di Vincenzo Olita*
Non a caso abbiamo voluto utilizzare il termine misera a supporto di decadenza, il binomio ricorda la fine degli anni 80 quando, con sostanziale anticipo, scrivevamo dell’imminente tramonto del sistema dei partiti e delle conseguenti crisi politiche. Naturalmente, il tutto avveniva tra l’indifferenza degli interessati, lo scherno dei cortigiani, l’ironia dei guru.
Probabilmente queste considerazioni avranno simile sorte.
Parliamone: il Papa quotidianamente si appella alla Pace, l’informazione,
in particolare i notiziari televisivi, non tralasciano la comunicazione, che l’opinione pubblica immagazzina in gran silenzio.
Siamo proprio nel Bel Paese, tutti per la pace e tutto è in pace.
Ma, nel mondo, così non è e non lo è mai stato.
Non ci occuperemo di Caino e Abele; muovendo a noi vicino, ricordiamo che nel 3000 a.C. nel nord della Spagna si ebbe un primo, rinvenuto archeologicamente, grande scontro tra popolazioni di prossimità e a seguire il pianeta non ha più conosciuto una pacifica esistenza.
I successori di Pietro, negli appelli per la pace,potrebberoinsistere sulle cause preponderanti che conducono alla non pace, l’informazione potrebbe superare lo sterile scimmiottare il Vaticano e, forse, la pubblica opinione potrebbe soffermarsi con maggiore interesse sull’origine e le ragioni dei conflitti.
Considerando che uno stato di belligeranza coinvolge una sessantina di Paesi, tra guerre e situazioni di estrema conflittualità interne a singoli Stati, sarebbe opportuno chiederci a quale esigenza corrisponde la necessità di un riarmo oltremodo generalizzato.
“Si vis pacem, para bellum” la locuzione latina di origine romana oggi non esprime più appieno carattere e forza di un significativo e intelligente imperativo. All’epoca dell’impero una guerra non metteva in discussione l’equilibrio dell’intero pianeta, non metteva in discussione l’esistenza di interi popoli, né il futuro dell’Umanità.
Dopo le atomiche su Hiroshima e Nagadaki l’Umanità, fondamentalmente, ha compreso che “Sanguis sanguinem vocat”e per alcuni decenni, nella sua globalità, si è astenuta dal promuovere guerre sullo scenario mondiale.
La rinuncia non è durata molto, per l’Europa poi con il nuovo secolo e il ricambio della dirigenza politica rimaniamo istupiditi per l’infantilismo di un europeismo che naviga al di là, certamente del bene ma non al di là del male apportato, purtroppo massicciamente, alla storia, alla tradizione, alla cultura, alla spiritualità del vecchio mondo.
Non dovremmo meravigliarci– e lo chiariamo con il non liberale Nietzsche, ma gran conoscitore di umani – se qualcuno si mettesse a insegnare che fino ad oggi nessun uomo ha conosciuto il motivo del suo agire, giacché tra il motivo reale si è insinuato il motivo apparente appreso, da quando esiste l’umanità. Noi vediamo e udiamo così male e siamo oltre tutto così presuntuosi! – Frammenti Postumi –
Appunto, una dirigenza europeista apparente, in molti casi difficilmente riconoscibile anche dalla propria ombra, e se in aggiunta consideriamo la moltitudine di eurocrati circa 45.000, non calcolando le varie agenzie ed enti collegati, comprendiamo la ridondanza di un moloch quanto mai distante dalla complessa essenza dell’Europa e dalle vere esigenze delle sue genti.
La crisi del ruolo e della funzione europeista negli ultimi decenni, il conflitto in Ucraina, la scarsa considerazione sino-statunitense hanno indotto l’intellighenzia europea a riscoprirlo un ruolo, a persuaderci dell’esistenza di una funzione, a convincerci di un necessario riarmo,
a rappresentare l’Europa come baluardo difensivo, nei confronti di chi? Questo non è dato saperlo. Basterà armarsi e l’Ue, con una logica non logica, ritornerà alla superba intuizione dei Trattati di Roma del 1957. Siamo ad un’infantile strategia per la rinascita di una decadenza ormai decaduta.
La Storia insegna che, in genere, non sono i diretti interessati ad essere sensibili e attenti ad accertare l’eclissi dei poteri temporali. I tramonti, anche quelli politici, si susseguono perché è nella logica delle cose che avvengano, se così non fosse strutture politiche rischierebbero l’eternità, ma questa è la dicotomia tra la città di Dio e la città dell’Uomo.
Altro che decadenza, per gli europeisti e il loro ReArm Europe siamo alla Renovatio Imperii del pensiero carolingio, senza rendersi conto
del progetto europeo del precursore e per l’oggi dell’effettiva condizione di questo pianeta. Osservandolo a volo d’uccello, concludiamo che viviamo in un quadrante di tensioni che dall’Artico all’Antartide, a lungo andare, non contemplano tranquillità ma contrasti, divergenze, odio e tanto ancora.
Altro che riarmo, l’umanità avrebbe necessità di liberarsi, almeno, dell’armamento atomico. Purtroppo il fallimento del Trattato di non proliferazione nucleare (1970), inizio di una condizione di criticità irreversibile dell’ONU, oltre ai cinque paesi del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha favorito India, Pakistan, Israele e Corea del Nord nella dotazione nucleare. Ed ancora, Turchia, Bielorussia, Germania, Olanda, Italia, Belgio ospitano testate NATO o russe.
In assenza di dati, si parla di una decina di Paesi interessati nel prossimo futuro a programmi nucleari militari. Se così sarà, saremo al 12% delle nazioni in possesso di mezzi nucleari, altro dalla non proliferazione vagheggiata dall’ONU.
Al di là degli armamenti, occorre soffermarsi sugli snodi critici sul versante di storiche e moderne traballanti coesistenze, se si vuole comprendere l’affannosa situazione del pianeta al di fuori di retoriche opinioni su riarmo, pace e nobili sentimenti.
Intanto, onestamente, diciamolo: un connotato dell’odierna Europa è il contrasto, per dirla con Eraclito, tra l’essere e il non essere, tipica condizione di qualsiasi decadenza in cui si presume di vincere senza combattere, come quando, iconicamente, si sostiene che il futuro europeo si deciderà sui campi di battaglia ucraini.
In linea con una rilevazione dell’Istituto Gallup che ha chiesto: In caso di guerra saresti disposto a combattere per il tuo Paese? Gli europei hanno risposto sì per il 32%, no 47%, non sa 21%; gli italiani sì 14%, no 78%, non sa 8%.
Forse, il filosofo e generale cinese Sun Zu (544 a.C.–596 a.C.) l’avrebbe sconsigliato, data la carenza d’influenza morale, che riteneva “essenziale per indurre il popolo ad essere in armonia con i suoi capi, per la vita e per la morte, sfidando anche i pericoli mortali”.
Purtroppo qualsiasi quadrante, non solo terrestre, contempla dissidi, contrasti, dicotomie polarizzate per diritti veri o presunti.
Inimmaginabile, nel secolo precedente, che il Polo Nord, terra inospitale e periferica, sarebbe divenuta così attrattiva da considerare l’Artico un’area militarizzatae una rotta commerciale privilegiata anche grazie alla percorribilità del mitico passaggio a Nord-ovest.
Gli Stati che si porgono verso il Mar Glaciale Artico sono: Canada, Russia, Danimarca con la Groenlandia, USA, Norvegia, Islanda, Finlandia e Svezia, altri sono considerati osservatori permanenti, tra cui India e Giappone.
Grandi gruppi energetici sono impegnati in trivellazioni petrolifere, miniere di carbone, terre rare ed altro innescando contenziosi e contrapposizioni che con il tempo si appesantiranno. Oggi Norvegia e Russia hanno una disputa per il mare di Barents, Danimarca e Canada per un’isola, Usa e Russia per lo stretto di Bering.
Tra Canada, Finlandia, Svezia, Danimarca, Russia, Norvegia, Cina, Germania circolano decine di rompighiaccio. Norvegia, Danimarca, Canada ed altri dispongono di battaglioni artici, la Russia conta su una forza di 6000 uomini, gli USA di basi in Groenlandia e di un’attenta presenza navale.
Se questa è la situazione di una periferia, ricca di risorse e strategica posizione ma pur sempre periferia, il mondo ha cognizione dell’instabilità degli equilibri? Crediamo di no, se tanto si affanna per il riarmo.
Non siamo pacifisti e non siamo attratti dal mito della pace, ma siamo
coscienti che non è più il tempo di riarmi, per i conflitti non è più l’eterno ritorno di ciò che è sempre stato. Affidarsi all’inesistente retorico pacifismo significa dare spazio a ciò che non desideriamo.
Occorre adoperarsi per un sincretismo in grado di dar vita ad una diversa visione della coesistenza planetaria e quindi ad un sistema capace, pur nella competizione, di assicurare convivenza e multipolarismo al di là di qualsiasi decostruzione.
Nel 1947 il Pakistan si divise dall’India e dal 1971, con la nascita del Bangladesh, unito dal legame islamico con il primo, ma non da connotazioni nazionalistiche i Paesi diventarono tre. Indù, musulmani, sikh ed altri hanno dato corso a innumerevoli massacri. Lo stesso Pakistan al suo interno trova la divisione con diverse entità etniche.
Al di là, il vero vulnus è che India e Pakistan sono dotate di atomiche, avendo alleati funzionali alle rispettive strategie. L’India pur avendo rapporti storici con la Russia, fa parte del Dialogo quadrilaterale di sicurezza (Quad) con Giappone, Australia e USA, il Pakistan ha rapporti preferenziali con la Cina che, tra l’altro, le consentirà attraverso un corridoio di accedere all’Oceano Indiano.
È arcinoto che i rapporti tra i due Paesi-Continenti, pur tra i fondatori dei BRICS, non sono amichevoli, non andando oltre, ricordiamo solo che uno snodo critico tra i tanti è l’agibilità dello stretto di Malacca.
Il contenzioso sempre aperto tra le due Coree – e Pyongyang ha un arsenale atomico – auspica nel superamento del 38° parallelo la rispettiva vincente conclusione del conflitto 1950-53.
Oggi circa 35.000 militari americani sono in Giappone, che ha contenziosi con la Cina che rivendica le isole Senkaku, mentre le isoleCurili sono rivendicate dalla Russia contro lo stesso Giappone.
La Cina, ormai presente sulle rotte marittime, si avvia ad essere matura per il confronto con gli USA, certificato anche dalla premurosastrategia di Trump rivolta al presidio e alla supremazia delle vie di navigazione, canali, stretti, passaggi d’interesse militare e commerciali. Primi fra tutti il canale di Panama, lo stretto di Bering e la vitale, per la Cina, linea dei dieci punti,che delimitano, racchiudendolo, il Mar Cinese meridionale, al cui interno troviamo Taiwan, il problema dei problemi del prossimo futuro.
E ancora, il già ricordato stretto di Malacca, lungo circa 900 Km, di cui la Cina ha gran preoccupazione, che separa l’isola indonesiana di Sumatra dalla Malesia e consente l’ingresso dall’oceano indiano al pacifico.
Va da sé l’evidente interesse cinese per il controllo, non solo per i mari interni del Pacifico, ma anche per i Paesi insulari dell’oceanico terzo cerchio, con i quali ha stabilito rapporti di cooperazione in vari ambiti. L’area dell’IndoPacifico si caratterizza sempre più come centralità del pianeta, i trattati per la sicurezza sottoscritti dalla Cina con le isole Salomone, le Fiji ed altre, il riarmo del Giappone e ulteriori segnali inducono l’Australia e la Nuova Zelanda all’allerta in un’area indietro considerata di tranquilla neutralità.
È indubbio: la Cina, anno dopo anno, espande la propria influenza con un’accorta visione diplomatica, economica-commerciale e constrategie di avvicinamento, il tutto senza sparare un colpo. Non è così per i problemi interni. Sono trascorsi 67 anni dall’occupazione del Tibet:certo, la situazione oggi è diversa, sempre con molte restrizioni, ma lontana dai massacri per la rivolta di Lhasa. Ma l’apparente docilità di Pechino non la si riscontra nella politica interna.
È il caso della regione dello Xinjiang, terra del popolo Uiguro, di etnia turcofona e religione musulmana, minoranza di una decina di milioni, dove non sono mancati omicidi e suicidi, oggi sottoposto ad una repressione tra il gentile e il duro. Il gentile lo si ritrova in Africa, dove su 55 nazioni quasi l’80% vede la presenza della politica cinese. Dalla ricerca di terre rare e di elementi utili per le moderne tecnologie, alla costruzione di ferrovie, dighe, manufatti vari, porti, basi militare come quella di Gibuti e, non ultimi, gli istituti Confucio. La Cina è l’esempio di una neo-colonizzazione senza sangue che, osservata attentamente, mostra la pochezza di chi in quel continente si aggira per propagandare un incomprensibile Piano Mattei prospettando anche armonia e felicità, che Platone contemplava come una scelta difficile e complessa per chi vuole coinvolgersi nella cosa pubblica.
Intenda chi ha orecchie per intendere (Matteo,13.9).
Potremmo continuare esplorando le difficoltà dell’Africa, del Medio Oriente e dell’America Latina, potremmo continuare occupandoci degli imperi americano e russo, ma il canovaccio non cambierebbe.
Gli Stati, i loro popoli e, di conseguenza, il pianeta nella sua complessità, accusano un travaglio esistenziale e, quindi, una sostanziale incertezza sul futuro.
A chi rivolgersi per riportare il tutto ad uno stato meno complesso, in cui il domani possa essere contemplato con ridotte preoccupazioni?
Ai propugnatori dei riarmi? A chi non ha ricordo dell’ultimo conflitto mondiale? A chi pensa di essere parte attiva nell’incrementare livelli d’attenzione per la criticità al fine di essere vissuto come riconosciuto statista?
No, certamente no, una riflessione è certa e chiara: più i soggetti di potere avvertono la propria decadenza, più s’implementa il loro tasso d’infantilismo.
Allora adoperiamoci per incrementare un multilateralismo, adoperiamoci per profondamente comprendere che la via del ritorno deve essere il frutto delle nostre certezze, per le buone convenzioni, in sintonia con le leggi della natura e gli insegnamenti della storia degli umani.
* direttore Società Libera
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