Una sedia vuota allo Spief di San Pietroburgo, un’altra alla conferenza degli operatori dei mercati finanziari a Mosca. E poi l’assenza alla riunione del Cremlino dedicata all’inflazione e ai tassi di interesse. Da circa tre settimane si sono perse le tracce di Elvira Nabiullina, la governatrice della banca centrale russa che da 13 anni manda avanti l’economia russa. Era il 28 maggio quando è apparsa in pubblico per l’ultima volta, a margine della visita di Vladimir Putin in Kazakistan. Da allora solo silenzio, niente comunicazioni e nessun panel. La versione ufficiale? “Congedo per malattia”. “A volte capita di ammalarsi, non c’è niente di insolito. Non dovrebbe essere motivo di teorie del complotto”, ha sostenuto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. Eppure, a guardare i segnali che arrivano dallo Zar e l’andamento dei conti della Russia, qualcosa di insolito c’è.
All’incontro con i membri del governo, fissato per discutere proprio di politica monetaria, è stato Putin in persona a parlare al posto di Nabiullina e dei suoi vice, anticipando ai funzionari che esistono “motivi per aspettarsi” un taglio dei tassi alla prossima riunione della banca centrale perché la situazione economica è “sotto controllo”. Un gesto tecnicamente insolito, visto che orientare le aspettative su un possibile allentamento è di norma prerogativa del suo governatore. Nabiullina, del resto, non è una figura qualsiasi. Nominata nel 2013 prima donna alla guida della Bank of Russia, ha gestito la crisi valutaria del 2014 e tenuto in piedi il rublo dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. La sua forza si è sempre basata sul sostegno di Putin, che le ha permesso di mantenere una reale indipendenza anche quando, nel 2024, ha portato i tassi al 21% per frenare l’inflazione. Una decisione che le è costata critiche feroci, ma che ha funzionato nel contenere l’inflazione. Al costo però di una crescita scivolata dal 4,9% del 2023 all’1% del 2025, prima di contrarsi dello 0,2% nel primo trimestre del 2026.
A far suonare ancora più forte il campanello d’allarme è proprio il fragile quadro economico della Repubblica federale, ben lontano dai numeri rassicuranti su Pil, debito e disoccupazione che Putin ha recitato qualche settimana fa dalla sua Davos. A fotografarlo con precisione in un rapporto pubblicato l’11 giugno è il Kiel Institute for the World Economy. Dopo oltre quattro anni di guerra e di economia piegata alle esigenze belliche, i nodi stanno venendo al pettine. Nell’indagine si legge infatti che le fondamenta dell’economia russa “si sono notevolmente indebolite”. Una diagnosi condivisa anche dalla direttrice del FMI Kristalina Georgieva, che negli stessi giorni ha evidenziato come, dopo due anni di risultati economici relativamente solidi sostenuti dalla riconversione bellica, la Russia stia ora entrando “in una fase di progressivo indebolimento strutturale”. Non si tratta di previsioni, basta guardare i conti pubblici, come fatto dei ricercatori tedeschi. Il deficit federale ha già superato l’obiettivo annuale fissato dal governo nei soli primi tre mesi dell’anno. Il fondo sovrano, che avrebbe dovuto fare da cuscinetto, è sceso dal 6,5% all’1,8% del Pil dall’inizio della guerra ed è praticamente svuotato.
Così, oggi la capacità di Mosca di sostenere la spesa militare è direttamente agganciata alle entrate correnti dall’export di idrocarburi, crollate però anch’esse del 45% su base annua nel primo trimestre. La crisi di Hormuz ha temporaneamente alleggerito la pressione sulle casse dello Stato, con i prezzi del barile in rialzo, ma il sollievo – dicono da Kiel – “sarà temporaneo”, specie se l’accordo annunciato tra Usa e Iran reggerà. Sullo sfondo, la dipendenza dalla Cina si fa sempre più strutturale e sempre meno reversibile. Pechino rappresenta ormai il 35% del commercio estero russo e fornisce il 60% dei componenti critici, compresi quelli militari soggetti a sanzioni. Gli scambi bilaterali sono più che raddoppiati tra il 2020 e il 2024, arrivando a 245 miliardi di dollari, ma i termini sono squilibrati. La Russia vende idrocarburi a sconto, la Cina vende componenti a premio. “Mosca dipende sempre più da Pechino per il commercio, la tecnologia e la finanza”, conclude Alicia García-Herrero di Bruegel, coautrice del rapporto, “mentre la Cina rimane libera di dettare i termini”.
Una fragilità che si ritrova però anche nel settore privato. Le banche hanno dirottato risorse verso i settori legati alla guerra. Il credito alle imprese militari è cresciuto 2,4 volte più veloce degli altri settori, gonfiando il debito complessivo delle imprese di 37 trilioni di rubli dall’inizio della guerra, circa il doppio del deficit accumulato nello stesso periodo. Il risultato è che le imprese russe spendono oggi circa 150 miliardi di dollari più di quanto guadagnano. Molte grandi aziende pagano interessi superiori al loro margine operativo lordo annuale, mentre i crediti in sofferenza nel settore bancario hanno raggiunto l’11% dello stock. “Il principale ostacolo che la Russia affronta oggi non è l’accesso alle risorse finanziarie”, scrive Matthew Klein, uno degli autori del rapporto, “bensì al personale, alla tecnologia e alla capacità produttiva”.
È esattamente in questo contesto di economia al limite che l’assenza di Nabiullina assume un peso diverso. La governatrice si trova da tempo stretta tra due fuochi. Da un lato la pressione per tagliare i tassi e stimolare la crescita, dall’altro il rischio che un allentamento prematuro faccia esplodere i prezzi e non la produzione. Un dilemma tra politica fiscale espansiva e politica monetaria restrittiva che rende “la posizione macroeconomica della Russia”, nelle parole dei ricercatori di Kiel, semplicemente “insostenibile”. La data da cerchiare sul calendario rimane il 19 giugno, quando la Banca Centrale russa si riunirà per decidere il da farsi sui tassi. Per molti, Putin compreso, la decisione per un taglio dall’attuale 14,5% è già scritta, ma la vera notizia di venerdì potrebbe essere un’altra. Via Neglinnaya ha infatti confermato a Reuters che lo stesso giorno Nabiullina terrà la sua consueta conferenza stampa, la prima occasione in cui potrebbe tornare in pubblico. Se non ci sarà, sarà difficile liquidare ancora la sua assenza come un semplice raffreddore.
Stando a quanto ricostruito dal Moscow Times si potrebbe trattare di “malattia diplomatica”, frutto di un dissenso con il Cremlino. Le voci che la governatrice stia valutando la possibilità di lasciare l’incarico alla Banca Centrale sono sempre più insistenti in Russia. Il canale Telegram “Mozhem Obyasnit” sostiene che Nabiullina avrebbe fatto sapere al presidente di non voler continuare alle condizioni attuali prima di mettersi formalmente in malattia. Una scelta che avrebbe già un precedente. Secondo diversi media statunitensi, subito dopo l’invasione del 2022 la governatrice aveva già tentato di dimettersi perché contraria alla guerra in Ucraina, ma Putin avrebbe respinto le dimissioni. Il suo mandato scade nel giugno 2027, ma un’uscita anticipata potrebbe non essere uno scenario da escludere. Secondo The Bell, in corsa per la successione ci sono già Maxim Oreshkin, vice capo dell’amministrazione presidenziale, Pyotr Fradkov, amministratore delegato di Promsvyazbank e Andrei Kostin, numero uno di VTB.
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di Maria Sole Betti
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