Esaltano Mussolini, glorificano il passato, immaginano di ripopolare l’Italia di italiani: sono post che a forza di essere condivisi diventano senso comune che poi la politica rappresenta: «È un meccanismo di cui l’estrema destra necessita perché propone contenuti che ancora faticano a passare sui media. Sui social, invece, la deontologia democratica non esiste».
«Pov: quando sei al primo appuntamento e ti dimentichi di cambiare la playlist». Oppure, «quando fai un incidente con il bro ma la musica in macchina continua ad andare». O ancora: «Cosa sentono i miei amici quando inizio a parlare». E poi una foto e l’audio che inizia con un discorso in cui Benito Mussolini si presenta alla folla (l’incipit della serie tv tratta dal romanzo di Antonio Scurati M. Il figlio del Secolo, in realtà). O con la riproduzione di Faccetta nera, tra i più noti brani della propaganda fascista, ad esempio.
Sotto ai post da migliaia di cuori, centinaia di condivisioni e commenti di utenti uniti dalla nostalgia dell’Italia fascista in cui non hanno mai abitato, visto che l’età media è 20 anni: «W il duce», «che bel sentire, spero che non sia solo per il trend», «Onore a te», «bravissima», «Siamo in due» e avanti così ancora per molto.
Questi sono solo alcuni dei trend che spopolano su TikTok, in realtà ce ne sono molti di più. Tanto che è difficile usare la piattaforma senza imbattercisi, soprattutto per chi ha cercato prima video e foto del corteo di Remigrazione che si è svolto a Roma sabato 13 giugno. Ma non è solo l’algoritmo, potente e poco trasparente, del social cinese a creare il link tra il passato fascista e i movimenti di destra sempre più estrema che prendono spazio on e off line.
A rendere palese il legame ci sono i commenti degli utenti che sotto ai video creati con l’Ia di Mussolini che balla postano le foto del generale Roberto Vannacci, leader del nuovo Futuro Nazionale.
E poi ci sono le piazze fisiche, piene di persone. In migliaia, mentre sventolavano il tricolore il 13 giugno attraversando il quartiere Prati di Roma, hanno intonato il coro «Everybody viva el duche». Hit controversa che da mesi spopola su TikTok, dopo che è stata rilanciata anche dal programma radiofonico La Zanzara, e che ancora oggi, nonostante i tentativi del social di rimuovere il suono, c’è chi ricondivide con accanto scritto «quanto mi manchi», «boia chi molla» etc.
Ma «viva el Duche» non è l’unica hit che riporta in auge il fascismo, ballabile e popolare sui social. Circolano tanti contenuti creati con l’Ia, video di giovani che fanno lip sync o viaggiano in auto mentre ascoltano canzoni che parlano di ritorno delle camicie nere «con spranghe e manganelli», di Mussolini, della «gioventù che si scaglia». I brani non sempre hanno un nome che servirebbe per ritrovarli anche fuori dalle piattaforme, a conoscerne l’origine. Ma si diffondono direttamente via social, di post in post, di cui diventano le colonne sonore.
Tra le più condivise c’è anche quello che molti dicono essere proprio l’inno del Comitato di Remigrazione e Riconquista: “Remigrazione unica soluzione”, il brano creato con l’ai dal referente di Vannacci in Basilicata, Giulio Curatella, pieno di pregiudizi nei confronti degli stranieri e richiami a «patria», «fuoco» e «onore». Una canzone, come spiega il giornalista Leonardo Bianchi in un video su Instagram in cui analizza il testo, che «punta a normalizza il concetto di remigrazione dando l’impressione che si tratti di una proposta di buon senso. “Non è odio né violenza ma è l’unica soluzione” per tutti i problemi dell’Italia, recita la canzone. Anche se in realtà la remigrazione è odio verso i migranti e cittadini non assimilati».
Secondo lo storico Davide Conti, esperto di fascismo, popolarizzare i temi della propaganda dell’estrema destra attraverso forme non solo fruibili ma semplificate è un fenomeno – pericoloso soprattutto per le generazioni più giovani che sono le protagoniste – che va avanti da qualche anno: «Dai post di Facebook in poi, i mezzi di condivisione sono diventati meno impegnativi, diretti nella forma ma sempre più indiretti nella sostanza. Perché oggi non c’è neanche più un richiamo al discorso politico, non c’è più un testo che accompagna i post per produrre dibattito». Ci sono le immagini o i video fatti con l’Ia che tolgono al fruitore anche l’esercizio della critica.
«Non ti metti a criticare Mussolini che balla la techno. Mentre Vannacci che parla di remigrazione sì», puntualizza Conti. Che spiega anche come questo fenomeno sia preoccupante per le conseguenze che determina, ovvero la popolarizzazione dei linguaggi e delle grammatiche neofasciste che da elemento di assonanza nelle discussioni virtuali tornano a essere elemento di rappresentazione nelle piazze: «Come è successo con “Viva el Duche”. Quella che è una rappresentazione apparentemente quasi goliardica online, è stata la colonna sonora di una manifestazione esplicitamente politica come quella di Remigrazione».
Questo, chiarisce lo storico, crea un meccanismo di associazione nell’immaginario collettivo che da un lato non fa apparire del tutto estemporaneo ed estraneo quel tipo di messaggio a chi lo riceve. E dall’altro trova una rispondenza fisica, un terreno fertile sempre più ampio, proprio perché grazie alla diffusione sui social, alla ripetizione, diventa vissuto e quindi senso comune: «Crea terreni nuovi nella politica istituzionale: perché la politica non inventa ma rappresenta. Così se un contenuto diventa virale allora la politica tende a rappresentarlo».
Come dice Conti questo vale per qualunque tipo di messaggio ma succede di più a destra perché «è un meccanismo di cui l’estrema destra necessita visto che i contenuti che propone ancora faticano a passare sui media. Sui social, invece, la mediazione che si regola su una deontologia democratica non esiste». Così i messaggi che auspicano un ritorno del fascismo, semplificati, banalizzati, in alcuni casi anche divertenti, si diffondono tra gli utenti che, senza più neanche la possibilità di metterli in discussione, ci si identificano e li ricondividono, alimentando una catena che post dopo post arriva fino alle istituzioni.
© Riproduzione riservata
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Chiara Sgreccia
Source link



