Ci sono artisti che cercano immagini. Altri che cercano storie. E poi ci sono persone che, prima ancora di cercare qualcosa da raccontare, cercano un modo diverso di guardare, come nel caso di Federika Ponnetti. Nei suoi lavori il centro non è mai il fatto, l’evento o il personaggio. È lo spazio fragile che si crea tra le persone. Quel luogo invisibile in cui uno sguardo smette di giudicare e inizia ad ascoltare. È lì che prende forma il suo cinema. Un cinema che non sembra interessato a spiegare il mondo, ma piuttosto a rallentarne il rumore per permetterci di sentirne il battito. Prima avvocata, poi imprenditrice, infine artista e documentarista, Federika Ponnetti è arrivata al cinema attraversando vite diverse, quasi a confermare che l’identità non è una destinazione ma un continuo movimento. Forse è proprio da questo percorso irregolare che nasce la sua attenzione per chi abita i margini delle definizioni, per chi sfugge alle etichette, per chi viene raccontato troppo spesso attraverso categorie che rassicurano più gli altri che sé stesso. Nei suoi documentari ritornano parole che oggi sembrano quasi rivoluzionarie nella loro semplicità: relazione, ascolto, fragilità, incontro. Non come concetti astratti, ma come esperienze concrete. In Ugualmente diversi, il film che l’ha portata all’attenzione nazionale, la diversità non viene osservata da lontano. Viene attraversata. Fino al punto in cui la distinzione stessa tra ‘normale’ e ‘diverso’ perde significato e lascia spazio a una domanda più profonda: quanto siamo davvero disposti a riconoscere l’unicità dell’altro? C’è qualcosa di profondamente umano nel suo modo di raccontare. Una fiducia ostinata nella capacità delle persone di insegnarsi reciprocamente qualcosa. Un’idea quasi controcorrente in un tempo che corre veloce, cataloga, semplifica e spesso dimentica di fermarsi. Ascoltando Federika Ponnetti per questa intervista esclusiva a Virgilio Notizie si ha l’impressione che il suo lavoro non nasca dal desiderio di mostrare, ma da quello di comprendere. Che ogni progetto sia prima di tutto un incontro. Un gesto di avvicinamento. Una domanda lasciata aperta. E forse è proprio questa la sua cifra più autentica: raccontare storie che non cercano risposte definitive, ma creano le condizioni perché ciascuno possa guardare sé stesso negli occhi attraverso quelli degli altri. In questa conversazione abbiamo parlato di cinema, documentario, neurodiversità, partecipazione, fragilità, maternità e lavoro. Ma soprattutto abbiamo parlato di ciò che resta quando cadono le definizioni. Di quella zona profondamente umana in cui smettiamo di essere categorie e torniamo a essere semplicemente persone.
Ugualmente diversi, uno dei suoi film disponibile su Sky, racconta una realtà che spesso viene osservata dall’esterno. C’è stato un momento in cui si è sentita osservatrice e un altro in cui, invece, si è sentita coinvolta personalmente?
“Pur mantenendo uno sguardo osservativo, mi sono sentita coinvolta personalmente perché il tema della neurodivergenza mi riguarda da vicino. Non sono autistica e non ho figli autistici, ma sono ADHD e dislessica, e anche mia figlia lo è. Per questo motivo, il tema della diversità e del sentirsi differenti rispetto agli altri ha sempre fatto parte della mia esperienza. Questa è stata la spinta iniziale che mi ha avvicinata al progetto. In generale, mi attraggono tutte le storie che parlano di diversità, perché mi interessa il valore che essa porta con sé: è questo il punto di vista da cui sono partita per costruire il film. Volevo mettere il pubblico nella condizione di non chiedersi continuamente chi sia normale e chi sia diverso. Mi interessava confondere i confini, arrivare a un punto in cui non fosse più possibile distinguere nettamente chi appartiene a una categoria e chi all’altra. In fondo, siamo tutti sulla stessa barca. Credo che il problema risieda proprio nell’abitudine a ragionare in termini di normalità e diversità. Non dovremmo definirci normali o diversi, ma riconoscerci come persone uniche. E proprio per questo, tutte diverse”.
C’è stato qualche pregiudizio che ha visto cadere raccontando la storia di Lorenzo, Andrea e Gabriele? E c’è stato qualche suo pregiudizio che ha dovuto rivedere?
“Non parlerei di pregiudizi. Ho iniziato a lavorare con questi ragazzi nel 2019, quando questa esperienza non era ancora conosciuta come lo sarebbe diventata in seguito. Successivamente ho assistito anche alla crescita della sua notorietà, ma era un aspetto che mi interessava relativamente, perché ero concentrata soprattutto sulle loro storie. Anzi, se devo usare un termine forse un po’ forte, ho quasi dovuto ‘combattere’ affinché il centro del racconto restassero sempre loro e non il clamore mediatico che nel frattempo cresceva attorno al progetto. Non mi interessava raccontarne il successo o la visibilità pubblica. Volevo preservare l’intimità della narrazione e restare all’interno di una dimensione autentica e delicata, lontana da quelle dinamiche che spesso caratterizzano le persone consapevoli di essere davanti alle telecamere, nelle ospitate televisive o nelle rappresentazioni più mediatiche. Qui il lavoro era completamente diverso. Era un lavoro di osservazione. Sono riuscita a realizzare questo film perché, con il tempo, le persone si sono abituate alla mia presenza. A quel punto si è creata una situazione quasi paradossale: sembravano attori, ma non stavano interpretando alcun ruolo. Erano semplicemente sé stessi e vivevano la loro vita”.
C’è stato qualcosa che l’ha sorpresa e che non immaginava prima dell’inizio delle riprese?
“Non mi aspettavo di essere la prima a imparare così tanto da loro. Prima di iniziare il film non mi consideravo una persona arrogante; tuttavia, non vivendo l’autismo direttamente nella mia famiglia, continuavo inconsapevolmente a ragionare in termini di ‘normale’ e ‘diverso’. Sentivo il bisogno di capire come relazionarmi, come trovare il modo giusto per instaurare un rapporto alla pari. Avevo quasi un timore iniziale. Poi ho scoperto che erano loro, con la loro autenticità, la loro semplicità e il loro istinto, a insegnare qualcosa a me. Mi hanno fatto comprendere che da chiunque si può imparare. Oggi ne sono profondamente convinta: tutti possiamo imparare da ogni persona e da ogni esperienza. Ed è anche il messaggio che il film restituisce allo spettatore. Per questo continuo a dire che non è un film destinato soltanto alle famiglie o a chi vive da vicino il tema dell’autismo. Non è un film sull’autismo. È un film sulla bellezza della diversità e sul valore che essa porta con sé”.
Se dovesse raccontare il film attraverso una domanda, quale sarebbe?
“Forse questa: perché non iniziamo a considerarci tutti unici, invece di continuare a dividerci tra normali e diversi?”.
Non ha mai avuto paura che raccontando quella realtà finisse comunque per trasformarla in un’etichetta?
“No, perché in realtà non ho raccontato una realtà in senso astratto. Ho raccontato le storie di questi ragazzi. In questo modo ho evitato il problema. Non mi interessava realizzare la cronaca di un’esperienza o raccontare la storia esemplare di qualcuno che costruisce un progetto partendo da zero. Non era questo il mio obiettivo. Volevo restare aderente a ciò che quell’esperienza può insegnare a tutti noi nella vita quotidiana. Uno degli aspetti più interessanti ha riguardato la classe del liceo milanese coinvolta nel progetto. Quei ragazzi sapevano di partecipare a un documentario, ma ignoravano l’esistenza degli altri protagonisti. Pensavano che il percorso riguardasse soltanto loro. Allo stesso modo, anche gli altri protagonisti non sapevano dell’esistenza della classe. Quando si sono incontrati e hanno scoperto che c’era un’altra parte della storia, è accaduto qualcosa di molto significativo. Si è creato un rapporto spontaneo e autentico, perché nessuno sapeva in anticipo come si sarebbero sviluppati gli eventi. È stato in quel momento che si è potuto constatare concretamente come tutti impariamo gli uni dagli altri. Non voglio svelare troppo del film, ma c’è un episodio che ancora oggi mi emoziona. È una di quelle situazioni in cui la realtà supera completamente l’immaginazione. Una ragazza, dopo l’incontro con il cameriere che aveva affiancato per imparare il mestiere, ha deciso di riprendere a suonare uno strumento musicale. Ha visto in lui una passione così intensa da pensare: ‘Perché non ricominciare anch’io?’. L’ho scoperto soltanto in seguito. Un’insegnante mi telefonò raccontandomi che la ragazza ne aveva scritto in un tema scolastico. Quando abbiamo compreso ciò che era realmente accaduto, abbiamo deciso di inserirlo nel film. Abbiamo recuperato il materiale, fatto leggere il testo e messo le persone coinvolte in contatto tra loro. È stato meraviglioso”.
Mi sembra di capire che quello sia uno dei momenti a cui è più legata.
“Sì. Più che una scena del cuore, è un episodio che rappresenta bene ciò che è accaduto durante l’intero percorso. Quando si realizza un documentario d’osservazione si creano determinate condizioni, si avvia un percorso e poi ci si lascia guidare dalla realtà. Quello che è successo in quel caso era del tutto imprevedibile. Non avrei mai immaginato che potesse verificarsi una situazione del genere. Anche per questo sento di aver imparato moltissimo da questa esperienza. Mi sono sentita arricchita dalla bellezza emersa spontaneamente lungo il cammino”.
C’è qualcosa che ha scelto di non mostrare perché sarebbe stato troppo invasivo o troppo facile da raccontare?
“Ho scelto di non mostrare tutto quel lato glamour che, con il tempo, si è sviluppato attorno a quella realtà. A un certo punto sono arrivati l’interesse mediatico, la notorietà e una serie di dinamiche che inevitabilmente si sono create intorno al progetto. Tuttavia, mi allontanavano dal racconto che avevo iniziato a costruire. Questo non significa che non fossi felice del fatto che se ne parlasse o che il tema ottenesse visibilità. Al contrario. Semplicemente, il mio interesse era altrove. Durante il tour di autodistribuzione, andando di cinema in cinema e incontrando il pubblico, mi sono resa conto che le persone non parlavano della notorietà dell’esperienza raccontata nel film. Parlavano di Gabriele, si chiedevano come fosse andata una determinata situazione, se avesse superato un esame, come si fosse evoluto un rapporto. Discutevano delle vicende che avevano visto sullo schermo. Per me era molto importante, perché significava che il pubblico si era legato alle persone e alle loro storie, non alla fama o al clamore che potevano circondarle. Ed era esattamente ciò che speravo accadesse”.
Ha accompagnato il film nelle sale e nei festival. Che differenza c’è per Federika Ponnetti tra vedere un film nella propria sala di montaggio e vederlo proiettato davanti a un pubblico?
“La differenza principale sta nella risposta delle persone. Quando si è immersi nel montaggio, si lavora per mesi, talvolta per anni, su un materiale che si conosce ormai in ogni dettaglio. Arriva un momento in cui si ha bisogno dello sguardo degli altri per capire davvero che cosa si sta comunicando. L’aspetto che mi ha colpito di più è stato ascoltare persone che mi raccontavano di aver cambiato il proprio punto di vista dopo la visione del film. Persone che non si aspettavano di commuoversi davanti a quelle storie o di esserne coinvolte così profondamente. C’è stata poi un’altra reazione che mi ha fatto riflettere. Molti spettatori uscivano dalla sala quasi indignati dal fatto che un film del genere non raggiungesse un pubblico più ampio. Dicevano: ‘Com’è possibile che una storia così non arrivi a più persone?’. Naturalmente non è semplice riempire le sale con un documentario che non può contare sulla forza di un titolo noto o di una grande campagna promozionale. Tuttavia, quella reazione mi faceva piacere, perché significava che il valore del film veniva riconosciuto e vissuto pienamente. Le persone sentivano che quel racconto meritava di essere condiviso”.
Al di là dell’emozione del momento, che cosa spera rimanga al pubblico dopo la visione?
“Mi auguro che resti un modo diverso di guardare alla diversità. Vorrei che smettessimo di dividere il mondo tra normali e diversi. Credo che il film mostri con chiarezza quanto questa distinzione sia fragile e, spesso, artificiale. Un aspetto che mi ha colpito molto è stato ascoltare gli spettatori raccontare che, all’inizio della visione, non riuscivano a capire chi fossero i cosiddetti ‘fragili’ della storia. Questo accadeva perché anche gli adolescenti coinvolti nel film attraversano una fase della vita che è, per sua natura, fragile. L’adolescenza è un’età complessa, fatta di insicurezze e vulnerabilità. In questo senso il film finisce per rimescolare le carte. A un certo punto le categorie si dissolvono e ci si rende conto che, seppur in forme diverse, siamo tutti fragili. Se il pubblico uscisse dalla sala con meno pregiudizi e con una maggiore consapevolezza di questo aspetto, per me sarebbe già un risultato molto importante”.
Vietato ai maggiori di sei anni è un altro dei progetti che la vede coinvolta. Che cos’è?
“È stato un esperimento molto bello e credo anche particolarmente riuscito. L’idea era mettere davvero al centro lo sguardo dei bambini tra i tre e i sei anni. Non volevamo raccontare il loro mondo attraverso gli occhi degli adulti, ma provare a osservare la realtà dalla loro prospettiva. Per questo abbiamo affidato loro delle telecamere. Naturalmente abbiamo creato occasioni ed esperienze da vivere: attività nelle scuole, percorsi sul territorio, visite a luoghi significativi, laboratori negli orti insieme ai nonni, uscite dedicate alla scoperta di monumenti e realtà culturali. Penso, per esempio, al Museo Ferrari, alla Ghirlandina, al Duomo e ad altri luoghi che facevano parte del progetto. La differenza era che non eravamo noi a raccontare quelle esperienze. Noi costruivamo le condizioni, ma poi erano loro a scegliere dove posare lo sguardo e che cosa mostrare. Questo ha prodotto una quantità enorme di materiale. Ovviamente gran parte delle riprese era caotica, trattandosi di bambini. Eppure proprio in questo risiedeva la sua forza. Attraverso il montaggio è emerso un elemento che mi ha colpita molto: quando i bambini restavano soli con le telecamere, senza l’intervento degli adulti, costruivano una narrazione interamente loro. A quel punto veniva meno ogni mediazione adulta. Non c’era più qualcuno che spiegasse come raccontare una storia. Erano loro a decidere che cosa meritasse di essere mostrato. Ed è stato estremamente interessante osservare il mondo da quella prospettiva”.
Lei ha spesso lavorato su processi collettivi e partecipativi. Se dovesse riprendere l’immagine della “stella danzante” di Nietzsche e associarla all’artista, sarebbe lei quella stella? Quale caos interiore l’ha portata a raccontare storie?
“Faccio fatica a riconoscermi in quell’immagine. Mi sento molto meno ‘stella danzante’ di quanto si possa pensare. Credo che la vera ricchezza risieda nelle persone con cui condivido i progetti. Soprattutto quando si lavora in modo partecipativo, è vero che l’idea iniziale nasce da me, che costruisco il contenitore e creo le condizioni perché qualcosa accada. Tuttavia, tutto ciò che viene dopo nasce dall’incontro con gli altri. Per questo non amo particolarmente l’idea del regista come figura unica e centrale. Preferisco pensare al valore del gruppo e al contributo che ciascuna persona porta all’interno del progetto. Nel caso di Vietato ai maggiori di sei anni, per esempio, i veri protagonisti e, in un certo senso, anche gli autori erano i bambini. Un aspetto a cui tenevo molto era far comprendere loro che non stavano semplicemente utilizzando una telecamera per riprendersi, come accade oggi con uno smartphone. Non stavano realizzando un selfie. Stavano scegliendo che cosa raccontare. Per me questa è una differenza fondamentale, soprattutto in un’epoca caratterizzata da una continua produzione e fruizione di immagini. Non si trattava di mostrarsi, ma di costruire uno sguardo sul mondo”.
Sul lavoro, quando sta per girare o quando è immersa in un progetto, le sue fragilità trovano spazio oppure restano fuori, chiuse in un cassetto?
“Credo che sia molto difficile lasciare le proprie fragilità fuori dalla porta. In fondo, siamo anche le nostre fragilità. Nel mio caso, poi, mi sono trovata spesso a ricoprire più ruoli contemporaneamente, non tanto per scelta quanto per necessità. Mi è capitato di essere regista, produttrice e, in alcuni progetti, anche artista. Questo significa indossare molti cappelli diversi nello stesso momento. Sono una persona molto schietta e trasparente. Non appartengo a chi mostra una versione diversa di sé a seconda del ruolo che ricopre. Se sto attraversando un momento difficile, lo dico. Se sono stanca, lo dico. Se sto gestendo troppe responsabilità contemporaneamente, lo dico. Mi capita di dire apertamente alle persone con cui lavoro: ‘Ragazzi, sono stanchissima, sto seguendo mille cose e mi sento sopraffatta, ma proviamo comunque a dare il meglio possibile’. Per questo penso che il primo elemento che porto nel lavoro sia proprio l’empatia. L’idea che siamo tutti sulla stessa barca, che facciamo parte della stessa squadra e che stiamo cercando insieme di raggiungere il miglior risultato possibile. Quindi sì, la fragilità è assolutamente presente. Fa parte del lavoro, delle relazioni e, più in generale, della vita”.
E al contrario? Il lavoro entra mai nella vita privata?
“Purtroppo sì. Direi anche troppo. La mia famiglia probabilmente direbbe che il lavoro invade ogni spazio. Negli ultimi periodi mi è capitato di lavorare fino alle tre del mattino praticamente ogni giorno. Finché non avrò la possibilità di contare su maggiori risorse e su una struttura più ampia, mi troverò a sostenere personalmente una quantità enorme di lavoro. E questo inevitabilmente coinvolge anche le persone che mi stanno accanto. Dovrebbe essere una scelta che riguarda soltanto me, ma quando si dedicano così tante ore al lavoro è inevitabile che le conseguenze ricadano anche sugli altri. Quindi sì, il lavoro entra nella vita privata e, probabilmente, molto più di quanto dovrebbe”.
Quando ha iniziato questo percorso da regista, che cosa ha sottovalutato e che cosa, invece, ha sopravvalutato?
“Sicuramente ho sottovalutato la complessità di sostenere contemporaneamente più ruoli. Molti dei miei progetti li ho anche prodotti. In alcuni casi erano presenti produzioni associate e collaborazioni importanti, ma la responsabilità principale è rimasta comunque sulle mie spalle, sia dal punto di vista artistico sia da quello produttivo. Credo di essere una persona che tende a buttare il cuore oltre l’ostacolo più che a fare calcoli razionali. Se mi fossi fermata a valutare fino in fondo tutte le implicazioni, probabilmente alcuni progetti non li avrei nemmeno iniziati. Invece parto. E poi, in qualche modo, trovo la strada per arrivare fino in fondo. Magari lavorando moltissimo, magari affrontando grandi fatiche, ma cercando sempre di portare a compimento ciò che ho iniziato. Su ciò che potrei aver sopravvalutato faccio più fatica a rispondere. Cerco di restare molto aperta a quello che accade durante il percorso. Già riuscire a realizzare un progetto nelle condizioni in cui spesso ci troviamo a lavorare, con produzioni piccole e risorse limitate, mi sembra quasi un piccolo miracolo. Per questo tendo a vivere ogni risultato come un dono. Se potessi tornare indietro, probabilmente coinvolgerei più persone e costruirei una squadra più ampia, perché a volte eravamo davvero in pochi. C’è stata anche una componente di inesperienza. Tuttavia non vivo il mio percorso facendo l’elenco degli errori o dei rimpianti. Sono piuttosto fatalista: le cose sono andate così e fanno parte del cammino”.
Una curiosità: da dove nasce la K del suo nome?
“La responsabilità è di mio padre. Mia madre avrebbe voluto chiamarmi Federica, mentre lui era rimasto affascinato da una principessa svedese che si chiamava Frederika, con la K. All’epoca era il padre a recarsi all’anagrafe per registrare i figli appena nati. Mia madre mi ha raccontato che non sapeva nulla di questa sua idea. Quando arrivò il momento della registrazione, gli dissero che un nome straniero non poteva essere accettato. Lui iniziò a discutere e alla fine riuscì a ottenere almeno la K. Tornò a casa e annunciò a mia madre che ero stata registrata come Federika. Lei rimase sorpresa, ma ormai la decisione era stata presa. Per anni la K è diventata quasi il mio cognome, perché ogni volta ero costretta a specificarlo: ‘Federika, con la K’. È una storia che mi accompagna da sempre”.
È facile oggi, in Italia, conciliare tutti i ruoli: donna, madre e professionista?
“No, non è facile. Tuttavia penso che, più in generale, oggi sia complesso vivere per chiunque. Non vorrei entrare nel dibattito sulle categorie o sulle identità. Credo che questa complessità riguardi tutti. Paradossalmente, nonostante la tecnologia ci abbia semplificato moltissimi aspetti della vita quotidiana, ho l’impressione che vivere sia diventato più complicato. Disponiamo di strumenti che ci aiutano continuamente, ma allo stesso tempo abbiamo perso il contatto con qualcosa di molto essenziale: l’autenticità delle emozioni. Anche per questo nei miei lavori torno spesso a gesti semplici, al battito del cuore, al camminare, all’incontro diretto tra le persone. Mi sembra che ci siamo abituati a una mediazione costante. Molti ragazzi comunicano quasi esclusivamente attraverso uno schermo e questo rende più difficile imparare a gestire emozioni come la frustrazione, il conflitto o la rabbia. La vita è fatta anche di fragilità e di scontri. Se non impariamo ad affrontarli, rischiamo di non sviluppare gli strumenti necessari per comprendere e governare ciò che proviamo. Ritengo che molte delle difficoltà che osserviamo oggi nascano anche da questo. Ed è proprio per questo che continuo a insistere sull’idea dell’ascolto del cuore, l’idea alla base di Battiti al Cretto, nato all’interno del percorso di Gibellina Capitale dell’Arte Contemporanea. Prima ancora della performance, durante gli incontri nelle scuole, facevo ascoltare a ciascun partecipante il proprio battito attraverso le cuffie. Già quella rappresentava un’esperienza molto intensa. Molti ne restavano sorpresi. Sentire il proprio cuore amplificato è diverso da quando lo ascolta un medico con uno strumento: si viene immersi in quel suono e se ne acquisisce una consapevolezza nuova. Poi accadeva qualcosa di molto semplice: la cuffia passava alla persona accanto, che iniziava ad ascoltare il battito dell’altro. Successivamente i ruoli si invertivano. Mi sono resa conto di quanto questa esperienza fosse coinvolgente. L’ho osservato nei bambini di tre anni, nei ragazzi di quattordici, negli adulti e nelle persone anziane che hanno partecipato alla performance al Cretto di Burri. Trovarsi lì, ad ascoltare il cuore di un’altra persona e a permettere che qualcuno ascoltasse il proprio, generava un impatto profondo. Per questo mi piacerebbe che questo dispositivo diventasse uno strumento da utilizzare in molti ambiti diversi. Vorrei portarlo nei luoghi che hanno vissuto traumi, nei percorsi di ricostruzione e in tutte quelle situazioni in cui è necessario ricucire delle ferite. In fondo si parte dalle emozioni. Si parte da un cuore che ha subito una lacerazione e cerca di ritrovare la propria integrità. Ma non penso soltanto a questi contesti. Mi piacerebbe portare questa esperienza anche nelle aziende. Il vero motore di un’organizzazione sono le persone che vi lavorano: immagino percorsi in cui possano ascoltarsi reciprocamente e ripartire da lì. Anche per un imprenditore, mostrare attenzione alle emozioni di chi lavora con lui rappresenta un segnale importante. Vorrei che questo progetto continuasse a crescere: nei luoghi del conflitto, nei luoghi della memoria, nei percorsi museali e nelle esperienze di arte pubblica. Poi, naturalmente, c’è il documentario, che sta seguendo il proprio percorso narrativo. Mi sono resa conto che questa esperienza possiede una forza particolare proprio oggi, in un momento storico in cui facciamo fatica persino a fare gli auguri a qualcuno guardandolo negli occhi o a offrirgli un abbraccio. Ed è un aspetto che continua a colpirmi profondamente”.
Se dovesse raccontare la sua storia a qualcuno che non la conosce, quale sarebbe il primo gesto di autodeterminazione che le viene in mente?
“Probabilmente il cambiamento. Nella mia vita ho cambiato strada molte volte. Per lungo tempo l’ho vissuto quasi come un peso. Avevo la sensazione di non aver ancora trovato il mio posto. A dire il vero, ogni tanto continuo a chiedermelo. Il lavoro che sto svolgendo è estremamente impegnativo. Nelle condizioni in cui lo porto avanti richiede grandi energie, perché spesso mi trovo a concentrare su di me responsabilità artistiche, produttive e organizzative. Ho però imparato ad affrontare tutto questo come un esercizio costante di resilienza. Cerco di fare il massimo possibile nel presente. Poi il domani si vedrà. Viviamo in una fase storica instabile e complessa. Possiamo soltanto lavorare con convinzione e scoprire dove ci condurrà il percorso. Quello che so è che i documentari che ho realizzato hanno un significato profondo per me. E di questo sono felice. Penso, per esempio, a Vietato ai maggiori di sei anni. Era un progetto nato nell’ambito di un bando del Ministero della Cultura e del Ministero dell’Istruzione. Nessuno immaginava davvero di mettere al centro il punto di vista di bambini di tre anni. Farlo ha richiesto una quantità enorme di lavoro aggiuntivo. Sarebbe stato molto più semplice limitarsi a riprendere attività progettate dagli adulti e raccontarle dall’esterno. Invece abbiamo scelto una strada diversa. È stato faticoso, ma credo che il risultato abbia restituito uno sguardo autenticamente originale. Lo stesso vale per altri lavori, come Gelsomino e donna, realizzato in Calabria. In quel caso abbiamo raccontato la storia delle gelsominaie, protagoniste del primo sciopero femminile italiano, coinvolgendo gli studenti nella raccolta delle memorie delle loro nonne e bisnonne. Abbiamo persino incontrato una gelsominaia siriana inserita in una comunità di rifugiati nei pressi di Riace. Mettere in dialogo queste storie è stata un’esperienza straordinaria”.
Se improvvisamente sparisse l’arte dalla sua vita, che cosa rimarrebbe di Federika Ponnetti?
“Credo che rimarrebbero le relazioni. La dimensione relazionale è sempre stata fondamentale per me. Non sono una persona che si chiude in solitudine a concepire un’opera per poi mostrarla al mondo una volta terminata. Per me tutto nasce da uno scambio continuo. Ricevo energia dagli altri e, a mia volta, ne restituisco. È nella relazione che accade davvero qualcosa. Anche i progetti che realizzo funzionano in questo modo. Penso, per esempio, al lavoro sul battito del cuore. Non sono io a mettermi al centro e a eseguire una performance in solitudine. L’aspetto più interessante è che ciascuno porta con sé qualcosa di unico. Ognuno mette in gioco una parte di sé e, attraverso questo scambio, tutti si arricchiscono reciprocamente. In fondo è proprio questo che mi interessa: creare occasioni d’incontro”.
C’è un aspetto del suo lavoro che ritiene importante?
“Una delle esperienze più significative legate a Ugualmente diversi è stata la campagna d’impatto che abbiamo costruito attorno al film, intitolata Tutti insieme davanti allo stesso schermo. Per noi era importante che la visione fosse realmente condivisa. Il film è stato distribuito con sottotitoli per le persone sorde integrati direttamente nell’immagine e con audiodescrizioni dedicate alle persone cieche. Ogni volta che arrivavamo in una città cercavamo di coinvolgere associazioni, realtà del territorio, persone cieche, persone sorde e persone neurodivergenti. L’obiettivo era semplice: andare al cinema insieme. E poi confrontarsi. Durante alcuni incontri accadevano situazioni molto belle. Le persone cieche prendevano la parola e intervenivano davanti al pubblico. Le persone sorde potevano leggere il labiale e seguire la conversazione. Si creava uno spazio realmente condiviso. Per me era fondamentale. Non amo le proiezioni pensate esclusivamente per una singola categoria. Quando mi propongono una proiezione ‘per ciechi’ o una proiezione ‘per sordi’, faccio fatica a riconoscermi in quella logica. Mi interessa costruire occasioni in cui persone diverse possano vivere un’esperienza comune”.
US: Licia Gargiulo
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