L’Algeria è quindi un attore strategico la cui importanza deriva dalla combinazione di autonomia, prudenza e capacità di stabilizzazione.
Il radicale mutamento degli equilibri levantini e saheliani permette di porre sotto una luce diversa la peculiare, complessa e non scontata situazione algerina. Nel quadro strategico del Medio Oriente e del Nord Africa, l’Algeria occupa una posizione peculiare. Agli occhi degli Stati Uniti essa non rappresenta né un alleato organico né un avversario sistemico, ma un attore la cui utilità risiede proprio nella sua autonomia. A differenza di altri attori regionali, Algeri non ospita basi americane, non dipende da aiuti statunitensi ed è sempre rimasta fuori da tutti i principali dispositivi di sicurezza occidentali. Eppure Washington ha sempre mantenuto relazioni altalenanti ma pragmatiche.
Questa apparente marginalità non è il segno di disattenzione verso questa sponda mediterranea, ma bensì il riflesso di un equilibrio funzionale: in un contesto di rinnovata competizione tra grandi e medie potenze, l’Algeria appare meno come un partner da mobilitare o da schierare, ma più come un fattore di stabilizzazione da preservare. Storicamente il principale contributo strategico dell’Algeria è stata la capacità di assorbire gli shock regionali senza scaricare eccessiva instabilità all’esterno. Durante la violente guerra civile degli anni 90’ il governo di Algeri riuscì, in parte, ad evitare che i ribelli del Gruppo Islamico Armato (GIA), portassero l’insurrezione a livello regionale o che il territorio algerino venisse utilizzato come base per attacchi verso i paesi limitrofi.
Dopo il collasso della Libia nel 2011, mentre altri attori regionali e internazionali sono stati coinvolti direttamente o per procura, Algeri ha rafforzato il controllo delle frontiere, intensificato la sorveglianza antiterrorismo, mantenendo canali di mediazione discreti, evitando sia l’escalation sia la destabilizzazione interna. Un approccio analogo è emerso nel caos del Sahel, dove l’Algeria ha privilegiato il coordinamento informativo e il contenimento dei traffici e dei movimenti jihadisti, rifiutando al contempo la presenza militare straniera sul proprio territorio. Anche nei confronti della Tunisia ha esercitato una funzione stabilizzatrice, fornendo assistenza economica per circa 200 milioni di dollari e coprendo circa il 10-13% del fabbisogno di elettricità della Tunisia, senza trasformarla in leva politica ma di stabilità.
In tutti questi scenari, l’Algeria ha agito come attore autonomo, coerente con una dottrina fondata su sovranità, prudenza strategica e non allineamento, pur coordinandosi con vari attori internazionali. Questo approccio risale fino all’indipendenza del 1962, e si base su tre principi: cooperazione senza dipendenza, apertura economica senza subordinazione e diversificazione diplomatica senza rotture irreversibili. Durante la guerra fredda, pur “flirtando” con l’Urss in materie di fornitura bellica, Algeri rifiutò sempre basi militari sovietiche permanenti sul proprio territorio, mantenendosi così come uno dei pochi stati veramenti non allineati.
Così come le relazioni con gli Stati Uniti: dalla mediazione negli Accordi di Algeri durante la crisi degli ostaggi in Iran (1981) fino alla cooperazione antiterrorismo dopo l’11 settembre, il governo algerino ha continuato a mantenere canali di dialogo stabili senza vincolarsi completamente. Per Washington ciò si traduce in un vantaggio raro: un attore regionale capace di contribuire alla stabilità senza richiedere tutela o sponsorizzazione per le proprie ambizioni. L’approccio verso l’Europa, nonostante i delicati rapporti con Parigi, non è diverso.
Dopo lo scoppio del conflitto ucraino, le forniture algerine di gas sono diventate ancora più importanti per la strategia europea di diversificazione energetica. Tuttavia, l’Algeria non ha usato il gas come ricatto e l’Europa ha mantenuto con Algeri una cooperazione essenzialmente pragmatica. Anche i legami con Russia e Cina vanno letti in questa chiave. La composizione di materiale russo/sovietico dell’esercito algerino (73%) e la forte presenza economica cinese non indicano un allineamento ideologico, ma una strategia di equilibrio multilaterale.
Stesso discorso è applicabile al tentativo di aderire ai Brics (bloccato da Delhi su richiesta francese) non come alleanza anti occidente, che non è, ma come strumento per diversificare mercati e fondi di investimento. Alla pluralità esterna si unisce quella interna. Dipendere da un solo settore come quello degli idrocarburi, potrebbe rivelarsi controproducente sul medio termine. In questa prospettiva si inseriscono i grandi progetti industriali e minerari lanciati tra il 2025 e il 2026, tra cui lo sviluppo della miniera di ferro di Gara Djebilet, connessa recentemente da una linea ferroviaria lunga 950 chilometri, del complesso di fosfati di El Hamdania (con la gestione tecnica affidata dall’italiana Saipem) e dei siti di Oued Amizour. In occasione del lancio di questi progetti, il 2026 è stato definito “anno di esecuzione”. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dagli idrocarburi e promuovere una diversificazione produttiva capace di offrire occupazione a una popolazione giovane e numerosa. Politica estera e tenuta interna risultano quindi profondamente connesse.
Questa centralità autonoma dell’Algeria assume un rilievo particolare per l’Italia. La guerra in Ucraina prima e il caos mediorientale poi, hanno costretto Roma a diversificare i propri partenariati energetici per ridurre la dipendenza da un singolo fornitore. In tale contesto, l’Algeria rappresenta uno dei pilastri della strategia energetica italiana. L’interesse italiano, tuttavia, non si limita solo agli idrocarburi. Roma mira a consolidare il proprio ruolo di “hub” energetico del Mediterraneo e, in prospettiva, nodo per lo sviluppo delle energie rinnovabili, incluso l’idrogeno verde. Seguendo questa strategia, l’Algeria non deve essere visto solo come un fornitore, ma un partner strategico nella proiezione geopolitica italiana nel Mediterraneo allargato.
Il modello algerino non è tuttavia privo di incognite sul medio termine. Dal punto di vista istituzionale il Paese continua ad essere guidato dai militari. Se questi hanno avuto un ruolo fondamentale nella lotta per l’indipendenza, rendendolo dunque qualcosa di più di un semplice “stato caserma”, non si espongono in prima linea ma spesso fungono da arbitri tra le varie lotte di potere interne allo stato per evitare il collasso del sistema, chiamato le Pouvoir o nizām (نظام).
Oltre ai militari, questo comprende la, costituzionalmente potente figura presidenziale, i servizi segreti (Direction des Services de Sécurité) e una forte oligarchia economico finanziaria legata agli idrocarburi capeggiata da Sonatrach . Il Parlamento e partiti politici di maggioranza, come lo storico Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) e il Raggruppamento Nazionale Democratico (RND) non sono dei semplici burattini, ma fungono da cerniera fondamentale tra gli apparati e la popolazione. La guida del presidente Tebboune, subentrato nel 2019 allo storico Bouteflika dopo una lunga serie di proteste, sembra essere solida nonostante alcuni elementi di incertezza all’interno del rapporto tra vertice politico ed establishment militare.
Tra questi si segnala il recente caso del maggiore generale Abdelkader Haddad, già a capo dell’intelligence, rimosso dall’incarico e poi sottoposto a misure restrittive, che sarebbe riuscito a lasciare l’Algeria e a raggiungere la Spagna. Episodi di questo tipo confermano l’esistenza di fratture e complicità all’interno dello stesso sistema di sicurezza. Le elezioni legislative previste per il prossimo 2 luglio permetteranno di verificare quanto gli interessi tra il sistema e la popolazione siano convergenti. In un paese estremamente giovane (50% sotto i 30 anni), eventuali nuove proteste di piazza potrebbero mettere in seria difficoltà l’apparato algerino, come avvenuto nel 2019 ma questa volta in clima regionale più incandescente.
Per questo motivo il governo, con Sonatrach, ha lanciato un nuovo programma di investimenti infrastrutturali, il cui obiettivo è combattere la disoccupazione giovanile, attualmente stimata al 25%. Dal punto di vista economico, il sistema continua a reggersi principalmente sulle rendite energetiche, che pesano in modo decisivo su entrate fiscali ed esportazioni. Questa struttura presenta due vulnerabilità principali: l’aumento della domanda interna, che riduce i volumi disponibili per l’export, e l’obsolescenza di parte delle infrastrutture e dei giacimenti. Per rispondere a tali criticità, la compagnia statale Sonatrach ha avviato un nuovo piano di sviluppo volto ad aumentare la produzione di gas e a sostenere investimenti in esplorazione, raffinazione, petrolchimica e rinnovabili.
Resta infine il nodo della sicurezza regionale. In Mali il conflitto sembra intensificarsi, mettendo in difficoltà il governo maliano e i propri alleati russi. Il protrarsi dell’insorgenza jihadista e la crescente fragilità degli Stati dell’area costituiscono una minaccia diretta per la sicurezza nazionale algerina, in particolare per tutte le ifrastruttre stategiche situate nel Sud e nel sud-ovest del Paese.
A questo va aggiunta la perenne rivalità con il Marocco, riaccesa dalla crisi diplomatica del 2021 e dalla disputa sul Sahara Occidentale, che rappresenta l’unica eccezione al “non allineamento” algerino. Ricordiamo che le infrastrutture strategiche citate in precedenza, come la ferrovia fino a Gara Djebilet passa a ridosso del confine marocchino e alla città di Tindouf, che ospita il governo in esilio del Fronte Polisario, rendendola un obiettivo militare in caso di un nuovo conflitto. L’Algeria è quindi un attore strategico la cui importanza deriva dalla combinazione di autonomia, prudenza e capacità di stabilizzazione.
La sua credibilità regionale si fonda sul fatto di non aderire a nessuna architettura di sicurezza. Più che una crisi immediata della tenuta statale, andranno quindi monitorati i rapporti tra apparati di potere, il livello di coinvolgimento dei cittadini e la pressione proveniente dai contesti regionali limitrofi. Un allineamento formale ne ridurrebbe la capacità di mediazione, ne indebolirebbe la legittimità interna, fortemente legata alla sovranità e alla memoria anticoloniale, e trasformerebbe una posizione di equilibrio in un rigido posizionamento di blocco.
Per gli Stati Uniti, del resto, una partnership convenzionale produrrebbe più obblighi che benefici, mentre l’attuale formula di cooperazione senza dipendenza garantisce già stabilità a basso costo. Per l’Europa, rappresenta invece un tassello centrale della sicurezza mediterranea; per l’Italia, un pilastro della diversificazione energetica e della proiezione nel Mediterraneo allargato. In una fase di mutamento degli equilibri regionali, sostenere la stabilità dell’Algeria significa non solo contribuire alla propria sicurezza energetica, ma anche a quella strategica dell’intero spazio euro-mediterraneo.
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Lorenzo Castiglione
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