“Ci sono problemi ben più gravi di cui occuparsi!”: quante volte vi è capitato, in una discussione, di sentirvi rispondere in questo modo? Probabilmente molte, perché il “benaltrismo” è estremamente diffuso ed è particolarmente evidente nelle discussioni sui social network.
Il meccanismo
Il benaltrismo rientra tra le fallacie logiche, errori di ragionamento che apparentemente possono sembrare argomentazioni valide e convincenti ma in realtà costituiscono una manipolazione della comunicazione e conducono a conclusioni scorrette. Il termine in italiano venne inizialmente introdotto nel linguaggio del giornalismo sportivo, ma il fenomeno è frequente anche in altre culture e in altre lingue (in inglese il termine corrispondente è “whataboutism”).
Questa fallacia logica sposta l’attenzione da un argomento all’altro: “Perché parlare di questo argomento quando ce ne sono altri ben più importanti?”, “Perché parlare di ciò che ha fatto Tizio, quando Caio ha fatto molto peggio?”. Lo stesso meccanismo viene applicato alle soluzioni proposte per un problema: “Per risolvere questo problema, servirebbe ben altro!”.
Si tratta di cambiare argomento, far deragliare la discussione, deviare il discorso su un punto diverso e spesso più comodo per l’interlocutore, su qualcosa ritenuto più importante, più urgente o più grave, spesso su argomenti retorici e populisti, generici, qualunquisti, basati su luoghi comuni.
Il benaltrista sembra avere delle argomentazioni valide da sostenere, ma in realtà il suo intervento resta sterile, mira solo a screditare l’altro e non propone delle alternative effettivamente costruttive e realizzabili.
L’escamotage
Il ricorso a questo escamotage retorico può interessare qualunque tipo di discussione, ma è particolarmente diffuso in alcuni ambiti: politica (i dibattiti in TV tra schieramenti opposti procedono per ore a colpi di benaltrismo da entrambe le parti), sport, salute (a una lamentela su un problema di salute, contrapporne altri più gravi per cui davvero varrebbe la pena lamentarsi), molestie e violenza sessuale (“Ci preoccupiamo per una pacca sul sedere, quando la violenza sessuale è ben altro!”), temi caldi come il cambiamento climatico, i diritti delle minoranze, l’immigrazione. Il tema dei diritti è quello prediletto dei benaltristi: ci sono sempre dei diritti di serie B rispetto ad altri.
Un classico esempio è la dicotomia animali/esseri umani: “Perché preoccuparsi tanto dei diritti degli animali, quando neanche quelli delle persone sono tutelati?”, facendo una graduatoria dei diritti che esclude la possibilità di occuparsi di entrambi e di trattare più di un argomento alla volta. In realtà, il benaltrista che si indigna per la salvaguardia di diritti che ritiene meno importanti e che contrappone ad altri più meritevoli di attenzione, finisce tipicamente per non fare nulla né per gli uni né per gli altri, non proponendo niente di utile per nessuno dei problemi tirati in ballo.
Lo scopo
Il benaltrismo ha lo scopo di screditare, sminuire, mettere in secondo piano il problema, l’argomento o la soluzione oggetto di discussione. Invalidando ciò di cui si sta parlando, ad esempio una lamentela per un problema di salute, chi usa il benaltrismo cerca anche di colpevolizzare chi si lamenta, di trasmettere il messaggio che non ha diritto di lamentarsi quando c’è chi sta peggio. Il famigerato “Pensa a chi sta peggio!” non è altro che un esempio di benaltrismo che mira a delegittimare e togliere dignità a determinati problemi, arrogandosi il diritto di stabilire quali siano degni di attenzione ed empatia e quali no, utilizzando una scala di valutazione del tutto arbitraria e soggettiva.
L’elusività tipica del benaltrismo ha un effetto negativo, perché ostacola un confronto costruttivo. Anzi, la mentalità benaltrista porta proprio alla paralisi da inazione: ogni azione, ogni soluzione appare insignificante rispetto a un problema maggiore, ostacolando la messa in atto di ogni piccolo passo in avanti e conducendo ad un’inerzia impotente. L’attenzione viene spostata continuamente da un argomento all’altro e da un problema all’altro, con il risultato di non agire e non adoperarsi su nessun fronte. Invece di lavorare a soluzioni concrete, si finisce in dibattiti sterili e inconcludenti e in una competizione di priorità, ostacolando il raggiungimento di obiettivi. Anzi, non solo i problemi restano irrisolti ma, se un problema viene sminuito nel confronto con un altro, il benaltrismo contribuisce ad aggravarlo ulteriormente.
I casi
Quando si ricorre al benaltrismo? Quando non si hanno argomentazioni, quando non si sa dare una risposta a una domanda o non si vuole darla, quando non si vuole rendere conto del proprio comportamento, quando si vuole sminuire la gravità di un errore chiamandone in causa altri peggiori, per distogliere l’attenzione dalle proprie mancanze e difetti (“Io non ho fatto uno scontrino, ma ci si preoccupi piuttosto dei grandi evasori!”, “Io ho parcheggiato una volta in doppia fila, ma allora che dire di chi occupa sempre i parcheggi per i disabili?”). Chiudere il discorso ricorrendo al benaltrismo permette anche di evitare di acquisire nuove informazioni che potrebbero mettere in discussione le proprie posizioni. Lo scopo è bloccare la conversazione e far dimenticare all’interlocutore la questione originaria.
La risposta
Come neutralizzare il benaltrismo? Il primo passo per non lasciarsi manipolare é riconoscere il benaltrismo e capire se l’interlocutore sta affrontando l’argomento o sta invece ricorrendo ad una fallacia, per non cadere nella trappola.
Se lo scopo del benaltrismo è sviare l’argomento, il modo per neutralizzarlo è restare saldamente ancorati all’argomento di discussione, tenere in mano il discorso e portarlo a termine argomentandolo senza lasciarsi distrarre dalle manipolazioni e dalle provocazioni, ignorandole.
L’insistenza con cui il benaltrista tenta di svicolare, deve trovare di fronte altrettanta e ancor più solida insistenza nel riproporre il discorso o la domanda che l’interlocutore cerca di evitare.
Alla domanda provocatoria “Non hai di meglio a cui pensare?”, occorre rispondere fermamente “No. È vero che possono esserci problemi anche più gravi, ma intanto pensiamo a questo”. Minimizzare una questione rispetto a un’altra non giustifica il mancato impegno nell’affrontarla, inoltre riconoscere la validità di un problema non significa negare la validità di un altro. Occorre essere pragmatici: meglio risolvere una cosa piccola che non fare nulla perdendosi in grandi discorsi filosofici, mentre la gara a chi sta peggio è una posizione poco intelligente che non giova a nessuno.
Dott.ssa Lucia Montesi Psicologa Psicoterapeuta
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Lucia Montesi
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