La scelta del parquet come rivestimento a pavimento richiede una valutazione attenta: si tratta a tutti gli effetti di una soluzione tecnica, e come tale va definita conoscendo a monte le condizioni ambientali di progetto, la destinazione d’uso, il sottofondo e gli eventuali impianti a pavimento previsti.
Il settore del legno è disciplinato da un corpus normativo tecnico e di prodotto piuttosto articolato, che interessa trasversalmente tutte le variabili in gioco: essenza, struttura del prodotto, lavorazione, finitura, schema di posa, metodo di installazione e compatibilità con il sottofondo. Si tratta di variabili interdipendenti, dove ogni scelta condiziona non solo la resa visiva ed estetica del parquet, ma anche aspetti spesso sottovalutati come la durata nel tempo e la manutenzione.
Nei paragrafi che seguono esaminiamo, in 8 punti, come scegliere il parquet giusto e orientare correttamente il cliente verso la soluzione più adatta.
1. L’essenza legnosa: il punto di partenza per scegliere il parquet
La prima variabile da valutare è l’essenza. Si distinguono due macro-categorie: legni teneri, le conifere come abete e pino, e legni duri, le latifoglie come rovere, frassino, ciliegio, noce, castagno e betulla, a cui si aggiungono le essenze esotiche come ipè, cumaru, jatoba, teak, wengè, iroko, caratterizzate da durezza elevata e tonalità più scure.
Sul piano normativo, è bene distinguere i riferimenti a seconda del mercato: in Europa la durezza del legno si misura con il test Brinell, secondo UNI EN 1534:2020; nei mercati nordamericani è invece più diffuso il test Janka.
La durezza del legno è misurata attraverso dei test, il test Brinell, secondo la UNI EN 1534:2020, utilizzato nel mercato Europeo, e il test Janka per la produzione dei parquet nei mercati nordamericani. Entrambi i metodi quantificano la resistenza del materiale alle deformazioni superficiali, i valori più elevati indicano maggiore durezza e quindi idoneità all’uso del parquet anche in ambienti a traffico intenso.
La scelta dell’essenza, legno tenero o legno duro, incide sulla scelta del colore del parquet, ogni essenza presenta una tonalità di partenza e un’evoluzione cromatica propria nel tempo. L’esposizione alla luce tende a far ingiallire o scurire le essenze chiare, mentre quelle scure possono schiarirsi o assumere riflessi più caldi.
2. Parquet massello o prefinito?
Spesso si fa confusione tra massello e prefinito.
Il parquet in massello è ricavato da legno pieno monomaterico: tavole grezze, non verniciate né oliate, costituite da legno nobile in tutto lo spessore. Il parquet prefinito è invece un prodotto stratificato, composto da uno strato nobile in massello di essenza pregiata (lo strato di usura visibile) incollato su due o tre strati di supporto in multistrato di betulla o abete.
Il massello tradizionale è stato in larga parte sostituito dal prefinito sul mercato, ma resta per alcuni operatori “il vero parquet”. Dal punto di vista tecnico presenta tuttavia dei limiti da considerare in capitolato: la finitura è eseguita in opera dal posatore e, indipendentemente dalla qualità dell’esecuzione, comporta un rischio intrinseco di difetti superficiali (bolle, inclusioni di polvere). Il limite più rilevante riguarda però la stabilità dimensionale: privo di incastro maschio-femmina, il massello tradizionale è più esposto a sollevamenti e distacchi in presenza di umidità o sbalzi termici significativi. Anche il ripristino è più invasivo: su un prefinito è sufficiente una carteggiatura con asportazione di 0,3-0,5 mm, mentre sul massello tradizionale, dove le doghe tendono a muoversi verticalmente, è necessaria una lamatura con taglio minimo di 1 mm.
Il parquet prefinito multistrato offre una stabilità dimensionale superiore, requisito determinante in presenza di riscaldamento a pavimento o di variazioni termoigrometriche significative. Sul piano della conducibilità termica, i supporti in latifoglia (betulla) garantiscono una trasmittanza più efficiente rispetto a quelli in conifera — un dato non trascurabile nel dimensionamento di sistemi radianti.
Lo spessore dello strato nobile è un parametro normato dalla UNI EN 13756 che fissa il valore minimo a 2,5 mm, soglia al di sotto della quale il prodotto non può essere definito “parquet”. Per ambienti umidi o ad alta usura è opportuno prescrivere spessori dello strato nobile tra 4 e 5 mm, per garantire margine a futuri interventi di levigatura senza compromettere l’integrità strutturale della tavola.
3. Quale parquet scegliere tra finiture e lavorazioni superficiali?
Sui parquet prefiniti è possibile applicare diverse lavorazioni superficiali, che incidono su resa tattile e percezione visiva della tavola:
- Levigato: superficie liscia e uniforme; i segni di usura risultano più evidenti con luce radente.
- Spazzolato: asportazione meccanica della parte tenera del legno, con effetto di esaltazione delle venature; resa naturale e materica.
- Bisellato a mano: smusso perimetrale della tavola, con effetto cornice e gioco chiaroscurale.
- Piallato: ondulazione superficiale che restituisce profondità e aspetto vissuto.
- Grezzo: riproduce l’aspetto della tavola appena segata; resa rustica, manutenzione semplificata.
- Intarsiato: inserti decorativi geometrici o floreali, anche con materiali eterogenei (vetro, ceramica, metallo).
La finitura è il trattamento finale applicato al parquet e svolge una doppia funzione tecnica ed estetica: protezione della superficie e definizione dell’aspetto cromatico-materico finale. In base alla finitura il parquet si distingue in verniciato o oliato: la vernice forma un film protettivo continuo in superficie, più resistente all’usura e di gestione più semplice; l’olio penetra nelle fibre mantenendo un aspetto più naturale, ma richiede una manutenzione periodica più strutturata, descritta nel punto successivo.
La combinazione tra lavorazione e finitura genera un ampio ventaglio di soluzioni progettuali, declinabili dal registro rustico a quello contemporaneo, e va quindi specificata in capitolato come elemento progettuale a tutti gli effetti, non come optional estetico.
4. Parquet verniciato o oliato? Valutare la finitura in base alla manutenzione
La manutenzione del parquet è uno degli aspetti che orienta la scelta tra oliato e verniciato e, in modo indiretto, anche quella dell’essenza e della lavorazione superficiale. Valutare in fase progettuale le modalità di pulizia e cura del pavimento in legno consente di individuare una soluzione coerente con l’uso degli ambienti e con le abitudini di chi li vive.
Alcune indicazioni sono valide per ogni tipologia di parquet. È opportuno evitare detergenti schiumogeni, abrasivi, corrosivi o acidi, sia chimici sia naturali, e non utilizzare macchine a vapore: vernici e oli, infatti, hanno valori molto bassi di permeabilità al vapore.
Il parquet verniciato garantisce in genere una manutenzione ordinaria più semplice e veloce. La polvere resta sul film protettivo superficiale e può essere rimossa con un panno morbido attira-polvere, una scopa a frange o un’aspirapolvere dotato di spazzola a setole morbide. Per il lavaggio è sufficiente un panno in microfibra appena umido, mai bagnato eccessivamente, abbinato a un detergente neutro igienizzante specifico per superfici verniciate. Va escluso l’uso della cera, che può rendere il pavimento scivoloso, opacizzarlo e richiedere una rimozione meccanica. Gli interventi di manutenzione straordinaria, come la lamatura, quando necessari devono interessare l’intera superficie.
Il parquet oliato richiede una cura più costante, senza risultare necessariamente più impegnativo. La pulizia settimanale segue modalità simili a quelle del verniciato: aspirazione della polvere e lavaggio con panno umido e detergente neutro specifico per oliati, arricchito con oli naturali per nutrire le fibre del legno. A cadenza indicativa mensile è consigliata una pulizia più approfondita con detergente a base di estratti vegetali, seguita da un lavaggio con detergente neutro per ripristinare l’idrorepellenza della superficie. Una volta all’anno può essere opportuno applicare uno strato molto sottile di olio per una manutenzione profonda. Il principale vantaggio del parquet oliato è la possibilità di intervenire in modo localizzato su aree danneggiate, senza trattare tutto il pavimento.
5. Come scegliere il parquet in base alla posa: incollata o flottante
La posa del parquet può avvenire su diverse tipologie di supporto: massetto di nuova realizzazione, pavimentazione esistente in ceramica, gres, marmo o legno, oppure sistema radiante a pavimento. Sono invece da escludere supporti come moquette, PVC e linoleum, non idonei a garantire le condizioni richieste per una posa corretta.
Prima dell’installazione, il sottofondo deve essere verificato con attenzione. Deve risultare liscio, compatto, planare, pulito e, soprattutto, asciutto. Il controllo dell’umidità residua rappresenta una fase essenziale, perché valori non compatibili con la posa sono tra le principali cause di rigonfiamenti, sollevamenti e deformazioni del pavimento in legno.
La norma UNI 11368:2021 fornisce i criteri e i metodi per valutare la posa ultimata delle pavimentazioni di legno e parquet per uso interno, applicandosi sia alla posa incollata sia alla posa flottante, oltre che ai sistemi con avvitatura o chiodatura.
Posa incollata
È utilizzabile con tutte le tipologie di parquet e con diversi supporti. Assicura una buona stabilità al calpestio, è indicata anche in ambienti più esposti all’umidità, come bagni e cucine, ed è compatibile con tutti gli schemi di posa. Risulta inoltre la soluzione preferibile in presenza di pavimento radiante, soprattutto quando l’impianto funziona anche in modalità raffrescamento.
Posa flottante
Adatta ai parquet prefiniti dotati di bordi a incastro, generalmente con sistema click. Prevede l’inserimento di un materassino fonoassorbente e la realizzazione di un giunto di dilatazione lungo il perimetro. Non è consigliata negli ambienti umidi e non consente l’impiego di tutti gli schemi di posa. Per la posa flottante, lo spessore minimo indicato dalla normativa UNI è pari a 14 mm, a cui si aggiungono barriera al vapore e tappetino.
6. Lo schema di posa: resa estetica e vincoli planimetrici
La scelta del parquet deve essere valutata insieme allo schema di posa, perché la disposizione degli elementi incide in modo diretto sulla percezione dello spazio, sulla continuità visiva degli ambienti e sulla valorizzazione del formato scelto.
La definizione dello schema deve tenere conto di alcuni fattori planimetrici: orientamento della luce naturale, posizione dell’ingresso, presenza di corridoi stretti, regolarità geometrica delle pareti e rapporto tra direzione di posa e forma dell’ambiente. Sono criteri progettuali già rilevanti anche per altre pavimentazioni, come il grès porcellanato, ma nel parquet assumono un peso particolare per la naturale direzionalità del materiale e per il ritmo generato dai singoli elementi.
I principali schemi di posa del parquet sono:
- A cassero irregolare, o a correre: è tra le soluzioni più diffuse per praticità, rapidità di posa e contenimento degli sfridi. Si adatta a diversi formati e restituisce un effetto dinamico ma equilibrato.
- A cassero regolare, o all’inglese: prevede una sfalsatura costante tra le file e produce un disegno ordinato, lineare e contemporaneo. Richiede una buona regolarità geometrica delle pareti.
- Posa dritta: dispone i listoni paralleli tra loro, senza sfalsamenti. Crea un effetto molto geometrico e valorizza ambienti regolari e impostazioni progettuali essenziali.
- A spina di pesce, o all’italiana: utilizza elementi posati a 90° in file parallele. È uno schema tradizionale, oggi molto utilizzato nei progetti contemporanei per la sua capacità di conferire ritmo ed eleganza agli ambienti.
- A spina ungherese: variante più ricercata, caratterizzata da teste tagliate a 45° o 60°. Genera un disegno continuo e raffinato, particolarmente indicato in spazi rappresentativi.
- A mosaico, o a quadri: gli elementi compongono moduli quadrati, con posa dritta o diagonale. È una soluzione decorativa che introduce un disegno regolare e riconoscibile.
- Schemi creativi: scacchiera, cubo, canestro e intreccio sono configurazioni ad alto impatto visivo, realizzate con formati dedicati e pensate per progetti in cui il pavimento diventa un elemento compositivo centrale.
7. Scegliere il parquet e i sistemi radianti: criteri tecnici da considerare
L’abbinamento tra parquet e riscaldamento a pavimento è oggi una soluzione consolidata, ma richiede una valutazione accurata del materiale, del sistema di posa e delle condizioni di esercizio dell’impianto. In questi casi il parquet multistrato prefinito rappresenta generalmente la scelta più indicata, grazie alla maggiore stabilità dimensionale rispetto ad altre soluzioni. Tra le essenze più adatte rientrano rovere, iroko, doussié, merbau e teak.
Prima della posa è necessario eseguire il ciclo di preriscaldamento, previsto dalla UNI EN 1264-4:2021. La procedura consiste nell’aumento progressivo della temperatura nell’arco di 4-5 giorni fino al massimo di esercizio, nel mantenimento della temperatura per almeno 10 giorni e nel successivo spegnimento graduale dell’impianto in circa 3 giorni. L’installazione del parquet può avvenire solo dopo 3-5 giorni dallo spegnimento completo.
Durante l’utilizzo dell’impianto, la temperatura superficiale del legno non dovrebbe superare i 29°C. La temperatura ambiente deve mantenersi indicativamente tra 22°C e 24°C, con umidità relativa compresa tra 45% e 60%. Se il sistema radiante viene utilizzato anche in modalità raffrescamento, la temperatura superficiale non deve scendere sotto i 19°C e l’impianto deve essere integrato con sistemi di deumidificazione o VMC, per evitare fenomeni di condensa e variazioni igrometriche non compatibili con il pavimento in legno.
8. Parquet in bagno e cucina: quando è possibile?
Il parquet può essere posato anche in bagno e in cucina, purché il progetto tenga conto delle condizioni specifiche di questi ambienti. Il legno è un materiale igroscopico, quindi assorbe e rilascia umidità in relazione al microclima interno. La sua struttura anisotropa comporta variazioni dimensionali diverse nelle varie direzioni, ma in condizioni ordinarie e correttamente controllate queste variazioni non compromettono la stabilità del pavimento.
Per utilizzare il parquet in ambienti esposti a umidità e variazioni di temperatura è opportuno scegliere essenze dure e naturalmente più resistenti, prevedere uno strato nobile di 4-5 mm, adottare la posa incollata e verificare con particolare attenzione l’umidità del sottofondo prima dell’installazione.
Anche la gestione dell’ambiente è determinante: l’umidità relativa dovrebbe mantenersi tra 45% e 60%, con un adeguato ricambio d’aria o sistemi di ventilazione. In questo modo bagno e cucina possono accogliere un pavimento in legno senza rinunciare alle prestazioni tecniche richieste da spazi soggetti a uso frequente e presenza di acqua.
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Rossella di Gregorio
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