Esame di Maturità 2026, i consigli dell’esperta a studenti e genitori per superare ansia e stress


Per quasi 500mila studenti è ormai arrivato il momento di cimentarsi con le prime prove scritte dell’esame di Maturità, che nel 2026 è tornato a chiamarsi così dopo la definizione di esame di Stato degli anni scorsi. Il count down, come sempre, è stato accompagnato dall’ansia, tipica di molti giovani a fine anno scolastico, ma forse cresciuta negli ultimi tempi. Secondo un’indagine di GoStudent, infatti, 8 genitori su 10 trovano che i loro figli stiano vivendo in uno stato di “stress scolastico”. Come se non bastasse, per il 6% la preoccupazione da voto si traduce anche in perdita di autostima, in caso di insufficienze o debiti. Una delle conseguenze è il ricorso a ripetizioni private, alle quali il 4% degli studenti arriva con una vera ansia da prestazione per poter migliorare il proprio rendimento o votazione finale, come confermava una rilevazione di LeTueLezioni, fin dallo scorso maggio. Ora che le liste con i commissari d’esame sono pronte (e consultate) fin dai primi di giugno, non resta che affidarsi ai consigli degli esperti per gestire la pressione da esame, alla quale spesso però si aggiunge anche quella – involontaria – di genitori che nutrono grandi aspettative dai risultati dei figli.


L’analisi della pedagogista Elena Bolzoni, fondatrice di LaPedagogista.it ed esperta di rapporti genitori-figli.

Che si provi una certa ansia prima di un esame è considerato normale e, soprattutto, non un fenomeno nuovo in sé. Ciò che invece sembra un fenomeno che si affermato solo di recente è l’ansia da prestazione che vive che deve affrontare la Maturità, ma anche verifiche e interrogazioni orali durante tutto l’anno e il percorso scolastico. È così?

“Sì, ormai viviamo in una società caratterizzata dalla cultura della performance, che viene alimentata anche dai social media. Online, infatti, si assiste quotidianamente all’esibizione dei successi. Preoccupa molto il fatto che tanti giovani, fin da molto piccoli, iniziano a collegare il proprio valore personale ai risultati che ottengono: il voto scolastico, quindi, non è più un indicatore di ciò che hai imparato e devi migliorare, ma di ciò che vali. Quindi si innesca un processo di distruzione dell’autostima, con il terrore di sbagliare”.

Quando poi si tratta dell’esame di Maturità, le prove sono vissute con uno stress anche maggiore?

“Sì, perché non è solo un esame scolastico: da un punto di vista educativo e pedagogico rappresenta un rito di passaggio. Ha un forte valore simbolico, segna il passaggio ad una fase nuova, quindi l’ansia non riguarda solo ed esclusivamente l’esame in sé. Dietro c’è qualcosa di molto più profondo, accompagnato da dubbi e domande come ‘Cosa farò dopo?’, ‘Riuscirò a trovare la mia strada?’ o ‘Sarò all’altezza?’. È, quindi, un po’ un salto nel buio. Per questo è importante far capire ai ragazzi che, nonostante tutto, l’esame non misura il valore umano né le potenzialità future, ma valuta un percorso scolastico”.

A differenza del passato, però, oggi entrano in gioco anche i genitori. È giusto che siano tanto coinvolti nello studio e nei risultati scolastici dei figli?

“Rispetto a qualche tempo fa, oggi madri e padri sono sicuramente più coinvolti: di per sé non è un elemento negativo, ma può diventarlo se causa nuove fragilità. Può accadere quando i genitori si identificano totalmente nei risultati dei figli, come se fossero una conferma del proprio valore in quanto genitori. Per esempio, se il figlio prende brutti voti, il genitore ha spesso una reazione eccessiva: dall’esperienza quotidiana posso confermare che arrivano di frequente a parlare di “fallimento” e mettono in discussione persino le possibilità di “successo” dei figli”.

Quali sono le conseguenze sui ragazzi?

“Prima di tutto il fatto di vivere in balia degli stati emotivi degli adulti. Ma, cosa ancora più grave, il fatto di pensare che per meritarsi l’approvazione e l’amore dei genitori si debba andare bene a scuola, oppure nello sport o in altre attività extrascolastiche, come la musica, ecc. In certi casi si può addirittura credere di doversi meritare l’amore della madre o del padre. Un figlio, quindi, può temere che, a causa del proprio rendimento, il genitore possa essere triste, deluso o arrabbiato”.

La scuola, in questo, che ruolo gioca? Come è cambiata nel tempo e cosa dovrebbe fare?

“Purtroppo la funzione pedagogica è un po’ venuta a mancare, mentre proprio oggi la scuola non dovrebbe limitarsi a trasmettere conoscenze o a certificare risultati: dovrebbe, invece accompagnare i ragazzi a costruire l’autostima, la crescita, il senso critico e la capacità di affrontare le difficoltà. Se il sistema e la scuola si focalizzano solo sulla prestazione, come sta accadendo, si rischia che gli studenti non studino per imparare e comprendere, ma solo per avere un voto”.

Intanto ci sono scuole che, per evitare la competizione eccessiva e dunque l’ansia da prestazione, evitano le valutazioni. Cosa ne pensa?

“Credo che vadano evitati entrambi gli eccessi. Anche sbagliare, infatti, aiuta. Anzi, andrebbe rivalutata l’importanza educativa dell’errore: non è qualcosa di drammatico da evitare, ma una tappa determinante che fa parte del processo di sviluppo. Evitare la frustrazione del voto, invece, toglie l’allenamento e la capacità nel saper affrontare le piccole sfide che accompagnano un giovane nello sviluppo e questo rende più fragili”.

Cosa consiglierebbe agli studenti che stanno affrontando la Maturità?

“Per sostenere i ragazzi intanto consigliere ai genitori di alleggerirli dai pensieri, magari con consigli come ‘Cerca di fare al meglio delle tue possibilità, studia con serietà e impegno, ma ricordati che il tuo valore non dipende dal voto dell’esame’. Occorre anche evitare di bombardarli di domande su quanto e come abbiano ripassato e si siano preparati”.

Di fatto sono più suggerimenti agli adulti, che possono di fatto aumentare l’ansia dei ragazzi…

“Sì, perché spesso gli adulti drammatizzano la situazione, magari sottolineando che si tratta di una prova decisiva nella vita, oppure al contrario sminuendola, con commenti come ‘Questo non è nulla in confronto a ciò che ti aspetta’. Così non si aiuta a vivere con serenità il momento. È importante, invece, non concentrarsi solo sul voto finale e imparare ad accettarlo sapendo che dietro c’è un percorso di anni, nonostante il calcolo sia frutto di una somma matematica di vari aspetti della performance. Quindi ricorderei ai genitori che il trasporto e il coinvolgimento sono positivi, ma madri e padri sono regolatori delle emozioni dei figli: l’inversione dei ruoli non è produttiva, non fa bene a nessuno”.

Quali, invece, i suggerimenti ai genitori? Cosa fare e cosa invece evitare?

“La prima cosa da non fare è identificare il figlio con un voto. Vanno evitare sia frasi di elogio eccessivo, come ‘Sei un genio’, sia commenti come ‘Sei svogliato’ o ‘Non capisci nulla’, se il figlio ha un rendimento negativo. Eviterei anche di trasformare ogni prova in una ‘battaglia per la vita’: spesso le verifiche e le interrogazioni sono vissute come se fossero decisive per il destino futuro, ma ad ogni momento va dato il valore che merita. Infine, come detto, non bisogna mai sostituirsi mai ai figli. Tra i consigli su cosa fare, invece, suggerirei di non eccedere con l’aiuto, perché eliminare le difficoltà non rende autonomi i figli, ma solo più fragili. Si dovrebbe poi valorizzare l’impegno che viene messo nel raggiungere un risultato, più che il risultato in sé. Infine, penso che sia giusto tornare ad essere una base sicura dal punto di vista emotivo: significa non cancellare le difficoltà dei figli né lasciarli completamente da soli a gestirle, ma esserci, accogliendoli e ascoltandoli”.



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ANSA




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