Rifletrevo: Mi capita sui social di osservare: book fotografi degni di maison di haute couture, o di luxury travel, spostamenti in hypercar, al mare in offshore o yacht da coppa America, e resto un attimo perplesso in quanto poi leggo di un mondo in crisi, di un paese che non arriva a fine mese.
Quindi rifletto: sono io l’unico rimasto che posta le sue riflessioni sui social e ancora non utilizza jet privati o c’è qualcosa che non torna.
Poi scorro post più o meno lunghi o semplici slogan e capita spesso di leggere autodescrizioni e/o autodefinizioni più o meno particolareggiate e mi incuriosisce parecchio l’aspetto sempre molto positivistico della visione, della rappresentazione.
Quindi torno a riflettere e mi chiedo ma allora solo tu hai sempre tanti dubbi, hai commesso tanti errori, scelte sbagliate, ecc
Per fortuna ho una buona preparazione psicologica e mentale, una discreta cultura generale, la mia esperienza e la mia età che mi impediscono di deprimermi oltremodo, in ogni caso mi resta però questa percezione distorta di fallimento, quando tendo a confrontare la mia quotidianità con la “versione perfetta”, la “vita perfetta”, “il pensiero perfetto”, “il giudizio perfetto” degli altri.
E quindi, come mia abitudine, sono andato alla ricerca di articoli, studi, pubblicazioni da leggere, da studiare, per capire se è proprio tutto così come appare.
Oppure: non è tutto oro ciò che luccica!
E manco a dirsi ho trovato un bel po’ di materiale di sociologi, psicologi, scienziati e strizzacervelli che in parte mi hanno consolato.
In sociologia o psicologia si sente parlare di “social media Highlight Reel” il termine nel contesto dei social media critica il fenomeno per cui le persone pubblicano solo successi, sorrisi e momenti felici, tralasciando la quotidianità reale, la tendenza a mostrare solo gli aspetti migliori, i successi della propria vita, creando una rappresentazione idealizzata e distorta della realtà.
Le applicazioni più note e diffuse come: Facebook, Instagram, Tik Tok e Snapchat sono stati definiti degli “highlights reels” (il reel dei momenti migliori), ovvero delle vetrine in cui si mostra solo il meglio di quello che si è, rischiando anche di risultare falso.
II social network come highlight reel: “Ecco il mondo dove non si raccontano più i fallimenti”
“L’apparenza online” come una metafora culturale, raccontare sempre il meglio, ha falsato il nostro modo di paragonarci agli altri.
I social network, soprattutto negli ultimi anni e in modo esponenziale, hanno abituato i loro utenti a mostrare solo il meglio di sé.
I feed delle varie piattaforme diventano una raccolta di momenti perfetti, ricordi e storie che non contemplano mai l’imperfezione o, semplicemente, la spontaneità di un momento.
Insomma, nonostante vengano definiti da molti come un “occhio sulla realtà” spesso i social network risultano essere una delle più grandi manipolazioni che ci siano.
Sui social media, la rappresentazione di sé è quasi sempre filtrata attraverso una lente “positivistica” e idealizzata.
Questo fenomeno risponde a dinamiche psicologiche e sociali ben precise, tese a valorizzare la propria immagine pubblica nel confronto sociale.
Mostrare solo il lato migliore di sé (successi, viaggi, forma fisica, relazioni felici) è una strategia per ottenere validazione, approvazione e consenso sotto forma di like e interazioni. Farsi notare diventa il centro del vivere sui social favorendo, quindi, l’esistenza di una società dell’apparenza che diventa sempre più invasiva.
Sui social media, la maggior parte delle persone mostra un’identità ideale e curata, accuratamente filtrata, ultimamente con l’avvento della AI la situazione è peggiorata, per massimizzare i “Mi piace” e l’approvazione.
Questo genera spesso una frattura tra la vita reale e quella digitale, dove le imperfezioni vengono nascoste a favore di momenti eccezionali o aspetti fisici idealizzati.
La tendenza naturale a paragonarsi agli altri spinge a mostrare standard di vita elevati per mantenere o migliorare il proprio status percepito all’interno della rete sociale.
Durante le interazioni sociali quotidiane, le persone cercano di influenzare il modo in cui gli altri le percepiscono, alcuni lo fanno deliberatamente, mentre altri lo fanno, o dicono di farlo, inconsciamente.
L’analisi di queste dinamiche può essere declinata in diversi ambiti:
1) L’aspetto psicologico, cioè l’impatto sull’autostima e sul benessere mentale.
2) L’aspetto sociologico, più in generale come è cambiata l’identità nell’era digitale.
In psicologia sociale, questo comportamento è definito “Impression Management“, “Gestione dell’Impressione” ed è il processo, psicologico e sociologico, attraverso il quale gli individui tentano di controllare come vengono percepite dagli altri, ed eventualmente influenzare, l’idea che gli altri hanno di noi, l’impressione che lasciano negli altri.
Una persona che applichi l’Impression Management, sceglie di presentarsi in un certo modo per creare un’immagine specifica di sé.
L’Impression Management è stato concettualizzato dal sociologo Erving Goffman, nel 1959, e si è diffuso a partire dal 1967.
Modificare o adeguare il proprio sé “esteriore”, da un punto di vista comportamentale o fisico, dunque, si rivela a volte una strategia del tutto umana per raggiungere il proprio obbiettivo il prima possibile, sia esso un accesso a un determinato bene, spazio, posizione o servizio.
Tale meccanismo sociale viene chiamato da psicologi e sociologi “self management impression”.
Come accade spesso non è una cosa del tutto nuova Aristotele affermava che l’essere umano, uomo o donna, è un “animale sociale“, egli tende ad aggregarsi con altri individui, a partire dalla coppia fino agli stati.
Questa socialità non è però il risultato di un mero istinto naturale ma finalizzato, nella maggior parte dei casi, al soddisfacimento di qualsiasi bisogno, che implica una necessaria relazione con una (o più) persone.
Per cui il comportamento che si sceglie di tenere in pubblico, nel reale e nel social, è spesso vincolato a ciò che si ritiene essere quello giusto da mettere in pratica, in vista del proprio obbiettivo.
È in pratica una strategia che soprattutto nel contesto dei social media, questa pratica si evolve in una continua “messa in scena” digitale.
Per gli studiosi gli assessment di personalità possono identificare l’Impression Management come uno stile comportamentale, per cui è nata la “Teoria dell’Impression Management” che ha avuto origine dalla ricerca su come le persone si presentano agli altri.
Ci sono persone che ne fanno quasi il loro scopo di vita, sono individui che si impegnano nel gestire la propria rappresentazione di sé, tendono a preoccuparsi dell’immagine che proiettano.
Per loro è importante apparire in un certo modo quasi sempre, ogni aspetto dunque della comunicazione fisica e verbale, a seconda delle situazioni, rimanda in un’ultima istanza alla ricerca di una nostra approvazione o a quella di altri individui all’interno dell’interazione sociale.
Queste persone, spesso a fine solo strumentale, tendono a sembrare educate, controllate, e attente a non offendere; nella realtà questo approccio interpersonale è probabilmente guidato soltanto dai motivi universali: dell’essere accettati dagli altri (cooperazione) e del superare gli altri (competizione).
Seppur possa sembrare in apparenza “naturale”, si tratta invece di un fenomeno complesso ed interessante secondo diversi punti di vista.
La “reputation” rappresenta la “visione esterna” della personalità, basata sulla prospettiva degli osservatori,su come gli altri ci percepiscono.
L’Impression Management, include tutte le strategie verbali e non verbali usate per costruire, ottenere o proteggere il proprio stile di auto-rappresentazione, la propria reputazione, o come si appare agli altri.
“L’identità“, al contrario , è la “visione interna” della personalità, basata su come vediamo noi stessi.
Queste sono soprattutto le ragioni della rappresentazione positiva; sui social media si tende a pubblicare una versione idealizzata di se stessi, condividendo successi, viaggi e momenti felici per proiettare un’immagine di successo, felicità e desiderabilità sociale.
Ogni utente sceglie cosa pubblicare, in che modo e quando farlo, cercando di “mostrarsi” e piacere a più persone possibili e le principali piattaforme come Facebook, Instagram e TikTok funzionano come vere e proprie vetrine digitali.
I profili social funzionano come una sorta di “vetrina” o curriculum personale, non di rado anche commerciali, selezionando solo i momenti positivi atti a costruire una narrazione coerente e desiderabile della propria identità.
Come al solito, ci si trova davanti ad un paragone fasullo e, molto spesso, falsato.
Diversi studi confermano l’impatto negativo di questo comportamento, di come i social influenzano la mente.
Ma cosa può generare questo modello sociale basato sempre di più solo su ciò che mostriamo ed in maniera particolare sui più giovani o più immaturi o sprovveduti?
- Dilagante diffusione di ansia sociale, unita alla grande paura di non essere all’altezza dei modelli che ci vengono mostrati sui social.
- Una percezione distorta del proprio aspetto o del confronto sociale che influenza negativamente l’autostima.
- Desiderio sempre più dilagante tra i giovani di entrare nel mondo del lavoro appigliandosi al modello “influencer” o “opinion leader”, che porta a conseguenze non sempre positive.
- Il continuo bisogno di apparire, il modo in cui si viene risucchiati dalle logiche dell’apparenza porta a problematiche che possono coinvolgere disturbi dell’apprendimento, all’attenzione e all’iperattività.
- Desidero eccessivo di emulazione, che può causare profondi disagi sul proprio tono dell’umore e sul non sentirsi all’altezza delle situazioni.
- L’effetto “vetrina”, può fare tendere a confondere la vita reale con quella che viene definita Highlight Reel (la bobina dei momenti migliori), ogni utente qualsiasi, decide cosa pubblicare, mostrando solo il meglio della propria vita e non dando una visione veritiera di sé, tutto questo, nell’altro che osserva, può generare un senso e un forte sentimento di inadeguatezza.
- Poiché gli utenti condividono solo i loro trionfi, le vacanze perfette e le vittorie, questo genera spesso un paragone costante, confrontare la propria quotidianità con l’apparenza impeccabile degli altri può spingere le persone a cercare continua validazione esterna.
- Genera pressione sociale, il bisogno di apparire sempre felici e di successo per raccogliere interazioni, la tendenza di questi ambienti a performare, può impattare nella vita di individui particolarmente delicati o difficili, in molti modi, può anche creare il “mostro” della porta accanto in cerca di emulazione a tutti i costi, o che a causa dell’invidia non tollera tutto questo nell’altro.
Questi solo alcune delle diverse sfaccettature dell’effetto “Highlight Reel” nei social media, dove sempre più spesso gli utenti utilizzano metafore da performance teatrale, filtri e tecniche AI per auto-presentarsi al meglio in nel contesto sociale seppure virtuale.
Non nego può essere importante l’aspetto che assume questa auto-motivazione, una specie di training autogeno.
Quello che mi fa meraviglia è il relativo mettersi sempre poco in discussione, cioè il non evidenziare mai anche le eventuali insufficienze, difetti, carenze e non illustrare esclusivamente punti di forza, pregi e virtù.
Può anche essere momento di crescita, di miglioramento, di cambiamento, come servirebbe anche a non fare cadere in frustrazione e depressione quelli come me che si sentono “diversi”, “strani”, “animali” con i loro difetti, lacune e imperfezioni.
La vita non è una gara o una corsa a tempo!
Piuttosto che lasciarci utlizzare dai principi dell’algoritmo, dovremmo passare un pò di tempo a cercare di costruire la nostra VERA identità.
Buona riflessione.
Roberto Kudlicka
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