Ricordo Francesca Follini dalle elementari: non avevamo fatto l’asilo insieme, lei veniva dalla città in un paese di campagna più o meno a 9 anni. E il ricordo che ho di lei è di una persona dall’umanità profondissima e dalla creatività spiccata, all’epoca scriveva anche canzoni. Non aveva feeling con lo sport e a scuola aveva sempre ottimi voti: non da secchiona, anche se studiava: aveva quella capacità di apprendere rapida e talentuosa. Ma una cosa l’ha sempre differenziata da tutta la classe: sapeva disegnare in modo straordinario. Ricordo ancora il suo bosco in stile cubista. Già alle medie sapevo che quella sarebbe diventata la sua strada. E lo è diventata: ora crea fumetti – più apprezzati all’estero che in Italia – insegna all’Accademia Santa Giulia di Brescia e al Centro Fumetto di Cremona. Ecco come una donna con un talento unico può rendere quella dote un lavoro.
Francesca, per chi disegna e scrive fumetti, spesso la carta è stata il primo rifugio fin da piccolissimi. Ti ricordi il momento esatto in cui hai capito che le immagini nella tua testa non potevano restare solo pensieri, ma dovevano diventare storie stampate? C’è stato un fumetto in particolare che ti ha fatto dire: “Da grande voglio fare questo?”
Per me è sempre molto difficile individuare un fumetto in particolare, ma capita spesso che io citi Sailor Moon. Fin da quando ero piccolissima ho sempre disegnato, davvero fin da quando ho memoria. Mia mamma dice che addirittura prima di parlare io ero già con i pennarelli in mano a fare tutti i miei disegni su tutti i fogli che trovavo, quindi il disegno fa veramente parte di me, la carta fa parte di me da sempre.
Il disegno che diventa storia, come appunto nel fumetto, è stato un’evoluzione dovuta alla passione per Sailor Moon, ma un po’ tutti i cartoni animati Disney, i “Classici” che so a memoria, e gli anime. Dall’animazione ho tratto questa possibilità di unire quello che era appunto l’amore per il disegno e anche la narrazione, il racconto di storie. I fumetti li ho sempre fruiti fin da piccola, però diciamo che la vera spinta probabilmente mi è arrivata dall’animazione. Al linguaggio del fumetto sono arrivata per vie traverse, parallelissime, ed è diventato un tutt’uno comunicativo che per me è fondamentale.
Creare un fumetto significa dare vita a mondi interi, ma soprattutto a persone. Quando ti siedi al tavolo da disegno, come trovi l’empatia con i tuoi personaggi? Ti capita mai di soffrire o di gioire insieme con loro mentre tracci le loro storie sulla pagina?
Dare vita a mondi interi è una cosa che mi piace moltissimo. Mondi di personaggi che poi ti ritrovi a scoprire in prima persona mentre li scrivi. È una cosa che penso sia molto comune alle persone che scrivono, che appunto inventano storie. Come dire, come trovare l’empatia… Io traggo ispirazione da tutto ciò che analizzo nella vita: sono una persona che perde letteralmente ore ad analizzare i pensieri, le situazioni. Fin da piccolissima ho sempre avuto l’abitudine di tenere diari, di fare veramente l’autopsia ai miei pensieri, alle mie emozioni. Per me è molto importante la decodifica e, come dire, lo studio dell’emotività. Quindi sicuramente per me nella scrittura è fondamentale la costruzione dei personaggi. Soffro e gioisco con loro sempre: ogni personaggio che ho scritto l’ho sempre sentito nel profondo. Sia quando ho fatto prodotti più autobiografici sia quando ho inventato personaggi. È fondamentale secondo me sentire: io credo proprio che alla base della scrittura ci sia una forma anche di ipersensibilità che in qualche modo deve trovare uno sfogo.
E mi ritrovo a sorridere di questa sua analisi che sento tanto mia
Il lavoro del fumettista visto da fuori sembra solitario, fatto di ore passate a tu per tu con la tavoletta grafica o il foglio. Poi, però, entri in Accademia e ti trovi davanti a decine di studenti. Come si conciliano queste due anime?
Il lavoro del fumettista è molto solitario e necessita veramente di grande immersione e di silenzio. Il fatto di essere anche insegnante, di andare in Accademia Santa Giulia a Brescia, al Centro Fumetto “Andrea Pazienza” a Cremona o comunque di sposare quindi anche questa parte della mia attività, in verità io trovo che sia il più grande arricchimento che il destino mi abbia regalato. Amo moltissimo insegnare perché mi ha permesso di entrare in comunicazione con tante situazioni, diversamente avrei continuato la mia vita per automatismi. Per insegnarle, invece, ho dovuto decodificarle — e ritorna il senso della decodifica — e quindi ci ho dovuto riflettere, ho dovuto trovare un modo di raccontarle a parole anche quando magari le parole non erano il format giusto.
E quindi per me è fondamentale restare in contatto con ragazzi e nuove generazioni considerando che vado anche nelle scuole: ho appena terminato un laboratorio alle elementari di Grumello Cremonese, sono andata alle scuole medie e alle scuole superiori. Sono sempre in contatto con i giovani, con le nuove generazioni e per me è un arricchimento fondamentale perché mi ha permesso di capire meglio quello che faccio, di analizzarlo e anche in un certo senso di trovare una forma di distacco, come dire, di vederlo dall’esterno, dal di fuori della mia visione personale.
Questo aspetto, nel momento in cui torni calata ed immersa all’interno del tuo mondo, è fondamentale per rimanerci ancorata. Il lavoro da fumettista, può essere molto totalizzante: chi lavora nell’ambito artistico o in generale creativo sa quanto ci sia di personale e quanto questa cosa, se sfugge al controllo, possa annichilire. Perché portare qualcosa di così personale all’esterno e poi sottoporlo al giudizio altrui – si tratti degli editor o dei lettori – può avere conseguenze molto dolorose se le creazioni non piacciono, può essere frustrante se non vengono capite… È complesso. Quindi sono molto, molto contenta di aver avuto questa questa svolta professionale perché affiancare il lavoro dell’insegnante al mondo della fumettista mi ha fatto crescere.
All’Accademia Santa Giulia ti trovi a guidare ragazzi che sognano di fare il tuo stesso lavoro. Qual è la cosa più difficile da insegnare a un aspirante fumettista oggi? Si può insegnare la tecnica, certo, ma come si aiuta uno studente a trovare la propria ‘voce’ unica e autentica?
Francesca scherza un po’ sul fatto che sarebbe meglio fare altri lavori, ma è il suo modo di scherzare, poi ritorna semi seria: Amo tantissimo questo lavoro e cerco sempre di non edulcorarlo, ma nemmeno di vituperarlo come magari in qualche gag si può fare.
Trovare la propria voce è qualcosa di fondamentale e credo che in questo momento sia anche necessario. Soprattutto dopo che l’intelligenza artificiale generativa ha comunque già appiattito tantissimo lo stile e il gusto. Ora le immagini generate con l’AI sono ormai diffusissime, sia nel mondo dell’arte visiva che nella grafica e… wow, è veramente triste, da persona addetta ai lavori, vedere quanto poco il lavoro del disegnatore o del grafico possa contare. L’annichilimento stilistico è veramente, veramente becero. Non voglio però perdermi troppo in tecnicismi; mi piace sempre pensare che, in questo mondo di appiattimento, la voce del disegnatore, dell’artista, del grafico — insomma, la voce dell’umano — sia importante e farà la differenza sempre di più. Quindi l’autenticità diventa la chiave di volta.
Ma è difficile ed è necessario arrivarci con consapevolezza: ci sono tantissimi step da affrontare. E, forse, il consiglio da dare agli aspiranti artisti — che siano fumettisti, scrittori, disegnatori — è quello proprio di darsi del tempo. Purtroppo siamo abituati al fatto che basti un clic per creare immagini o per creare testi, e no, non è così: nella pratica artistica ci vogliono anni, ci vuole una vita intera! Ed è proprio il percorso quello che fa la differenza, la consapevolezza, il farsi le ossa. Quindi il mio consiglio è: datevi il vostro tempo. Amate la fatica che ci vuole per evolvere, amate lo studio che implica comunque la pratica artistica e cercate di staccarvi tantissimo da questo senso “performativo” che sta dietro al doversi esibire come artisti. Perché essere artisti non ha nulla a che vedere con l’esibizione dei risultati: è un percorso, e la propria voce prima o poi arriva.
Sei una persona che ha trasformato una passione in un lavoro: quanto è difficile?
Trasformare la passione in un lavoro è molto complicato: penso che il lavoro sia una parte importante, ma non fondamentale della vita di una persona, e che la passione possa rimanere staccata dal lavoro con buonissimi risultati, anzi forse con un trasporto che può essere più puro, meno contaminato dalle dinamiche professionali, e quindi essere più gratificante. Penso di essere fortunata perché svolgo il lavoro che ho sempre sognato, nel mio settore, in questa proprio piccola nicchia di professione — la nicchia dell’editoria.
Quanto è difficile? Tanto, perché, essendo una nicchia, ha le proprie dinamiche: i compensi non sono sempre garantiti, poi, chiaramente, dal punto di vista dell’inquadramento sono una libera professionista, quindi con tutte le problematiche del farsi pagare, del dover magari fare il recupero crediti, le fatture… Insomma, tutta una parte molto noiosa che nulla ha a che vedere con i disegni, che è quello che è appunto il fulcro della passione.
Quindi bisogna essere un po’ capaci di separare gli ambiti, di saperli equilibrare, di far sì che uno non vampirizzi l’altro e, forse, in questo l’essere Gemelli, quindi multipersonalità, mi ha un pochino favorito! Può essere molto complesso, anche perché poi nel lavoro artistico l’emotività la fa fortemente da padrona. Una persona, per approcciarsi al mondo artistico, spesso è fortemente emotiva, quindi deve mettersi alla prova anche nella gestione delle emozioni, quando per esempio si fa una pagina, la si manda all’editor convinti di aver fatto un ottimo lavoro e magari come risposta si ottiene una pagina intera di note, di richieste di modifica… Se una persona non si discosta da quello che è appunto il suo lavoro e dalla sua interiorità, rischia comunque di esserne abbastanza provata, di offendersi o di prenderla troppo sul personale.
Nemo propheta in patria: sei più conosciuta all’estero che in Italia: ci parli della tua attività con i mercati esteri?
Il fatto di lavorare di più all’estero che in Italia è prettamente una questione di mercato. Nel senso che negli Stati Uniti e in Francia, che sono i due mercati con cui collaboro per lo più, il fumetto ha una dimensione economica e culturale diversa. Tutti leggono fumetti, non è una cosa limitata a poche, pochissime persone. Però la situazione in Italia ultimamente è molto migliorata: non si può dire che il mercato del fumetto non abbia vissuto una crescita, non abbia comunque anche migliorato la sua considerazione a livello generale.
Purtroppo permane questo senso di limite rispetto a quella che è la percezione del fumetto. Ciò fa sì che anche i prodotti non di importazione — che quindi vanno al di là dei comics americani, dei manga giapponesi che comunque vengono molto venduti, o al di là del fumetto magari più mainstream, quello da edicola, diciamo — i fumetti diversi abbiano un impatto, sia culturale che economico, molto inferiore. E che quindi non possano alimentare un mercato sano.
Di base, quindi, il fatto di rivolgersi all’estero è per lavorare! Altrimenti sarebbe semplicemente un regalare il lavoro per passione. E può essere una scelta: io collaboro comunque anche con il mercato italiano, ho un paio di albi nel mercato italiano, però appunto, non sono la mia principale fonte di reddito. È passione pura, e quindi anche quello è una scelta che ti porta via del tempo e risorse che vanno dosate.
Sei giovane, hai 42 anni, e oltre alla tua attività e alle tue passioni da anni fai la caregiver per la tua famiglia: come si trova un equilibrio? Il ruolo di caregiver è ancora compito delle donne per retaggio o tu hai trovato delle chiavi di lettura diverse?
Ebbene sì, il fatto di avere una famiglia un po’ problematica alle spalle alla nostra età — siamo coscritte — è abbastanza dura. Trovare l’equilibrio è forse veramente la parte più tosta. Sposare il lavoro da fumettista e insegnante con le esigenze familiari, le richieste di tempo, di risorse mentali ed emotive — enormi risorse emotive — non è affatto facile.
Sul fatto che sia un compito delle donne per retaggio, un po’ sì. Ma più che per un retaggio culturale, credo sia una questione di sensibilità, qualcosa di molto personale. Ci sono chiaramente anche uomini che si occupano delle loro famiglie, magari delle mamme in RSA come faccio io, però credo che la sensibilità femminile sia più proiettata in questo, forse anche per forme biologiche.
Parlo sicuramente per la mia esperienza: il caregiving è qualcosa che rischia veramente di prosciugare l’anima e di far perdere la misura della realtà. Per questo è fondamentale rendersi conto che bisogna chiedere aiuto; quando si va in apnea, bisogna trovare il modo di respirare. Ci vuole tanta consapevolezza perché, purtroppo, ci si sommerge di sensi di colpa e di colpevolizzazioni a volte assurde. A volte è la situazione stessa a rimbalzarle addosso, perché non sempre si ha a che fare con persone emotivamente mature, o che hanno gli strumenti per decodificare le problematiche.
Il mio consiglio a chiunque sia un caregiver è di non avere ansia o imbarazzo nel chiedere aiuto, di farsi supportare. La terapia può essere una risorsa incredibile e non va vissuta come un segno di debolezza. La vera debolezza è proprio il non voler chiedere aiuto, e questa è una cosa che non bisogna assolutamente permettere che succeda, perché ti riduce ai minimi termini.
Parlando di retaggi culturali e di caregiving viene da pensare alla maternità: tu non hai figli, ma nell’Italia del 2026 si viene spesso guardate un po’ male se si dice ad alta voce che si ha una vita completa anche senza figli. Tu che ne pensi?
Quella della maternità è un’altra bella domanda. Sono spunti di riflessione su cui, in quanto persona emotiva con la tendenza a fare l’autopsia ai propri pensieri, mi capita spesso di riflettere. Sia nel vedere persone che scelgono la via della genitorialità, sia nel conoscere chi, al contrario, decide di no — e di questo gruppo faccio parte anch’io.
Per ora ho scelto così, poi vedremo. Adesso ho 42 anni, forse siamo un po’ al limite sindacale della fattibilità, ma rimango comunque dell’opinione del “mai dire mai”, anche perché sono figlia di una madre che ha scelto di avermi tardi, quindi finché non è finita, non è finita. Al momento, però, ho scelto di non avere figli. È una scelta che rivendico e che, per tante ragioni, mi costringerebbe a rivedere troppe cose.
Ma essere ancora guardate di malocchio se si fa questa scelta è una verità. Sul modo di vivere la maternità ci sono tanti aspetti, e forse in questo noi donne siamo le peggiori nemiche di noi stesse: il fatto di essere giudicate accade più spesso tra donne. È come se ci fosse sempre questa costante sfida — o almeno questa è la mia percezione — per cui sembra quasi che il non fare figli sia una sfida a chi li vuoi fare, o viceversa. Ma perché sfidarci? Ognuna è legittimata a dare quello che può nella vita. Decidere di dare la vita a un’altra persona implica un certo tipo di responsabilità e per me, in questo momento, forse sarebbe troppo doloroso, sarebbe semplicemente troppo.
Partendo dal presupposto che io desidero non essere giudicata, come potrei giudicare le scelte di vita di un’altra persona? Spererei che questo approccio potesse diffondersi: il fatto di poter semplicemente discostare la propria visione da una forma di giudizio. La varietà di visioni è una ricchezza. Soprattutto sulla maternità, sono una persona assolutamente liberale: ognuna fa quello che vuole, con gli strumenti che ha e come può. Spero solo di essere valutata con la stessa misura.
Credi che essere donna abbia fatto la differenza nel tuo percorso?
Sicuramente essere donna ha avuto un impatto sul mio percorso, portando con sé alcune difficoltà e complicanze rispetto ad altri aspetti, ma fortunatamente non è stata una condizione eccessivamente vincolante. Credo di essermela sempre giocata bene al di là del genere, nonostante io ami molto il mio genere d’appartenenza.
Trovo che il femminile sia un mondo ricco di grandissime possibilità e di caratteristiche forti e meravigliose. Tuttavia, dal momento che ci affacciamo nel mondo alla pari da troppo poco tempo — e non sempre veniamo perfettamente inquadrate come tali — c’è ancora molta strada da fare. Forse dobbiamo ancora migliorare sotto tanti aspetti come genere e come gruppo di donne che collaborano, ma sono sicurissima che di passi avanti ne siano stati fatti tanti e che oggi ci siano in campo gli strumenti adatti per migliorare sempre di più.
E vale la pena investire in questi strumenti. Se le donne imparano a credere in loro stesse, a non farsi frenare da problemi legati all’autostima e a rivendicare il proprio posto nel mondo — senza però snaturare la propria natura e valorizzandosi per quello che si è — alla fine ce la si fa. Le difficoltà sono tante, ma la meta è raggiungibile.
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Il lavoro del fumettista è molto solitario e necessita veramente di grande immersione e di silenzio. Il fatto di essere anche insegnante, di andare in Accademia Santa Giulia a Brescia, al Centro Fumetto “Andrea Pazienza” a Cremona o comunque di sposare quindi anche questa parte della mia attività, in verità io trovo che sia il più grande arricchimento che il destino mi abbia regalato. Amo moltissimo insegnare perché mi ha permesso di entrare in comunicazione con tante situazioni, diversamente avrei continuato la mia vita per automatismi. Per insegnarle, invece, ho dovuto decodificarle — e ritorna il senso della decodifica — e quindi ci ho dovuto riflettere, ho dovuto trovare un modo di raccontarle a parole anche quando magari le parole non erano il format giusto.
Trasformare la passione in un lavoro è molto complicato: penso che il lavoro sia una parte importante, ma non fondamentale della vita di una persona, e che la passione possa rimanere staccata dal lavoro con buonissimi risultati, anzi forse con un trasporto che può essere più puro, meno contaminato dalle dinamiche professionali, e quindi essere più gratificante. Penso di essere fortunata perché svolgo il lavoro che ho sempre sognato, nel mio settore, in questa proprio piccola nicchia di professione — la nicchia dell’editoria.
Il fatto di lavorare di più all’estero che in Italia è prettamente una questione di mercato. Nel senso che negli Stati Uniti e in Francia, che sono i due mercati con cui collaboro per lo più, il fumetto ha una dimensione economica e culturale diversa. Tutti leggono fumetti, non è una cosa limitata a poche, pochissime persone. Però la situazione in Italia ultimamente è molto migliorata: non si può dire che il mercato del fumetto non abbia vissuto una crescita, non abbia comunque anche migliorato la sua considerazione a livello generale.
Quella della maternità è un’altra bella domanda. Sono spunti di riflessione su cui, in quanto persona emotiva con la tendenza a fare l’autopsia ai propri pensieri, mi capita spesso di riflettere. Sia nel vedere persone che scelgono la via della genitorialità, sia nel conoscere chi, al contrario, decide di no — e di questo gruppo faccio parte anch’io.