La sera del 13 febbraio 1975 Tullio De Micheli sta tornando a casa. Ha lasciato la sua fonderia di Mornago, diciassette operai, conti da far quadrare, la vita ordinaria di un piccolo imprenditore del Varesotto. A Comerio lo aspettano per una cena in famiglia, un compleanno da festeggiare. Non arriverà mai.
Sulla salita tra Oltrona al Lago e Comerio la sua Peugeot 200 viene ritrovata poco dopo le 19 con la portiera aperta e un finestrino infranto. Qualcuno gli ha sbarrato la strada. Bastano pochi istanti: un vetro colpito, l’uomo trascinato via, il buio. Ha 61 anni. Di lui, da questo momento, resta soltanto un’assenza.
Non è la prima volta che qualcuno lo prende di mira. Un anno prima aveva denunciato un tentativo di sequestro indicando anche un sospetto, un ex operaio dal carattere violento. Un segnale non colto fino in fondo.
In questi anni la provincia di Varese sta diventando un epicentro della stagione dei sequestri di persona. È un’Italia in cui basta essere imprenditori, commercianti, figli di famiglie considerate solide per finire nel mirino.
Alla famiglia De Micheli arrivano tre telefonate. Tre miliardi di lire la richiesta. Una cifra enorme rispetto alle reali dimensioni dell’azienda. I giornali, intanto, lo trasformano in un grande industriale, amplificando un’immagine che non corrisponde alla realtà. I sequestratori chiamano da una cabina di Varese. Poi, il 25 febbraio, dopo la richiesta di una prova che sia ancora vivo, cala il silenzio. Un silenzio che non si interromperà più.
Il corpo non viene mai trovato. Nessuna tomba, nessuna certezza
Anni dopo, sulla base della confessione di un pentito, l’allora procuratore di Varese, Maurizio Grigo, riapre le indagini. Il collaboratore indica un’area precisa tra Cerro Maggiore e Canegrate come presunto luogo di sepoltura dell’imprenditore, che sarebbe morto soffocato durante un maltrattamento. Si scava, si cercano riscontri, si utilizza anche tecnologia avanzata. Ma il corpo non viene trovato. La terra non restituisce nulla.
Le indagini, nel tempo, portano a un processo istruito a metà degli anni Novanta nei confronti di due presunti responsabili. In primo grado viene riconosciuta la responsabilità di un ex dipendente della fonderia per il sequestro di persona, con una condanna a diciannove anni di carcere. La sentenza viene poi confermata nei successivi gradi di giudizio, mentre la posizione dell’altro imputato non porta a una condanna definitiva. I giudici ricostruiscono il rapimento, ma non riescono a fare piena luce sulle circostanze della morte né a individuare il luogo della sepoltura.
La famiglia De Micheli promuove un’azione civile contro i Ministeri dell’Interno e della Difesa, sostenendo che nelle ore immediatamente successive al sequestro vi siano state sottovalutazioni e negligenze investigative. Il Tribunale di Milano rigetta la domanda di risarcimento. La Corte d’Appello conferma. La vicenda approda infine in Cassazione, che nel 2013 chiude definitivamente il contenzioso dichiarando prescritto il diritto al risarcimento. Nessuna valutazione nel merito delle presunte responsabilità, solo il rilievo del decorso del tempo. Unica concessione, la compensazione delle spese di giudizio per la particolarità della vicenda.
La ‘ndrangheta e il racconto di Zagari
Dentro questa storia, però, si muove il racconto fatto da Antonio Zagari, divenuto collaboratore di giustizia dopo essere stato affiliato all’omonima ’ndrina e responsabile di numerosi omicidi. Rivela agli inquirenti che proprio nel Varesotto la ‘ndrangheta avrebbe eseguito una serie di sequestri eccellenti: Emanuele Riboli, mai rilasciato; Tullio De Micheli, mai rilasciato; Cristina Mazzotti, morta durante la prigionia. E ancora il figlio del re degli amaretti Paolo Lazzaroni, Antonio Parma, Giovanni Piazzalunga, Giorgio Vartolotti, Andrea Cortellezzi, anche lui mai tornato a casa.
Zagari scriverà un libro sulla sua storia, Ammazzare stanca, pubblicato nel 1992 e divenuto nel 2025 un film diretto da Daniele Vicari. Gli ostaggi – racconterà – venivano perlopiù trasferiti in Aspromonte, nascosti tra le montagne calabresi attraverso una rigida suddivisione dei ruoli all’interno dei clan. Una macchina organizzativa precisa, quasi militare, che trasforma il sequestro in una catena produttiva del terrore.
Il caso De Micheli resta sospeso
Il caso De Micheli resterà sospeso tra le risultanze processuali e queste dichiarazioni successive, che collocano la sua scomparsa dentro un disegno criminale più vasto. Resterà, soprattutto, il dramma umano. L’azienda crollerà, la moglie si consumerà nel dolore, i nipoti cresceranno con un vuoto impossibile da colmare. Una ferita che non si rimargina, perché manca il gesto più semplice: restituire un corpo, un luogo, una fine.
Tullio De Micheli è una vittima senza sepoltura e senza verità definitiva. Un nome inciso nella lunga stagione dei sequestri che ha cambiato il volto del Nord Italia. E non solo. (f.v.)
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Redazione Corriere
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