Se anche la Svezia scopre che sull’immigrazione l’”inevitabile” non esiste


Roma, 16 giu – Per anni ci hanno spiegato che il destino dell’Europa fosse già scritto: frontiere sempre più porose, cittadinanze sempre più automatiche, permessi sempre più stabili, società sempre più liquide, integrazione affidata alla retorica e conflitti sociali trattati come incidenti di percorso. L’immigrazione di massa veniva presentata come un fenomeno naturale, quasi atmosferico, sottratto alla decisione politica. Si poteva amministrare, accompagnare, finanziare, celebrare. Non si poteva invertire. La Svezia, oggi, dimostra il contrario.

In Svezia il Parlamento segna una riforma netta della politica migratoria

Il Parlamento svedese ha approvato una riforma che segna una svolta netta nella politica migratoria del Paese: dal 12 luglio 2026 non verranno più rilasciati permessi di soggiorno permanenti a diverse categorie legate alla protezione internazionale, ai soggiornanti di lungo periodo e ai loro familiari. La misura non cancella automaticamente i permessi già concessi, ma chiude una stagione precisa: quella in cui l’asilo e la protezione venivano trasformati, di fatto, in un canale ordinario verso la stabilizzazione definitiva. La riforma viene presentata dal governo come un adeguamento della normativa svedese ai livelli minimi previsti dal diritto europeo. Tradotto politicamente: Stoccolma sceglie di non essere più l’avanguardia dell’accoglienza illimitata, ma di riportare l’asilo dentro un perimetro più stretto, temporaneo, verificabile. Il permesso non diventa più un diritto acquisito una volta per tutte, ma una condizione sottoposta a controlli periodici, legata alla permanenza effettiva dei requisiti che l’hanno giustificata.

Il dato più interessante, ovviamente, non è soltanto quello giuridico. È storico. La Svezia è stata per decenni uno dei simboli europei dell’immigrazionismo progressista: welfare generoso, politiche di accoglienza larghe, fiducia quasi religiosa nella capacità dello Stato sociale di assorbire qualsiasi trasformazione demografica. Poi è arrivata la realtà. Periferie segregate, difficoltà di integrazione, disoccupazione concentrata tra i nati all’estero, pressione sul sistema pubblico, criminalità organizzata sempre più visibile, frattura crescente tra élite ideologiche e popolazione.

L’irreversibilità era una costruzione ideologica, non una legge della storia

Da qui il cambio di passo. Le domande d’asilo sono scese ai livelli più bassi dal 1985. Nel 2025, secondo i dati riportati dalla stampa internazionale, le richieste sono diminuite del 30 per cento. Asilo e ricongiungimenti familiari collegati, che nel 2018 rappresentavano una quota molto più consistente dei flussi, sono ormai una parte ridotta dell’immigrazione complessiva. La linea è chiara: abbassare gli ingressi, restringere l’accesso alla permanenza, rendere più severi i requisiti, togliere automatismi. Accanto allo stop ai permessi permanenti arriva anche un nuovo sistema di accoglienza dei richiedenti asilo, previsto dal primo ottobre 2026, con obblighi più rigidi di permanenza in aree assegnate, controlli di presenza e regole più severe sui sussidi. A questo si aggiunge la legge sul cosiddetto “buon comportamento”, che consentirà alle autorità di negare o revocare permessi in presenza di condotte considerate incompatibili con la permanenza nel Paese, dai debiti non pagati al lavoro nero fino ai legami con ambienti estremisti.

Naturalmente la sinistra grida all’arretramento, come sempre accade quando la politica torna a esercitare sovranità su ciò che era stato dichiarato irreversibile. Ma proprio qui sta il punto. La Svezia mostra che l’irreversibilità era una costruzione ideologica, non una legge della storia. Non esiste alcuna necessità naturale che obblighi una nazione a trasformare la protezione temporanea in residenza permanente, l’accoglienza emergenziale in diritto illimitato, l’integrazione mancata in tabù intoccabile.

In Svezia non si è verificato alcun crollo del mercato del lavoro

Anche il terreno economico merita attenzione, senza cadere in letture automatiche. I sostenitori della riforma hanno rivendicato in Parlamento il calo della disoccupazione registrata, scesa intorno al 6,4-6,5 per cento, e hanno ricordato come oltre metà degli iscritti all’Agenzia per l’impiego siano nati all’estero. Il dato più significativo resta il divario: nel primo trimestre 2026 la disoccupazione tra i nati all’estero era al 14,5 per cento, contro il 5 per cento tra i nati in Svezia. Questo non basta, da solo, a dimostrare che la stretta migratoria abbia già prodotto crescita economica. Basta però a demolire la favola secondo cui l’immigrazione di massa sarebbe sempre e comunque una risorsa automatica. Il mercato del lavoro svedese racconta una verità più semplice e più dura: quando l’immigrazione supera la capacità reale di integrazione, non produce armonia sociale, ma esclusione, dipendenza, competizione al ribasso e fratture permanenti. Il problema non è soltanto “quanti entrano”, ma quale forma assume una società quando rinuncia a decidere chi può restare, a quali condizioni e dentro quale ordine comune.

Per questo la svolta svedese parla a tutta Europa. Non perché Stoccolma abbia trovato una formula magica, né perché ogni sua misura sia automaticamente trasferibile altrove. Parla a noi perché distrugge il ricatto mentale su cui si è retto per anni il progressismo europeo: l’idea che il cambiamento demografico sia un destino, che la sovranità sia un residuo del passato, che ogni inversione di rotta sia impossibile o moralmente illegittima.

Anche i paradigmi più solidi possono cambiare

I paradigmi politici cambiano quando la realtà li mette alla prova. Cambiano quando le società non accettano più di pagare il prezzo delle utopie altrui. Cambiano quando ciò che ieri veniva liquidato come estremismo diventa, domani, semplice buon senso di governo. La Svezia non sta tornando indietro: sta prendendo atto che una nazione ha ancora il diritto di fissare confini, condizioni, priorità. Ed è questa la lezione più importante. Non esiste alcuna progressione inevitabile della storia verso società senza radici, senza limiti e senza decisione. Esistono classi dirigenti che scelgono una direzione e popoli che, prima o poi, possono imporne un’altra. La Svezia lo dimostra: ciò che sembrava irreversibile può essere fermato. Anche qui in Europa.

Sergio Filacchioni




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