«Bip è il suono della censura, l’asterisco è il suo segno. Per anni ha coperto parole, storie, persone. Anche la disabilità, spesso, è stata trattata così. Noi abbiamo scelto di togliere l’asterisco. Per vedere oltre l’etichetta». È la scritta che si legge appena si entra al Bar Bip, aperto da poche settimane a Milano, in via Solari. Un locale dove, dietro al bancone e tra i tavoli, lavorano ragazzi e ragazze con disabilità, affiancati da professionisti e volontari. Bip è il suono che in televisione censurava le parole offensive, parole con le quali per troppo tempo sono state definite le persone con disabilità, senza considerare il loro nome, la loro storia, le loro capacità, spiegano i fondatori. «È la mia prima vera esperienza lavorativa. Qui mi trovo bene, siamo un gruppo di amici», raccontano i ragazzi.
Il gruppo Bip
Il Bar Bip nasce dall’esperienza del gruppo Bip, una realtà che da oltre quarant’anni opera nella parrocchia di Santa Maria del Rosario. Tutto comincia all’inizio degli anni Ottanta, quando Roberto D’Ambrosio, allora diciottenne, incontra un ragazzo con disabilità. «Il parroco mi presentò lui e suo padre. Mi disse che quel ragazzo aveva bisogno di amicizia e compagnia. Io diedi la mia disponibilità, senza immaginare minimamente quello che sarebbe accaduto dopo. Oggi, dopo più di quarant’anni, considero quell’incontro la svolta della mia vita», racconta. Da quel primo rapporto nasce un gruppo che cresce negli anni con attività pomeridiane, vacanze, weekend, momenti di incontro. Le famiglie si passano la voce, così arrivano altri ragazzi, altri volontari. Oggi il gruppo conta circa settanta persone ed è diventato una cooperativa sociale.
Un’idea partita tre anni fa
Tre anni fa è arriva l’idea di fare un passo ulteriore. «Ci siamo accorti che a Milano stavano nascendo realtà capaci di dare lavoro ai ragazzi con disabilità. Ci siamo chiesti perché non provarci anche noi. Volevamo restare all’interno della parrocchia, mantenere le nostre radici, ma aprirci al quartiere. Così è arrivato il progetto del bar», spiega D’Ambrosio. Per Ambra Trussardi, commercialista tra le anime del progetto, la sfida è stata trasformare un sogno in un’impresa sostenibile. «Dalla prima idea all’apertura ci abbiamo messo tre anni. Due sono stati assorbiti dalla burocrazia e dalle autorizzazioni, poi in sei mesi abbiamo trovato i contributi e i lavori sono durati altri sei mesi, in cui abbiamo trovato i ragazzi e li abbiamo formati. Volevamo arrivare all’apertura con tutti pronti a lavorare davvero».
Il bar Bip
Oggi il locale, realizzato all’interno del locale della parrocchia con due accessi, uno dall’oratorio e uno da via Solari, è aperto dal mercoledì alla domenica dalle 8 alle 22, con servizio di colazione, pranzo e aperitivo. Alle spalle c’è una cooperativa sociale, dodici lavoratori con disabilità tra dipendenti e tirocinanti, due coordinatori e una quarantina di volontari che si alternano nei turni. «Abbiamo sempre sentito la mancanza di un posto nostro, dove incontrarci. Oggi questo luogo esiste e dopo poche settimane è già diventato una casa», sottolinea Trussardi. L’impressione è evidente entrando nel locale, arredato con ricercatezza, nei minimi particolari. I ragazzi passano anche quando non sono di turno, i volontari si fermano per un caffè, gli amici entrano a salutare e le famiglie si incontrano. Il quartiere inizia a riconoscere quel posto come parte della propria quotidianità e proprio la quotidianità è la parola chiave.
L’etichetta
«Non vogliamo nascondere nessuno dietro una definizione», spiega Alessandro Luciani, 29 anni, responsabile del locale, con 11 anni di esperienza nella ristorazione. Sua madre è stata una delle prime volontarie del gruppo Bip e lui è cresciuto a contatto con questa realtà. «Per me non sono ragazzi con disabilità o con difficoltà. Sono Luis, sono Raffaele, sono persone che lavorano con noi, fianco a fianco, ogni giorno». L’ obiettivo è chiaro: fare in modo che i ragazzi siano i veri protagonisti. «Non vogliamo nasconderli, vogliamo che abbiano un nome, il nostro motto è togliere quell’asterisco, perché la gente troppo spesso si sofferma sulla parola, sull’etichetta, sulla disabilità e non va oltre», continua Luciani, spiegando che «in tanti posti di lavoro vengono inserite persone con disabilità, ma finiscono per fare sempre le stesse mansioni. Noi volevamo qualcosa di diverso. Al bar Bip i ragazzi prendono gli ordini, parlano con i clienti, servono ai tavoli. I volontari sono lì per supportarli, non per sostituirli. Il mio sogno è rendermi sempre meno indispensabile».
Un gruppo di amici
Tra chi ha raccolto questa sfida c’è Raffaele. Lavora al Bar Bip da pochi giorni ma parla con l’entusiasmo di chi sente di aver trovato il proprio posto. «È la mia prima vera esperienza lavorativa. Mi occupo delle ordinazioni, uso il tablet, prendo gli ordini ai clienti. Mi piace. È un bel posto, accogliente, siamo un gruppo di amici», ci racconta Raffaele, che prima osservava da lontano le attività del gruppo in oratorio, poi ha deciso di partecipare. Anche Luis, 33 anni, non faceva parte del gruppo Bip ed è alla sua prima esperienza nella ristorazione. «Faccio le ordinazioni, porto i vassoi, parlo con i clienti. Mi trovo veramente bene. È un ambiente tranquillo. È un lavoro che volevo provare e alla fine mi è piaciuto molto». Le sue parole raccontano un aspetto spesso sottovalutato quando si parla di inclusione lavorativa: la possibilità di sentirsi utili, riconosciuti, competenti.
In Italia il lavoro continua a rappresentare uno dei principali ostacoli all’inclusione delle persone con disabilità ed è in questo spazio che progetti come Bar Bip cercano di intervenire, offrendo una rete di relazioni, autonomia e partecipazione sociale. Il risultato è un locale che vuole diventare un posto dove fermarsi e dove, quasi senza accorgersene, cambia anche il modo di guardare la disabilità. Perché l’inclusione passa dal lavoro e dal diritto, troppo spesso negato, di essere visti.
***
La newsletter di Alley Oop
Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.
Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Livia Zancaner
Source link



