Mentre il governo guidato da Giorgia Meloni rilancia il progetto del ritorno dell’Italia all’energia Nucleare, presentandolo come una soluzione moderna alle sfide energetiche del Paese, torna inevitabilmente d’attualità una riflessione più ampia sul ruolo dell’atomo nella società contemporanea. Il dibattito sul Nucleare civile, infatti, non può essere completamente separato da quello sul Nucleare militare. Entrambi affondano le proprie radici nella stessa visione tecnocratica che attribuisce alla potenza dell’atomo la capacità di risolvere problemi strutturali dell’umanità, ignorandone spesso i rischi, i costi e le implicazioni etiche.
In un mondo attraversato da guerre sempre più estese, dalla corsa al riarmo e da crescenti tensioni geopolitiche, il ritorno della retorica nucleare non rappresenta una dimostrazione di forza, ma il sintomo più evidente di un fallimento politico, diplomatico e culturale.
L’investimento globale nelle spese militari ha ormai raggiunto livelli senza precedenti dalla fine della Guerra Fredda. In questo contesto, l’idea che la sicurezza collettiva possa continuare a fondarsi sulla dottrina della deterrenza nucleare mostra tutta la sua fragilità e la sua intrinseca disumanità. Affidare la pace alla minaccia dell’annientamento reciproco significa accettare il paradosso secondo cui la sopravvivenza dell’umanità dipenderebbe dalla costante possibilità della sua distruzione.
Questa impostazione si scontra anzitutto con la realtà della fallibilità umana e tecnologica. La storia del Novecento è costellata di episodi nei quali il mondo si è trovato a pochi minuti da una catastrofe nucleare a causa di errori tecnici, falsi allarmi radar, malfunzionamenti informatici o incomprensioni tra potenze rivali. In più occasioni fu soltanto la lucidità di singoli uomini a impedire che procedure automatiche trasformassero un errore in una tragedia irreversibile.
Oggi il rischio appare persino maggiore. L’introduzione dell’intelligenza artificiale nei sistemi di difesa, la crescente automazione delle procedure militari e la drastica riduzione dei tempi di reazione aumentano esponenzialmente la possibilità di decisioni errate o di escalation incontrollate. In uno scenario caratterizzato da conflitti regionali sempre più interconnessi, la soglia tra crisi locale e confronto globale appare sempre più sottile.
Un’arma il cui impiego comporterebbe conseguenze devastanti sul piano climatico, sanitario, ambientale ed economico non può essere considerata un normale strumento militare. Le armi nucleari rappresentano una minaccia permanente alla sopravvivenza stessa della civiltà umana. Anche un conflitto nucleare limitato produrrebbe effetti drammatici sui sistemi agricoli mondiali, sulla disponibilità di risorse essenziali e sulla salute di centinaia di milioni di persone.
Per un Paese come l’Italia, questa realtà si traduce in una profonda contraddizione politica e morale. La presenza di ordigni nucleari sul territorio nazionale nell’ambito delle strategie dell’alleanza atlantica non aumenta la sicurezza dei cittadini, ma rende il nostro Paese un potenziale obiettivo strategico in caso di escalation internazionale. La logica della condivisione nucleare continua a essere presentata come garanzia di stabilità, mentre in realtà contribuisce a mantenere vivo un sistema fondato sull’equilibrio della paura.
In questo quadro, i trattati internazionali per la proibizione delle armi nucleari, come il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), vengono spesso liquidati come strumenti simbolici o irrealistici. In realtà essi rappresentano uno dei pochi tentativi concreti di affermare il principio secondo cui la sicurezza collettiva non può essere costruita sulla minaccia dell’estinzione reciproca. Definirli velleitari significa spesso voler preservare uno status quo che continua a garantire vantaggi geopolitici a un ristretto numero di potenze.
La vera sicurezza non nasce dall’ammodernamento degli arsenali, dall’aumento delle spese militari o dall’estensione delle strategie di deterrenza. Essa si costruisce attraverso il rafforzamento delle istituzioni multilaterali, la cooperazione internazionale, la diplomazia preventiva, il disarmo progressivo e la giustizia sociale. Nessuna arma potrà mai sostituire il dialogo tra i popoli e la costruzione di un ordine internazionale fondato sulla pace.
Il disarmo nucleare non rappresenta dunque un’utopia ingenua, ma l’unica prospettiva razionale per un’umanità che voglia sottrarsi alla minaccia della propria autodistruzione. Continuare a considerare l’atomica come il garante ultimo della pace significa affidare il destino del pianeta a un equilibrio precario, fondato sulla paura, sull’errore sempre possibile e sulla convinzione che la fortuna continuerà indefinitamente a proteggerci.
Una denuncia necessaria
A rendere ancora più inquietante questo scenario è il fatto che, mentre si tagliano risorse alla sanità, alla scuola, alla ricerca pubblica e alle politiche sociali, miliardi di euro vengono destinati al riarmo e a programmi energetici controversi come il ritorno al Nucleare. Si continua a presentare come progresso ciò che rischia invece di aumentare le dipendenze tecnologiche, i costi per le future generazioni e i pericoli ambientali.
La stessa logica che giustifica la deterrenza nucleare militare alimenta una cultura politica fondata sulla centralizzazione del potere, sulla sicurezza armata e sulla subordinazione dei bisogni umani agli interessi economici e geopolitici. È una logica che considera accettabile convivere con rischi potenzialmente irreversibili pur di preservare assetti di potere consolidati.
Per questo la battaglia contro le armi nucleari e quella contro il ritorno al Nucleare non possono essere separate da una più generale critica del modello di sviluppo dominante. Di fronte alla crisi climatica, alle guerre, alle crescenti disuguaglianze e alla militarizzazione delle relazioni internazionali, occorre affermare con forza che il futuro non appartiene all’atomo, ma alla pace, alle energie rinnovabili, alla cooperazione tra i popoli e alla salvaguardia del Creato. Continuare a investire nella cultura del Nucleare, civile o militare che sia, significa guardare al passato mentre il mondo avrebbe urgente bisogno di immaginare e costruire un futuro diverso.
Laura Tussi
Nella foto: 11 marzo 2011. Il reattore della centrale termonucleare di Fukushima in Giappone entra in avaria a seguito dei danni subiti per lo tsunami provocato da una forte scossa di terremoto. Nell’ambiente viene rilasciato materiale radioattivo. Una centrale nucleare costruita su una spiaggia, la storia di un disastro annunciato che nessuno aveva immaginato potesse accadere e delle sue conseguenze sull’ambiente e sull’uomo.
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