A San Pietro alla Foce una folla commossa ha accompagnato Edoardo Corrieri, ucciso dopo essere intervenuto per difendere un’amica. Sulla bara la maglia del Genoa, fuori lo striscione “Edo vive”

Non bastava la chiesa di San Pietro, in via Nizza, a contenere tutto l’affetto arrivato per Edoardo Corrieri. Non bastavano le navate, non bastavano i banchi, non bastavano i muri di una chiesa pure grande, perché certe vite, quando finiscono troppo presto, sembrano continuare a chiamare persone da ogni parte. Amici, conoscenti, famiglie, ragazzi con gli occhi rossi, adulti incapaci di trovare parole, persone rimaste fuori perché dentro non c’era più spazio. Tutti lì, stretti attorno a una bara che portava sopra una maglia del Genoa, la squadra del cuore, come se anche quel simbolo dovesse accompagnare Edoardo nell’ultimo tratto di strada. Fuori, appeso alla ringhiera della scalinata, lo striscione diceva quello che molti non riuscivano a dire ad alta voce: “Edo vive”.

Gli applausi hanno accolto il feretro all’ingresso e poi all’uscita, lunghi, dolorosi, quasi ostinati. Non erano applausi di addio, almeno non soltanto. Erano un modo per tenere ancora Edoardo Corrieri in mezzo ai suoi, per dirgli che quella chiesa piena e quella piazza silenziosa non erano lì per una cronaca, ma per una persona. Per un ragazzo che, secondo quanto ricostruito, non si era voltato dall’altra parte quando una ragazza era stata importunata. Per un ragazzo che sarebbe intervenuto, come aveva già fatto altre volte, scegliendo d’istinto la parte di chi aveva bisogno di aiuto.
Il corpo di edoardo in una bara bianca su cui è stato posato un cucino di rose rosse.

Una settimana prima, in corso Italia, quella scelta gli è costata la vita. Edoardo Corrieri, 29 anni, è stato travolto da un’auto guidata da Vincenzo Rametta, suo coetaneo, oggi in carcere e accusato di omicidio doloso. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Edoardo Corrieri era intervenuto per difendere un’amica che sarebbe stata infastidita da Vincenzo Rametta e da un’altra persona. La ragazza avrebbe reagito spruzzando spray al peperoncino. Subito dopo, l’uomo alla guida avrebbe colpito Edoardo Corrieri con l’auto. Davanti agli inquirenti, Rametta avrebbe sostenuto di non averlo visto a causa dell’irritazione agli occhi, ma questa circostanza sarebbe stata esclusa dagli accertamenti medici e dalle riprese delle telecamere stradali. Gli investigatori ritengono volontaria la manovra e tra gli elementi considerati decisivi ci sarebbe anche un video che mostra l’auto sterzare verso destra, nel tratto di corso Italia all’altezza del parcheggio vuoto. La giudice per le indagini preliminari Maria Antonia Di Lazzaro ha disposto per Vincenzo Rametta gli arresti domiciliari, ma resta in carcere in attesa del braccialetto elettronico.
Ma nel giorno del funerale, dentro San Pietro, la cronaca giudiziaria è rimasta sullo sfondo. Al centro c’era Edoardo Corrieri, chiamato da tutti Edo, e c’era il dolore composto di chi lo ha amato. Dopo l’omelia, dal pulpito è salito il padre, Alessandro Corrieri. Ha guardato quella folla di giovani arrivati per salutare suo figlio e ha trovato parole che pesavano come pietre e insieme come una consegna. «Oggi ho scoperto di essere il papà di un eroe», ha detto. Poi ha ringraziato, più volte, quasi come se quel grazie fosse l’unico modo per reggere l’urto di una giornata impossibile. E ai ragazzi ha chiesto una cosa semplice e enorme: «Non dimenticatelo e comportatevi tutti come lui».
Quel “come lui” ha attraversato la chiesa più di qualunque discorso. Perché non parlava di un’immagine ideale costruita dopo la morte, ma di un carattere che altri hanno riconosciuto anche quando Edoardo Corrieri era vivo. A raccontarlo è stata anche una testimonianza letta da Patrizia Merlo. Era il messaggio di un ragazzo che la famiglia non conosceva, o conosceva appena, e che non si presentava come un grande amico. Anzi, spiegava che con Edoardo non c’era neppure una particolare simpatia, pur frequentando la stessa compagnia. Eppure, anni prima, quando all’uscita di una discoteca era stato accerchiato e picchiato da un gruppo di giovani per uno scambio di persona, Edoardo Corrieri era intervenuto senza esitare. Non perché fossero amici stretti, non perché gli convenisse, non perché dovesse dimostrare qualcosa. Era arrivato, aveva capito che qualcuno era in difficoltà e lo aveva aiutato.
In quella lettera c’era forse il ritratto più preciso di Edoardo. Non l’eroe distante, non una figura irraggiungibile, ma un ragazzo capace di fare la cosa giusta nel momento in cui molti si girano dall’altra parte. Uno che vedeva la fragilità degli altri e non la lasciava sola. Uno che poteva non essere simpatico a tutti e non avere tutti simpatici, ma che davanti a una persona in pericolo non si fermava a queste misure piccole.
Per questo il dolore di San Pietro aveva qualcosa di più del lutto. Era rabbia trattenuta, incredulità, vuoto, ma anche riconoscenza. La riconoscenza per una vita breve che ha lasciato un segno più grande del tempo che le è stato concesso. Fuori, “Edo vive” non era soltanto uno striscione. Era una promessa collettiva, affidata soprattutto ai ragazzi a cui il padre ha parlato. Ricordarlo, certo. Ma soprattutto provare a somigliargli almeno un poco, nelle scelte quotidiane, nei gesti che sembrano piccoli, nel coraggio di difendere chi è più esposto.
La chiesa si è svuotata lentamente, come accade quando nessuno vuole davvero andare via. La maglia del Genoa è rimasta sull’immagine di quell’ultimo viaggio, gli applausi sono rimasti addosso a chi c’era, le parole di Alessandro Corrieri hanno continuato a girare tra i presenti. Edoardo non tornerà a casa, e questa è la verità più crudele. Ma il modo in cui Genova lo ha salutato racconta che una parte di lui resterà in chi, da oggi, davanti a un’ingiustizia, potrebbe ricordarsi di quel ragazzo e scegliere di non voltarsi.
Il ricordo di Edoardo Corrieri era già diventato, nelle ore precedenti al funerale, anche un gesto concreto di solidarietà. La famiglia, rispondendo alle tante richieste arrivate da parenti, amici e persone colpite dalla sua storia, aveva chiesto di non inviare fiori per l’ultimo saluto, ma di destinare eventuali donazioni a un’associazione benefica. La scelta è caduta su “Più Cuore”, realtà no profit impegnata ad aiutare bambini malati e in difficoltà. «Abbiamo scelto l’associazione no profit “Più Cuore” che si adopera attivamente a salvare bambini malati e sfortunati. Vi lascio gli estremi e nella causale del bonifico che farete potete mettere “in memoria di Edoardo Corrieri“», ha scritto la famiglia. Anche così, nel giorno del dolore, il nome di Edo è stato affidato a qualcosa che continua: non solo lacrime e fiori, ma aiuto, cura, vicinanza a chi è più fragile.

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