simbolico di Donald Trump. Una Colombia davvero sovrana non può essere
guidata da chi accetta come medaglia il sostegno del presidente della potenza che per
decenni ha condizionato la politica antidroga, militare e regionale del Paese.

Dall’altro lato vi è Iván Cepeda, che rappresenta la possibilità di dare continuità al
progetto progressista iniziato con Gustavo Petro. La sua candidatura non è una
semplice replica del governo uscente, ma il tentativo di consolidarne le conquiste e
correggerne i limiti. Cepeda porta con sé una lunga storia di difesa dei diritti umani, di
opposizione al paramilitarismo, di impegno per la verità e la giustizia, di ricerca di una
pace fondata non sulla resa dei territori alla violenza, ma sulla presenza sociale dello
Stato. La sua proposta si colloca nella prospettiva della riduzione delle disuguaglianze,
dell’ampliamento dei programmi sociali, della difesa della riforma agraria, del dialogo
come strumento per smantellare le economie della guerra e della costruzione di una
Colombia più inclusiva. In questo senso, il ballottaggio non è solo una competizione
elettorale, ma una scelta tra la pace difficile e la guerra facile, tra la politica come
trasformazione sociale e la politica come punizione permanente.

In vista del voto, il nodo della sicurezza sarà centrale. De la Espriella tenterà di
trasformare il ballottaggio in un plebiscito sulla paura, presentando la mano dura come
unica risposta possibile alla criminalità, al narcotraffico e ai gruppi armati. Cepeda dovrà rispondere mostrando che la destra ha già governato a lungo la Colombia con questa logica, e che il risultato non è stato la pace, ma un Paese segnato da falsi positivi, paramilitarismo, sfollamento forzato, massacri e dipendenza dalle strategie militari statunitensi.

La sicurezza non nasce dall’esaltazione della violenza statale, ma dalla
capacità di sottrarre le comunità al controllo delle economie illegali, garantire terra,
infrastrutture, scuola, sanità, lavoro e giustizia. La Colombia non può permettersi di
confondere la vendetta con la sicurezza, né la brutalità con l’efficacia.
Vi è poi una dimensione internazionale, alla quale abbiamo precedentemente
accennato, che rende il ballottaggio ancora più importante. La vittoria di De la Espriella
segnerebbe con ogni probabilità il riallineamento della Colombia alla politica imperiale di Washington, proprio mentre l’amministrazione Trump intensifica la propria pressione
sull’America Latina e in particolare contro il vicino Venezuela e contro Cuba.

La  Colombia tornerebbe a essere una piattaforma docile della strategia statunitense nella regione andina e caraibica, con conseguenze gravi per l’integrazione latinoamericana, per la pace con Caracas e per l’autonomia diplomatica conquistata negli anni di Petro.
Al contrario, una vittoria di Cepeda permetterebbe di proseguire la normalizzazione dei
rapporti con il Venezuela, rafforzare l’integrazione regionale e consolidare una politica
estera più indipendente, fondata sul rispetto della sovranità e sulla cooperazione tra
popoli fratelli.

In questo senso, il ballottaggio colombiano assume una portata continentale. La destra
filotrumpiana sogna di trasformare la Colombia nella nuova frontiera del populismo
punitivo in America Latina, un laboratorio di restaurazione neoliberista, militarizzazione
interna e subordinazione geopolitica. Il progressismo, invece, ha la possibilità di
dimostrare che il ciclo aperto da Petro non è stato una parentesi, ma l’inizio di una
trasformazione ancora contesa. La vittoria del Pacto Histórico a marzo aveva mostrato
la forza parlamentare del progetto; il primo turno presidenziale ha mostrato le difficoltà, ma anche la resilienza di una base sociale ampia; il ballottaggio deciderà se questa forza saprà trasformarsi in una stabile maggioranza nazionale.

 

Giulio Chinappi


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