Volkswagen si prepara a chiudere quattro impianti e a licenziare 100mila dipendenti per un taglio drastico dei costi da 11 miliardi di euro in soli quattro anni. Mercedes Benz, dal canto suo, ha inviato una lettera ai lavoratori per comunicare una brutta notizia: il premio retributivo previsto dal contratto collettivo a luglio non verrà pagato al 90% di loro: c’è la crisi. L’industria dell’auto europea, guidata da quella tedesca, è sempre più sotto pressione, nonostante dati incoraggianti sul fronte delle immatricolazioni. Secondo l’associazione dei produttori Acea a maggio le vendite sono cresciute per il quarto mese consecutivo, con oltre un milione e mezzo di immatricolazioni, segnando così il 3,6% in più rispetto al maggio 2025. Da inizio anno le auto vendute sono state 5.824.814, in crescita del 4,5% sullo stesso periodo dell’anno scorso. Ma i dati complessivi nascondono le dinamiche che muovono il mercato. Una, in particolare: la penetrazione inesorabile dei marchi cinesi nel vecchio continente. Diversi rapporti lo confermano.
Secondo i dati Acea, Geely Group – primo gruppo cinese per quota di mercato al 3,3% – ha registrato 38.146 immatricolazioni (+12,6%), seguita da Byd con 32.380 unità (+136,6%) e una quota salita al 2,8%. Saic Motor ha immatricolato 30.527 veicoli (+13,9%) con quota salita al 2,6%. Le immatricolazioni di Chery sono state 27.412, in crescita del 244,1%, con quota al 2,4%. Infine, per Leapmotor, le immatricolazioni sono state 9.945 (+465,1%) e quota salita allo 0,9%. Allargando lo sguardo al periodo gennaio-maggio 2026, Geely ha registrato un +6,5% a 176.676 unità (quota stabile al 3%), Saic +11,6% a 141.490 Unità (2,4% di quota), Byd +145,2% a 135.307 (quota al 2,3%), Chery automobile +316% a 122.843 (2,1%), e Leapmotor +552,9% a 43.037 (0,7%).
I numeri in valore assoluto sono ovviamente contenuti, dato l’ingresso recente dei marchi cinesi nel mercato europeo. Ma a preoccupare è la tendenza, che appare inarrestabile, incontrando le preoccupazioni dei sindacati del vecchio continente che temono sempre di più di passare da produttori di auto ad assemblatori di veicoli made in China. Secondo un’analisi di Dataforce riportata da Bloomberg, i veicoli ibridi e ibridi plug-in hanno contribuito a far sì che le case automobilistiche cinesi conquistassero l’11% delle vendite europee a maggio. Detta diversamente: più di un’auto su dieci venduta nel mercato del vecchio continente è di marchio cinese, ovviamente tenendo conto anche di quelli ex europei rilevati dai gruppi della Repubblica Popolare.
I produttori orientali si sono piazzati bene nella curva della domanda per i veicoli elettrificati che in generale (a batteria, ibridi plug-in e ibridi) sono aumentati di circa il 21% e rappresentano oltre due terzi delle immatricolazioni totali, mentre le auto a benzina e diesel sono diminuite rispettivamente di circa il 15% e il 17%. La Commissione Europea a novembre 2024 ha introdotto dazi per colpire le importazioni di veicoli elettrici cinesi. Valgono il 7,8% per le Tesla prodotte a Shanghai, al 17% per le e-car di Byd, al 18,8% per Geely (proprietario di Volvo, Polestar e Lotus) e al 35,3% per Saic (proprietario di Mg e in jv con Volkswagen). Invece, per gli altri gruppi che hanno collaborato all’indagine antitrust di Bruxelles la sovrattassa all’import è del 20,7% rispetto al 35,3% valido per tutte le aziende reticenti. Complessivamente, sommando l’obolo del 10% pre-esistente, le tariffe possono arrivare alla quota del 45% in alcuni casi.
Sul fronte delle esportazioni, quelle di automobili cinesi verso l’Europa sono aumentate del 26% tra il 2024 e il 2025, arrivando a quasi 1,2 milioni di veicoli, nonostante i dazi introdotti solo l’anno prima. Le importazioni di veicoli ibridi cinesi sono aumentate addirittura del 155%. I dazi Ue attualmente in vigore non riguardano le ibride, motivo per cui, secondo quanto riportato da Handelsblatt, la Commissione Europea starebbe pensando di allargare lo spettro tariffario anche a queste ultime.
Alle case europee la concorrenza spietata, e soprattutto sostenuta fiscalmente da Pechino, non sta giovando. Tra gennaio e marzo l’utile netto del gruppo Volkswagen è sceso del 28% a 1,56 miliardi di euro mentre i ricavi sono calati a 76 miliardi di euro, al di sotto delle previsioni degli analisti. “Dobbiamo essere lucidi: il nostro attuale modello di business e l’evoluzione del contesto non generano rendimenti sufficienti”, aveva affermato l’amministratore delegato Oliver Blume. Il direttore finanziario Arno Antlitz aveva avvertito diverse settimane fa che “le riduzioni di costi pianificate finora sono insufficienti”. In aggiunta alle 50.000 soppressioni di posti di lavoro in Germania annunciate a marzo, il gruppo intendeva “adattare alle realtà del mercato” la propria rete produttiva, riducendo la capacità mondiale da dodici a circa nove milioni di unità l’anno.
Detto, fatto. Volkswagen si prepara a raddoppiare e potrebbe tagliare fino a 100mila posti di lavoro, secondo quanto rivelato dalla rivista tedesca ‘Manager Magazin’ che cita fonti bene informate secondo le quali il nuovo piano di tagli sarebbe stato presentato dall’ad Blume nel corso dell’ultimo consiglio di gestione. Il piano dovrebbe essere recapitato al consiglio di sorveglianza il prossimo mese di luglio. Secondo la rivista tedesca il gruppo di Wolfsburg ha in organico 657mila dipendenti. L’obiettivo del piano è di ridurre i costi generali per 11 miliardi di euro entro il 2030 e chiudere 4 impianti produttivi in Germania: 3 di Volkswagen ad Hannover, Zwickau ed Emden più uno di Audi a Neckarsulm.
Brutte notizie anche per i lavoratori Mercedes: circa 90.000 dei 108.000 dipendenti non riceveranno la gratifica straordinaria prevista dal contratto collettivo a luglio, contrariamente alle aspettative. Il pagamento sarà rinviato al prossimo anno, ha scritto in una lettera inviata ai lavoratori il Consiglio di amministrazione. Il pagamento straordinario in questione è il “contributo di trasformazione” annuale, pari al 18,4% della retribuzione mensile individuale regolare. Secondo quanto riportato sul sito web del sindacato IG Metall, in caso di crisi economica le aziende possono rinviare o sospendere il pagamento straordinario. Il consiglio di amministrazione dell’azienda di Stoccarda ha citato nella lettera “tre enormi sfide”. Oltre alle restrizioni globali al libero scambio e al mercato cinese, la Germania come sede produttiva avrebbe perso molto in termini di competitività, si legge nel documento.
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di Claudio Paudice
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