Il mare dei droni – IARI


Quattro teatri marittimi, quattro modelli di minaccia e una nuova politica del rischio remoto

Abstract

Un cambiamento di scala: dal drone come piattaforma al drone come strumento di pressione strategica

Questa analisi ricostruisce come la proliferazione di sistemi unmanned stia modificando il rischio marittimo in quattro teatri: Mar Rosso e Golfo di Aden, Mar Nero, Oceano Indiano Occidentale e Stretto di Hormuz. Il punto centrale non è soltanto la disponibilità di UAV o droni navali, ma la loro capacità di trasformare informazione, distanza e ambiguità in pressione strategica su navi, porti, rotte e infrastrutture. Il dossier distingue tra fatti verificati, dati fortemente supportati, segnali OSINT e inferenze analitiche, concentrandosi sul divario sempre più visibile tra capacità di rilevamento e capacità di risposta fisica.

Categoria Valutazione Che cosa significa
Fatto verificato Alta Evento o dato riportato da fonti identificabili e confrontabili.
Dato fortemente supportato Medio-alta Indicazione ripresa da una fonte autorevole, ma non necessariamente verificabile in modo indipendente in ogni dettaglio.
Segnale OSINT Variabile Traccia utile per il monitoraggio; non sufficiente da sola per una conclusione causale.
Inferenza analitica Esplicita Interpretazione ragionata sui possibili effetti, non un fatto accertato.

Introduzione

Dalla presenza navale alla credibilità del rischio

Il mare è tradizionalmente associato al controllo esercitato da flotte, basi, capacità di pattugliamento, superiorità aerea e presenza fisica. Questo schema resta essenziale, ma non è più sufficiente per descrivere la sicurezza delle principali linee di comunicazione marittima. La diffusione di sistemi a pilotaggio remoto e di piattaforme navali senza equipaggio ha ridotto la soglia di accesso a funzioni che fino a pochi anni fa richiedevano apparati militari complessi: osservare una rotta, seguire una nave, raccogliere immagini, verificare una posizione, simulare una minaccia, saturare una difesa o produrre un rischio abbastanza credibile da spingere un armatore a cambiare itinerario.

Il dato strategico non è che un drone sostituisca una marina militare. In molti casi non lo fa e non può farlo. Il cambiamento consiste nell’ottenere effetti di controllo, o almeno di interdizione, senza controllare stabilmente il mare. In uno stretto, in un bacino relativamente chiuso o lungo una costa che affaccia su una rotta commerciale, il costo per imporre incertezza può essere molto inferiore al costo necessario per garantire la continuità del traffico. L’asimmetria non riguarda solo il prezzo del vettore: riguarda la distribuzione del rischio tra chi lancia una minaccia e chi deve assicurare, scortare, intercettare, indagare e mantenere aperta una SLOC.

La comparazione proposta dall’Africa Center for Strategic Studies nel maggio 2026 è utile proprio perché evita di trattare i droni come un fenomeno uniforme. Nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden essi sono inseriti in una pressione diretta sul naviglio commerciale; nel Mar Nero diventano parte della competizione tra due Stati e dell’erosione della superiorità navale convenzionale; nell’Oceano Indiano Occidentale ampliano il perimetro della sorveglianza in un’area dove pirateria, traffici illeciti e pesca illegale convivono con capacità di enforcement disomogenee; nello Stretto di Hormuz rafforzano la leva coercitiva sul passaggio energetico anche senza una chiusura formale della via d’acqua.

Il filo comune è la separazione strutturale tra detection ed enforcement. Un sensore remoto può produrre un flusso informativo continuo; fermare, identificare, scortare, abbordare o dissuadere un attore richiede invece autorità legale, catena di comando, mezzi navali, copertura aerea, regole di ingaggio e tempo. Quando la prima capacità cresce più rapidamente della seconda, l’oceano diventa più visibile ma non necessariamente più governabile.

Mappa 01 – Costa somala settentrionale nel teatro Mar Rosso–Golfo di Aden–Bab el-Mandeb, con corridoio costiero Berbera–Las Qoray, nodi portuali e rotte principali. Fonte: grafica definitiva fornita dall’utente.

Corpus

Quattro spazi, quattro modi di trasformare il dato in pressione

Nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, la combinazione tra geografia compressa e densità commerciale rende il rischio UAV-enabled immediatamente traducibile in costi globali. L’area non è significativa soltanto per il passaggio fisico delle navi, ma per la funzione di collegamento tra Mediterraneo, Canale di Suez, Oceano Indiano e mercati asiatici. Gli attacchi Houthi contro il naviglio commerciale, avviati nel novembre 2023 secondo le ricostruzioni disponibili, hanno mostrato che una minaccia sostenuta non deve necessariamente bloccare ogni transito per alterare il comportamento degli operatori. È sufficiente rendere il transito selettivamente rischioso, imprevedibile o troppo oneroso sul piano assicurativo per incentivare il re-routing attorno al Capo di Buona Speranza.

Reuters ha documentato nel luglio 2024 l’impiego Houthi di USV esplosivi, oltre a UAV e missili, evidenziando una transizione da una minaccia aerea e missilistica a un modello multi-vettore. L’elemento rilevante non è la novità tecnica isolata, ma l’effetto combinato: un vettore di superficie può avvicinarsi alla linea di galleggiamento, un UAV può contribuire a ricognizione o diversione, un missile può forzare la nave o la scorta a mantenere un assetto difensivo costante. In questo teatro, la funzione strategica è una forma di sea denial commerciale: non la conquista del mare, ma la capacità di renderne più costoso e meno prevedibile l’uso per soggetti terzi.

Il Mar Nero presenta una logica diversa. Qui l’uso di USV, UAV e sistemi ISR è incorporato in una guerra tra Stati, con una forte componente costiera e con distanze relativamente contenute. La lezione strategica consiste nel fatto che una marina dotata di piattaforme convenzionali superiori può subire restrizioni operative da sistemi meno costosi, adattabili e difficili da trattare come bersagli tradizionali. La comparazione dell’Africa Center parla di almeno sessanta unità o bersagli coinvolti dal 2022 e mette in evidenza l’erosione della tradizionale dominanza navale. Ciò non significa che la superficie navale sia diventata irrilevante; significa che la sua libertà di manovra dipende sempre più da difese a strati, guerra elettronica, intelligence persistente e dispersione degli asset.

Nell’Oceano Indiano Occidentale il problema è meno spettacolare ma non meno importante. L’area comprende corridoi che collegano Bab el-Mandeb, Canale del Mozambico e rotte attorno al Capo di Buona Speranza. È una regione in cui i droni possono estendere la consapevolezza marittima di Stati con ZEE molto ampie e risorse di pattugliamento limitate, ma in cui la stessa accessibilità tecnologica può essere sfruttata da pirati, trafficanti e reti legate alla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata. In questo caso il drone tende a essere prima di tutto un moltiplicatore informativo: può osservare, seguire, classificare, indicare una finestra operativa o rendere più efficiente un’attività già esistente. Il limite non è la produzione del dato, ma la traduzione del dato in interdizione, prova, sequestro o deterrenza.

Lo Stretto di Hormuz, infine, unisce valore economico e vulnerabilità geografica. Il Policy Brief di CIP Research del gennaio 2026 richiama la densità di terminali energetici, impianti di desalinizzazione, porti, cavi sottomarini e infrastrutture offshore esposte all’interno del Golfo. In questo spazio, UAV, USV e altre piattaforme unmanned possono servire a ricognizione, shadowing, harassment, attacchi di precisione, diversione o semplice segnalazione coercitiva. Il bersaglio non deve essere per forza una petroliera in transito: l’effetto strategico può derivare dall’incertezza intorno a una piattaforma, a un terminale, a un porto o a un nodo digitale. La leva del chokepoint può dunque essere esercitata anche senza proclamare una chiusura formale dello stretto.

Mappa 02 – Somaliland e aree adiacenti: linee di accesso marittimo, attori, nodi costieri e zone di pressione. Fonte: grafica definitiva fornita dall’utente.

La mappa aiuta a visualizzare perché la geografia moltiplica l’effetto del vettore unmanned. Una minaccia vicino al Bab el-Mandeb non rimane locale quando costringe le navi a scegliere tra la rotta Suez–Mar Rosso e un allungamento attorno al Capo di Buona Speranza. Analogamente, un’attività persistente nello Stretto di Hormuz non incide soltanto sul transito, ma sulla percezione di rischio per terminali, piattaforme offshore e catene assicurative che attribuiscono valore alla prevedibilità dei flussi energetici.

La differenza fra i quattro teatri risiede nella funzione assegnata ai sistemi unmanned. Nel Mar Rosso, la tecnologia è orientata alla coercizione sul traffico commerciale e al trasferimento dei costi verso armatori, assicuratori e marine di scorta. Nel Mar Nero è inserita in una competizione per negare o limitare l’uso del bacino a un avversario statale. Nell’Oceano Indiano Occidentale serve a estendere la vista oltre l’orizzonte in un contesto di sovranità marittima incompleta. A Hormuz opera come strumento di pressione su una rete di flussi energetici e infrastrutture civili ad alta concentrazione. Trattare queste situazioni come un’unica ‘minaccia droni’ produrrebbe quindi una risposta sbagliata: lo stesso sensore o lo stesso vettore può servire a raccogliere informazione, individuare una nave, esercitare harassment o preparare un attacco, ma la logica strategica nasce dall’ambiente che lo rende utile.

La catena operativa resta però riconoscibile. La prima fase è il sensing: UAV, osservatori costieri, AIS, immagini commerciali o reti locali producono una traccia della situazione marittima. La seconda è la fusione: i dati vengono ricomposti per distinguere una nave, una rotta, un punto vulnerabile o una finestra di opportunità. La terza è l’effetto: non sempre cinetico, talvolta limitato a un avvicinamento, a un segnale, a una minaccia credibile o a un’azione multi-vettore. La quarta è l’impatto: rallentamento, scorta, deviazione, chiusura prudenziale, premio assicurativo, consumo di munizionamento difensivo, riposizionamento di unità navali. Il rapporto tra la semplicità del primo tratto della catena e la complessità dell’ultimo spiega perché un sistema apparentemente modesto possa avere conseguenze strategiche.

A questo si aggiunge una questione di attribuzione e diritto. In mare, l’identificazione dell’operatore e la determinazione dell’intento sono spesso più lente della fase di avvicinamento. I sistemi unmanned aumentano la distanza tra chi osserva, chi decide e chi produce l’effetto. Questa distanza può essere usata per ridurre il rischio per l’operatore, ma anche per alimentare ambiguità. Per gli Stati e gli operatori commerciali, la risposta non dipende solo dall’intercetto tecnico: dipende da chi ha titolo a intervenire, da quali regole di ingaggio sono applicabili, dalla protezione del traffico civile e dalla gestione delle prove necessarie per attribuire un atto a un soggetto specifico.

Il rischio più importante, quindi, è quello della normalizzazione. Se l’uso di UAV e USV diventa una componente ordinaria del calcolo di rotta, il mare non viene chiuso; viene frammentato in corridoi a diversa affidabilità. Alcuni diventano accessibili solo con scorta o premio assicurativo maggiore, altri richiedono un calendario differente, altri spingono verso deviazioni più lunghe. La conseguenza non è soltanto il costo del trasporto: è la redistribuzione del valore logistico fra porti, compagnie, rotte e basi navali. Una minaccia remota, se persistente, può quindi influire sulle gerarchie economiche senza ottenere risultati militari decisivi sul campo.

Timeline 01 – Sequenza strategica 2017–2026: Turchia, Somalia, Somaliland e corridoio del Mar Rosso. Fonte: grafica definitiva fornita dall’utente.

Visual 01 – Berbera e Las Qoray: lettura infrastrutturale e contesto costiero. Fonte: grafica definitiva fornita dall’utente.

Ipotesi speculativa

La minaccia remota come leva di potere sotto soglia

QUALIFICAZIONELe ipotesi seguenti sono inferenze strategiche esplicite. Non attribuiscono intenzioni segrete a singoli attori: descrivono incentivi e logiche plausibili osservabili nella relazione tra geografia, tecnologia e comportamento commerciale.

L’ipotesi più plausibile è che la proliferazione dei sistemi unmanned non sia soltanto una conseguenza della loro disponibilità commerciale o militare, ma un modo per abbassare il costo politico dell’azione marittima sotto la soglia della guerra aperta. Un attore che non può, o non vuole, sostenere una presenza navale comparabile a quella di una potenza marittima può tentare di generare un effetto equivalente in termini di rischio percepito. Non deve dominare il bacino: deve mostrare di poter colpire, osservare o interrompere il traffico in un momento inatteso.

In questa prospettiva, le piattaforme unmanned diventano strumenti di diplomazia coercitiva informale. Possono essere utilizzate per testare la reazione dell’avversario, misurare tempi e procedure, imporre costi di allerta, inviare segnali a partner e sponsor o dimostrare che un’infrastruttura non è completamente protetta. Il loro valore è massimo negli spazi dove il valore economico è concentrato e i tempi di reazione sono compressi: stretti, canali, approcci portuali, zone offshore e mari semi-chiusi.

Una seconda inferenza riguarda la diffusione della lezione operativa. Il Mar Nero ha mostrato come sistemi a bassa impronta possano limitare la libertà di manovra di una forza navale tradizionale; il Mar Rosso ha mostrato come questa logica possa essere trasferita al traffico commerciale. Non è necessario ipotizzare un coordinamento diretto fra tutti gli attori per riconoscere un processo di apprendimento osservabile: tattiche, forme di saturazione, uso di piattaforme di superficie e combinazione con ricognizione sono sempre più parte di un repertorio accessibile. La circolazione della lezione, più che di una tecnologia specifica, costituisce un fattore di rischio sistemico.

La terza inferenza è che la risposta efficace non potrà essere soltanto militare o soltanto tecnologica. Il problema nasce all’intersezione tra intelligence, autorità marittima, controllo portuale, assicurazioni, telecomunicazioni, dati commerciali e capacità navale. Un sistema che aumenta il rilevamento ma non dispone di una procedura condivisa per attribuire e rispondere può generare una forma di trasparenza impotente: più allarmi, più immagini, più tracce, ma nessuna riduzione reale della vulnerabilità.

So What

Scenari: quando l’asimmetria tecnologica diventa rischio sistemico

Scenario 01 – Traiettorie qualitative di competizione Berbera–Las Qoray nel corridoio Bab el-Mandeb–Oceano Indiano. Fonte: grafica definitiva fornita dall’utente.

Best Case Scenario

Ipotesi chiave. Le potenze regionali, gli Stati costieri e gli operatori commerciali convergono verso architetture di sorveglianza condivisa, protocolli di allerta e difese a strati capaci di correlare UAV, AIS, radar, immagini satellitari e asset di pattugliamento. La minaccia rimane presente, ma il suo vantaggio temporale diminuisce.

Impatti. Le rotte più esposte mantengono una maggiore prevedibilità commerciale; le compagnie assicurative dispongono di un quadro di rischio meno volatile; le marine non devono impiegare continuamente asset ad alto valore per attività di identificazione di basso livello. La deterrenza diventa credibile perché un’attività di ricognizione o harassment produce una risposta osservabile e ripetibile.

Strategia. Per gli Stati: unire C2, scambio dati e presenza di enforcement, senza delegare il problema a una sola marina. Per gli operatori: integrare reporting di bordo, procedure di evasione, condivisione rapida delle tracce e preparazione del personale. Per le organizzazioni regionali: standardizzare l’evidenza e le procedure di comunicazione tra autorità civili e militari.

Tappe da seguire e consigli operativi. Sarebbero segnali favorevoli l’istituzione di cellula di fusion dati multinazionale, esercitazioni congiunte su UAV/USV, regole di ingaggio e canali di allerta pubblicamente chiariti, nonché una riduzione delle deviazioni legate a singoli incidenti. L’azione prioritaria è misurare la velocità di passaggio dal contatto rilevato alla risposta fisica autorizzata.

Worst Case Scenario

Ipotesi chiave. Attori statali, proxy e reti criminali imparano a combinare UAV, USV, dati commerciali e disturbo elettronico in modo più rapido della capacità regionale di coordinarsi. Le azioni restano spesso sotto la soglia della guerra dichiarata, ma diventano abbastanza frequenti da cambiare i comportamenti logistici.

Impatti. Il costo della sicurezza marittima si sposta verso navi, assicuratori, porti e marine di scorta. Aumenta il re-routing preventivo; i choke point diventano aree con livelli differenziati di accessibilità; infrastrutture offshore, cavi, terminali e impianti civili emergono come soft target. Un incidente con danni rilevanti può generare una risposta militare più ampia, senza che l’attribuzione sia immediatamente conclusiva.

Strategia. Per gli Stati: protezione a livelli delle infrastrutture critiche, ridondanza per terminali e dati, dispositivi anti-drone a corto raggio e pianificazione civile-militare integrata. Per gli operatori: piani di rotta multipli, aggiornamenti dinamici delle valutazioni di rischio, esercitazioni di damage control e un canale diretto con i centri di sicurezza marittima. Per le alleanze: abbandonare l’idea che la scorta navale da sola elimini il rischio.

Tappe da seguire e consigli operativi. Sarebbero indicatori negativi la comparsa di sciami coordinati, attacchi o intrusioni contro terminali e cavi, un uso più sistematico di spoofing/jamming, l’adozione di piattaforme a maggiore autonomia o l’impiego ripetuto di spotter civili. La preparazione deve concentrarsi sui primi minuti di un contatto ambiguo, perché è in quella finestra che l’effetto remoto può trasformarsi in costo sistemico.

Stability Case Scenario

Ipotesi chiave. La minaccia rimane episodica e geograficamente circoscritta, mentre gli attori più esposti evitano un’escalation diretta. Gli UAV continuano a essere usati per sorveglianza, segnalazione e pressione, ma senza una crescita sostenuta degli attacchi multi-vettore.

Impatti. Il mercato incorpora il rischio senza una trasformazione profonda delle rotte; restano premi e precauzioni aggiuntive nelle aree esposte, ma non emerge un nuovo regime stabile di interdizione. Gli Stati privilegiano deterrenza limitata e presenza visibile rispetto a operazioni offensive estese.

Strategia. Conservare asset di risposta pronti, investire in interoperabilità e non confondere una fase di quiete con soluzione strutturale. La sorveglianza deve servire a preparare l’enforcement, non a produrre reportistica priva di seguito operativo.

Tappe da seguire e consigli operativi. Il quadro resterebbe stabile se le attività di ricognizione non evolvessero in targeting, se i transiti commerciali non mostrassero deviazioni persistenti e se le infrastrutture critiche ricevessero difese minime credibili. Il rischio da evitare è la riduzione prematura della prontezza.

Conclusioni

La sicurezza marittima dipende dalla chiusura del ciclo, non dalla quantità di sensori

La trasformazione in corso non riguarda soltanto il numero dei droni in mare. Riguarda il rapporto tra tecnologia a basso costo, geografia dei choke point e dipendenza del commercio da corridoi prevedibili. UAV e USV non annullano il potere navale convenzionale; lo costringono a operare con costi più elevati, maggiore dispersione e una dipendenza crescente da reti informative. I quattro teatri analizzati dimostrano che la minaccia non è un modello unico: nel Mar Rosso la pressione colpisce il comportamento commerciale; nel Mar Nero incide sulla libertà di manovra militare; nell’Oceano Indiano Occidentale amplifica una sicurezza marittima già frammentata; a Hormuz diventa leva contro un sistema energetico e infrastrutturale concentrato.

Nel breve periodo, le variabili decisive sono la frequenza di attacchi, il grado di multi-vettorialità, la capacità di distinguere ricognizione e preparazione di strike e il comportamento delle compagnie di navigazione. Nel medio periodo, conta l’integrazione tra sensori, unità navali, difese anti-drone, diritto e sistemi di comando. Nel lungo periodo, la prova sarà istituzionale: se gli Stati costieri e le coalizioni riescono a trasformare la maggiore visibilità in un ciclo di risposta rapido e legittimo, i droni resteranno un fattore di rischio gestibile; se il divario resta aperto, essi diventeranno uno strumento permanente per tassare, deviare e politicizzare le principali linee di comunicazione marittima.


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 Filippo Sardella

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