Ci sono parole che sembrano descrivere una condizione sentimentale e invece finiscono per raccontare un’intera epoca. “Single” è una di queste. Per decenni essere single è stato considerato un momento di passaggio. Una parentesi tra due relazioni, uno stato provvisorio da correggere il prima possibile. Il linguaggio stesso tradiva questo modo di pensare: “non ha ancora trovato la persona giusta”, “prima o poi si sistemerà”, “vedrai che arriverà anche il tuo momento”. Come se la felicità fosse sempre collocata altrove, in un futuro ancora da conquistare e, soprattutto, in qualcun altro. È una delle narrazioni più radicate della nostra società. Cresciamo immaginando la vita come una successione ordinata di tappe: fidanzamento, matrimonio, figli, famiglia. Chi devia da quel percorso continua a essere osservato con un misto di curiosità, sospetto e paternalismo. Vale per tutti, ma vale soprattutto per le donne. Ancora oggi una donna realizzata professionalmente, indipendente e serena si sente rivolgere, prima o poi, la domanda che sembra contenere tutte le altre: “Ma perché non ti sei ancora sposata?”. È proprio da questa pressione silenziosa che nasce Single, il nuovo brano di Vanessa Grey. Apparentemente una canzone leggera, costruita con ironia e ritmo pop. In realtà molto più vicina a una domanda che a una risposta. Perché continua a sembrarci strano che una persona possa essere felice da sola? Perché siamo così abituati a misurare il valore di qualcuno attraverso la presenza o l’assenza di un partner? E soprattutto: siamo davvero liberi di scegliere la vita che desideriamo oppure continuiamo, inconsapevolmente, a inseguire quella che gli altri si aspettano da noi? L’intervista esclusiva per Virgilio Notizie che segue parte da qui, ma prende rapidamente un’altra direzione. Vanessa Grey è una figura difficile da rinchiudere dentro una sola definizione. Speaker radiofonica, conduttrice, cantante, autrice, formatrice, vive da anni con una doppia identità: quella di chi pone le domande e quella di chi, molto più raramente, accetta di rispondere. Abituata a far raccontare gli altri, conserva una naturale prudenza nel raccontare se stessa. Eppure, quando la conversazione smette di inseguire il personaggio pubblico e inizia a interrogare la persona, affiorano elementi che spiegano molto più di qualsiasi biografia. Scopriamo una donna che continua a credere nel matrimonio pur difendendo con forza il diritto a non essere definita dalla propria condizione sentimentale. Una professionista che ha scelto di rinunciare alla sicurezza di un posto in banca per inseguire un’intuizione. Una calabrese che considera Milano casa, ma che sente ancora il bisogno quasi fisico di tornare al mare per respirare. Una persona che si definisce semplice perché non attribuisce valore al lusso e, nello stesso tempo, profondamente complessa perché incapace di smettere di immaginare nuovi progetti. C’è poi un’altra parola che attraversa tutta l’intervista e che ritorna continuamente, anche quando non viene pronunciata: libertà. Non una libertà assoluta o romantica, ma una conquista quotidiana. La libertà di seguire il proprio istinto anche quando fa paura. La libertà di sottrarsi alle aspettative sociali. La libertà di cambiare idea. Perfino quella di accettare il dolore senza trasformarlo in rimpianto. È forse questo il tratto più interessante emerso dalla conversazione: Vanessa Grey non racconta mai la vita come una sequenza di successi, ma come un equilibrio continuamente negoziato tra desiderio e paura, ambizione e sensibilità, autodeterminazione e destino. A sorprenderci, però, è soprattutto la distanza tra l’immagine pubblica e quella privata. Alla radio appare sempre sorridente, energica, padrona dei tempi e delle emozioni. Dietro quel sorriso racconta invece di convivere con l’ansia, con un’inquietudine permanente e con quel “caos” interiore che, citando Nietzsche, ogni artista sembra custodire dentro di sé. Non prova a negarlo. Al contrario, ammette che proprio la musica e la comunicazione sono diventate il modo attraverso cui quel disordine trova finalmente una forma. È forse questa la differenza tra chi usa l’arte come mestiere e chi la vive come necessità. Alla fine dell’intervista si ha quasi la sensazione che Single non parli davvero della singletudine. Parli, piuttosto, della relazione più difficile che ciascuno di noi è chiamato a costruire: quella con se stesso. Perché prima ancora di imparare ad amare qualcun altro, bisogna imparare a non cercare negli altri la conferma del proprio valore. Ed è probabilmente questo il messaggio più autentico che Vanessa Grey consegna, quasi senza accorgersene. Non esiste una formula universale della felicità. Esiste soltanto il coraggio di costruire una vita che somigli davvero a noi, anche quando non coincide con quella che il mondo aveva immaginato per noi.
Prima di iniziare, come sta? E non mi risponda “bene” per cortesia, perché spesso alla domanda ‘Come sta?’ si risponde automaticamente così. Come sta davvero in questo momento?
“Sto vivendo un periodo molto elettrico, nel senso positivo del termine. Sono entusiasta, ho tantissimi impegni e la mente è continuamente in movimento. Mi ritrovo spesso a pensare: ‘Speriamo che vada tutto bene, speriamo di non aver dimenticato nulla’. Dietro l’uscita di una canzone, infatti, c’è un lavoro enorme. Chi fa questo mestiere lo sa, mentre chi lo osserva dall’esterno spesso pensa: ‘In fondo esce una canzone, quanto lavoro potrà mai esserci dietro?’. In realtà richiede un impegno enorme e coinvolge molte persone. Non è soltanto un mio progetto, ma il risultato del lavoro di un’intera squadra. In questi giorni molti, anche in radio, mi chiedono quali siano le mie aspettative. La verità è che non lo so. Cerco di non crearmele, perché non voglio vivere nell’attesa di un risultato. È inevitabile, però, che un po’ di aspettative ci siano sempre. Quando dedichi tanto tempo, tante energie e una parte di te a una canzone, è naturale sperare che venga accolta bene. Dietro un brano c’è molto di te, ma anche il lavoro di tutte le persone che ti accompagnano in questo percorso. Quindi sì, per rispondere davvero alla sua domanda, sto bene. È un periodo felice della mia vita”.
Single nasce da una domanda apparentemente semplice: essere single è davvero un problema? Qual è stata l’ultima volta che qualcuno le ha fatto capire che, secondo lui, o secondo lei, la risposta era sì?
“Succede spesso, anzi, spessissimo. È proprio da questa riflessione che è nata l’idea della canzone, che ho scritto insieme a Karina Amadori, Valerio Carboni e Vincenza Casati. Avevo in mente questo tema perché mi guardo intorno e vedo tante amiche e tanti amici single. È una condizione che conosco bene e che osservo da vicino. Quello che noto è che molte persone non stanno bene perché non hanno ancora trovato un equilibrio personale. Spesso ci si appoggia completamente all’altra persona, mentre credo che dovrebbe essere l’esatto contrario: chi hai accanto dovrebbe rappresentare un valore aggiunto, non essere ciò che ti attribuisce valore. Dovrebbe completarti, non definirti. È un argomento che affrontiamo spesso anche in radio quando parliamo d’amore o di singletudine. Mi colpisce quanto sia raro sentire qualcuno dire: ‘Sono single, sono libero, sono felice e sto benissimo’. Molto più spesso si sente quella battuta diventata ormai un luogo comune: ‘Sono single per scelta… per scelta degli altri’. Ed è proprio da questo modo di vivere la singletudine che è nata l’ispirazione del brano”.
Nella canzone mette a confronto single e sposati. Se dovesse aggiungere una terza categoria, quale sceglierebbe?
“Direi i divorziati”.
Con una battuta, quelli che hanno capito dove avevano sbagliato e sono tornati sulla retta via?
“Potrebbe anche essere. In realtà, però, credo nel matrimonio. Ogni volta che lo dico mi sembra quasi strano, perfino a me. Mi viene da chiedermi: ‘Davvero ci credo?’. E invece sì, è un valore nel quale continuo a riconoscermi. Non mi sono mai sposata, almeno finora, ma c’è sempre tempo. Mi piacerebbe vivere anche quell’esperienza. Mi piace pensare che nella vita possano esserci tante fasi: essere single, magari sposarsi e poi, chissà, nessuno può sapere che cosa accadrà. Potrebbe arrivare anche un divorzio, perché la vita è talmente imprevedibile che può davvero riservare qualsiasi sorpresa. Ma sì, il matrimonio rimane un valore in cui continuo a credere”.
Ci crede per una convenzione sociale o perché rappresenta un valore personale?
“È un valore personale. Non mi riferisco necessariamente al matrimonio religioso. Mi piace proprio l’idea del matrimonio come momento in cui si celebra l’amore tra due persone e lo si condivide con chi si ama. Lo considero una grande festa, un’occasione per riunire le persone a cui si vuole bene e celebrare un sentimento. Forse è riduttivo dirlo, ma nella mia immaginazione il matrimonio è anche questo: una grande festa da condividere con gli affetti più cari. Poi c’è anche un altro aspetto. Noi donne siamo cresciute con l’immagine dell’abito da sposa, quindi è inevitabile che sia un sogno che ci accompagna fin da bambine”.
Secondo lei oggi esiste ancora una pressione sociale nei confronti di chi è single?
“Assolutamente sì. Credo che rispetto al passato si sia attenuata, ma sia ancora presente. Le faccio un esempio molto semplice. Se oggi entra in un supermercato trova interi scaffali dedicati ai prodotti monoporzione. Un tempo erano quasi inesistenti. È un piccolo segnale che racconta quanto la società sia cambiata e come siano sempre di più le persone che vivono da sole. Nonostante questo, la pressione sociale continua a esistere e, a mio avviso, pesa ancora di più sulle donne che sugli uomini. Se una donna è single, non è sposata e non ha figli, il pensiero che spesso emerge è: ‘Forse ha qualche problema’. Raramente ci si sofferma a considerare che potrebbe essere una scelta, oppure che abbia deciso di dare priorità alla carriera o, più semplicemente, che ci siano motivazioni personali che gli altri ignorano. Siamo portati a giudicare ciò che vediamo senza riflettere sul fatto che dietro ogni persona c’è una storia. È un atteggiamento che cerco sempre di evitare, perché non posso sapere quale percorso abbia vissuto qualcuno. Esistono tante storie invisibili che, dall’esterno, non possiamo cogliere”.
È un po’ come quando, subito dopo il matrimonio, arriva puntualmente la domanda: ‘E allora, un figlio quando?’, come se tutto dovesse seguire uno schema prestabilito.
“Esatto. Siamo ancora circondati da molti stereotipi. Prima dovrebbe arrivare una tappa, poi quella successiva: il fidanzamento, il matrimonio, i figli. Come se esistesse un percorso obbligato valido per chiunque. Quando invece si sceglie una strada diversa, inevitabilmente si incontrano maggiori difficoltà. Bisogna però continuare a seguire la propria direzione. Se ci si lascia condizionare da ciò che gli altri ritengono giusto per noi, si rischia di vivere una vita che non ci appartiene. Ognuno ha la propria storia e il proprio percorso. Pensi che a mia madre abbiano chiesto tante volte: ‘Sua figlia è una bella ragazza, ma perché non si è ancora sposata? Perché non ha figli?’. All’inizio ne soffriva, perché erano domande che la ferivano. Oggi, invece, sorride e risponde semplicemente che sua figlia è un’artista e che il suo percorso è diverso”.
US: Parole e Dintorni
Ha appena pronunciato una parola importante: artista. Immagino che, per un artista, la libertà sia fondamentale. Secondo lei qual è la differenza tra essere liberi e sentirsi liberi?
“C’è una differenza sottile, ma molto importante. Essere liberi significa esserlo realmente. Sentirsi liberi, invece, non implica necessariamente che quella libertà esista davvero. A volte ci convinciamo di esserlo, ma non lo siamo fino in fondo. L’obiettivo dovrebbe essere riuscire a essere liberi, sentirsi tali e vivere pienamente quella libertà. Sarebbe bello affrontare la vita con questa consapevolezza, anche nell’esprimere ciò che si pensa. Naturalmente questo non significa parlare senza sensibilità. Avere un’opinione implica anche la capacità di comunicarla con il giusto tatto. Quando si parla di comunicazione e di rapporti umani, il rispetto resta un valore imprescindibile. Credo che vivere pienamente la propria libertà sia una delle sfide più difficili in assoluto”.
La parola ‘artista’ mi fa venire in mente una celebre frase di Nietzsche: ‘Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante’. Se la stella danzante è l’artista, qual è il caos che Vanessa Grey porta dentro di sé? E l’arte, la musica, la comunicazione e la radio sono riuscite a placarlo?
“Il caos è sempre con me e credo che continuerà ad accompagnarmi anche a ottant’anni. Sono una persona molto vulcanica. Se dovessi restare a casa un’intera giornata senza fare nulla, chi mi conosce penserebbe subito che ci sia qualcosa che non va: che abbia la febbre, il mal di testa o che mi sia fatta male. Per me è naturale essere sempre in movimento. Eppure la musica e la comunicazione riescono davvero a placare quel caos. Tantissimo. Mi capita di arrivare in radio con la mente piena di pensieri. Da fuori, però, probabilmente non si percepisce, perché trasmetto sempre l’immagine di una persona sorridente, serena, mai agitata o ansiosa. In realtà non è così. Anch’io vivo momenti di ansia e di inquietudine. La musica, però, mi restituisce un equilibrio straordinario. Aver trasformato quella che è sempre stata una passione nella mia quotidianità è un privilegio. Per me non è semplicemente un lavoro: coincide con il mio modo di essere e di vivere”.
Quando si è innamorata del suo lavoro? È stato un colpo di fulmine o un amore nato poco alla volta?
“Direi che si tratta di due storie diverse. Con il canto e con la musica è stato amore a prima vista, fin da quando ero ragazzina. Con la radio, invece, è stato un incontro del tutto casuale. Partecipavo a un concorso musicale e vinsi il ‘Premio Radio’, assegnato da Radio Sound, un’emittente del Sud, visto che sono originaria della Calabria. Andai in radio per presentare il mio brano. Dicevo semplicemente: ‘Ciao, sono Vanessa e questa è la mia canzone, Mai non dire mai’. Dopo avermi ascoltata, il direttore mi disse: ‘Hai una bella voce, hai ritmo. Ti andrebbe di iniziare a fare radio con noi?’. In quel periodo, però, avevo appena ottenuto una borsa di studio per andare a Londra. Così partii, pensando di fermarmi soltanto un mese. Quando rientrai mi chiesi se quella proposta fosse ancora valida e da lì iniziò davvero la mia esperienza in radio. Ripensandoci, forse era già un percorso che stava prendendo forma. Mi era capitato di incontrare persone del settore radiofonico che mi dicevano: ‘Perché non vieni a lavorare con noi?’. Oppure, durante alcuni eventi, il mio manager non mi faceva soltanto cantare, ma anche presentare. Probabilmente qualche segnale c’era già. Ma, se devo rispondere alla sua domanda, no: con la radio non è stato un colpo di fulmine. È stato un amore nato e cresciuto nel tempo”.
Nel corso della sua vita è sempre stata libera di fare le sue scelte oppure c’è stato qualcuno, o qualcosa, che ha cercato di impedirle di seguire la strada che desiderava?
“Ho sempre seguito il mio istinto. Anche dopo la laurea in Economia Aziendale, quando mi si presentò l’opportunità di lavorare in banca. Per una famiglia del Sud il posto fisso rappresenta una sicurezza enorme. Sarebbe stata, probabilmente, la scelta più logica. Invece ho deciso di intraprendere una strada completamente diversa. Mi sono trasferita e ho ricominciato tutto da zero, perché ho sempre sentito il bisogno di seguire ciò che mi suggeriva il mio istinto”.
Lasciare la propria terra fa paura. Non la spaventava l’idea di andare via?
“Certo che mi spaventava. La paura c’è sempre. La differenza è che, nel mio caso, il desiderio di seguire quella strada era più forte della paura stessa. Quando sento che quella è la direzione giusta, cerco comunque di percorrerla. La cosa più difficile è rinunciare al proprio istinto perché ci si lascia bloccare dalla paura. Tutti abbiamo paura. È impossibile non provarne. Quando sento qualcuno dire di non avere paura di nulla, mi chiedo sinceramente come sia possibile”.
Pensa di essere stata più autodeterminata nella vita professionale o in quella privata?
“Credo in entrambe, ma con una particolarità. Sono una persona determinata e, allo stesso tempo, lascio spazio anche al caso, alle coincidenze e agli incontri. Sono un po’ fatalista. Mi piace pensare che alcune persone entrino nella nostra vita per un motivo e che certe coincidenze abbiano un significato. Quindi sì, credo nell’autodeterminazione, sia nella sfera privata sia in quella professionale, ma lascio anche che il destino faccia la sua parte”.
Le persone che hanno fatto parte della sua vita sono sempre riuscite a comprendere davvero le sue esigenze?
(ride, ndr) “Direi che la risata vale già come risposta. Credo che, in generale, sia molto difficile comprendere davvero gli altri e riuscire a mettersi completamente nei loro panni. E questo vale per chiunque. Quando poi si ha una personalità complessa, tutto diventa ancora più difficile”.
Che cosa intende quando dice di avere una personalità complessa?
“Nella vita di tutti i giorni, in realtà, sono una persona semplice. Sembra una contraddizione, ma credo di essere semplice e complessa allo stesso tempo. Sono semplice perché non ho bisogno di grandi beni materiali. Non serve portarmi a cena in un attico di lusso o regalarmi un anello da diecimila euro. Anzi, se un domani il mio fidanzato mi facesse un regalo del genere, probabilmente gli direi: ‘Ma sei matto? Con quei soldi andiamo a fare un viaggio’. Non sono una persona legata agli oggetti o al lusso. Amo la semplicità. Allo stesso tempo, però, sono piena di interessi, di progetti e di obiettivi da raggiungere. Ho sempre nuove idee, tanta energia e molti desideri. Credo che la mia complessità risieda proprio in questo”.
Lei è abituata a fare domande agli altri. Quando, invece, si trova dall’altra parte del tavolo ed è lei a riceverle, ce n’è una che spera non le venga mai rivolta?
“No, sinceramente non me lo sono mai chiesta. Per me un’intervista è, prima di tutto, una conversazione. Certo, ci sono delle domande, ma ciò che mi incuriosisce davvero è capire quali siano gli aspetti che interessano alla persona che ho davanti. Mi piace scoprire che cosa desidera conoscere di me. E poi, devo ammetterlo, dopo tanti anni trascorsi a fare domande agli altri, è piacevole, ogni tanto, ritrovarsi dall’altra parte e riceverle”.
A proposito di domande, qual è stata la più difficile che ha dovuto rivolgere a un artista durante un’intervista?
“Più che una singola domanda, ricordo un’intervista particolarmente complicata: quella a Gianluca Grignani. Non per lui, ma per tutto l’entourage che lo circondava. Temevano che affrontassi argomenti ritenuti troppo delicati o ai quali lui non avrebbe voluto rispondere. A un certo punto sottoposi tutte le domande al suo staff e continuavano a dirmi: ‘Questa no, questa no, questa no’. Allora risposi: ‘Perfetto, allora decidete voi. Ditemi direttamente quali domande posso fare, altrimenti l’intervista non si farà e, da parte mia, non c’è alcun problema’. Si trattava di un format di un’ora, tra musica e conversazione, in diretta radiofonica, e dovevamo comunque offrire un contenuto interessante. Se non potevo nemmeno porre domande normali, diventava davvero difficile costruire un’intervista”.
E come reagisce quando l’intervistato le risponde soltanto a monosillabi?
“In quei casi bisogna cercare di dare un po’ di ritmo alla conversazione. Magari provo a sdrammatizzare con qualche battuta e, con delicatezza, faccio capire che, se continuiamo soltanto con ‘sì’ e ‘no’, l’intervista è praticamente già finita. Il problema è che un’intervista funziona solo quando si crea un minimo di empatia. E l’empatia non dipende esclusivamente da chi pone le domande, ma anche dalla disponibilità dell’altra persona. Se l’intervistato ha poca voglia di rispondere, oppure si limita continuamente a dire ‘sì’, ‘no’, ‘bello’, ‘ok’, diventa molto difficile far emergere contenuti interessanti. A mio avviso, le interviste sono belle proprio quando riescono a rivelare qualcosa in più della persona che si ha di fronte. Altrimenti viene spontaneo chiedersi quale sia il loro vero valore”.
Qual è la forma di ambizione che l’ha sempre guidata e che continua a guidarla ancora oggi?
“Credo che nasca proprio dall’essere partita da zero. Nella mia famiglia non c’è mai stato nessuno che abbia vissuto di musica, quindi il mio cammino è stato completamente diverso da quello di chi cresce in un ambiente già legato a questo mondo. È come se fossi stata un po’ un ‘brutto anatroccolo’’… anche se, scherzando, direi un brutto anatroccolo bello. La mia ambizione è sempre stata quella di dimostrare, prima di tutto a me stessa, di potercela fare. Più che inseguire il riconoscimento degli altri, ho cercato di seguire quel filo conduttore che sentivo autentico. Cerco di fare ciò che mi fa stare bene e mi permette di sentirmi realizzata. Inoltre, sono una persona che ama progettare continuamente. Ogni momento può trasformarsi nell’occasione giusta per immaginare una nuova sfida, dare vita a un nuovo progetto o intraprendere un percorso diverso. Non riesco a stare ferma”.
Quando ha iniziato a fare musica, quale aspetto del mestiere aveva sopravvalutato e quale, invece, aveva sottovalutato?
“All’inizio pensavo che sarebbe stato tutto molto più semplice. Mi dicevo: ‘Se desideri davvero una cosa, ti impegni e la realizzi’. In realtà non funziona così. Quello che avevo sottovalutato è il peso delle relazioni e delle conoscenze. Ho capito che, in questo ambiente, avere determinati contatti può fare la differenza. Così come può incidere nascere in una famiglia già inserita nel settore. Non lo dico come una critica nei confronti dei cosiddetti ‘figli di’. Anzi, è bello quando il talento incontra anche l’opportunità. Però esistono situazioni in cui vedi arrivare prima persone che, oggettivamente, non sono necessariamente più preparate di altre. E non mi riferisco a me. Penso anche a tanti artisti che considero davvero molto talentuosi. Probabilmente è questo l’aspetto che avevo sottovalutato: il fatto che la crescita professionale non segua sempre criteri meritocratici. La meritocrazia, purtroppo, non esiste in ogni circostanza. Nonostante questo, continuo a crederci”.
Poco fa parlava anche della bellezza. Per lei essere una bella donna è stato un vantaggio o un limite?
“Sinceramente l’ho sempre vissuta con serenità. Non l’ho mai considerata né un vantaggio né uno svantaggio. Ho semplicemente cercato di affrontare nel modo migliore le situazioni che mi si sono presentate, senza permettere che questo aspetto mi definisse”.
Quindi non ha mai sofferto della cosiddetta sindrome della ‘bella che non balla’?
“No, mai. Assolutamente mai”.
Chi intraprende questo mestiere spera, prima o poi, di raggiungere il successo. Che significato ha questa parola per lei?
“Per me il successo coincide con il raggiungimento degli obiettivi che fanno stare bene. Se arrivi a un certo punto della tua vita e ti senti bene dove sei, quello è già un successo. Se invece capisci che quel traguardo rappresenta soltanto una tappa e senti ancora il desiderio di crescere, allora è giusto proseguire il proprio cammino, cercando nuovi stimoli e nuove soddisfazioni”.
E qual è, oggi, l’obiettivo di Vanessa Rey?
“Ne ho diversi. Sicuramente mi piacerebbe diventare ancora più conosciuta e raggiungere un pubblico sempre più ampio. Poi c’è un sogno che mi accompagna praticamente da sempre e, anche se può sembrare una risposta prevedibile, preferisco essere sincera: salire sul palco del Festival di Sanremo. La cosa curiosa è che l’ho sempre immaginato in un modo un po’ particolare. Mi sono vista spesso lì come co-conduttrice, con uno spazio dedicato anche alla musica, nel quale poter cantare. È questa l’immagine che ho sempre avuto in mente. Eppure non ho mai presentato una canzone al Festival. Me lo chiedono in molti e, sinceramente, non saprei spiegare il motivo. Ho condotto ‘Aria Sanremo’ insieme a Massimo Cotto, ho avuto l’opportunità di esibirmi con l’Orchestra Sinfonica di Sanremo, ma non ho mai partecipato alla manifestazione come concorrente”.
Qual è oggi la sua paura più grande? O, se preferisce, la sua fragilità?
“La sensibilità. Sono una persona estremamente sensibile e, a volte, questa caratteristica può trasformarsi anche in una fragilità. Vivo ogni esperienza con una sensibilità molto accentuata. Anzi, se devo essere sincera, a volte vorrei esserlo un po’ meno. Mi piacerebbe riuscire ad affrontare alcune situazioni con maggiore distacco”.
Che cosa la fa soffrire più di ogni altra?
“Non è tanto una questione di soffrire o non soffrire. Ci sono situazioni che mi fanno stare male, come accade a tutti. Il mio carattere, però, mi porta ad affrontarle. Quando succede qualcosa di difficile, mi rimbocco le maniche e vado avanti. Vivo ogni esperienza fino in fondo, sia quando è bella sia quando è dolorosa. Le faccio un esempio. Mi sono rotta il legamento crociato. Giravo con le stampelle e ridevo. Mia madre continuava a guardarmi e a dirmi: ‘Tu sei incredibile’. Io, invece, organizzavo comunque le interviste, proponevo di farle tutti seduti e mi presentavo truccata, vestita e pronta anche per i programmi televisivi. Sono fatta così. Cerco di affrontare qualunque situazione con questo spirito e spero davvero di riuscire a conservarlo anche in futuro, qualunque cosa accada”.
Quando si guarda allo specchio, le piace la donna che vede riflessa?
“Sì. Non vorrei sembrare presuntuosa ma sì. Sono contenta della donna che sono diventata. Credo anche che sia importante piacersi. Se non si sta bene con se stessi, inevitabilmente si affronta la vita con un atteggiamento più negativo. Naturalmente capita a tutti di guardarsi allo specchio una mattina e pensare: ‘Oggi proprio non mi piaccio’. Magari perché i capelli non stanno come vorresti o perché ti senti stanca. Succede. Nel complesso, però, credo sia fondamentale stare bene con se stessi. Se manca questo equilibrio, diventa più difficile affrontare tutto il resto”.
Se la Vanessa bambina incontrasse la Vanessa di oggi, di che cosa si stupirebbe?
“Credo che si stupirebbe del percorso che ho compiuto. Vengo da Trebisacce, un paese di circa ottomila abitanti, e ormai vivo a Milano da molti anni. Più che stupirsi, credo che la Vanessa bambina mi direbbe: ‘Sei stata brava. Hai creduto in te stessa e nei tuoi sogni. Continua così’”.
Non ci sarebbe nulla che la deluderebbe?
“No. Le delusioni, certo, non sono mancate. Sul momento fanno male, ma sono una persona che riesce ad andare oltre. Con il tempo lascio andare ciò che mi ha ferita e guardo avanti”.
Oggi, per lei, dove si trova davvero casa?
“Oggi casa è Milano. Questo, però, non significa che possa fare a meno del mio paese. Anzi. Dopo un po’ sento il bisogno di tornare al mare. Milano è la città in cui vivo e che considero casa, ma ogni tanto ho bisogno di respirare l’aria del luogo da cui provengo, di rivedere il mare, di ritrovare quell’acqua e quell’ossigeno. Se passa troppo tempo senza tornarci, mi manca profondamente”.
Che cosa sente di avere ancora profondamente calabrese e che cosa, invece, è diventato ormai milanese?
“Sicuramente sono rimasta calabrese nel rapporto con il cibo. Amo mangiare, amo cucinare e mantengo anche gli orari tipici del Sud. Da Milano, invece, ho imparato soprattutto l’organizzazione. Molti mi chiedono come riesca a fare così tante attività nell’arco della giornata. La risposta è proprio questa: l’organizzazione. È una qualità che questa città mi ha trasmesso”.
Quando rientra a casa la sera, qual è l’ultimo pensiero prima di addormentarsi?
“Di solito faccio una sorta di bilancio della giornata e penso già a quella successiva. Ripercorro ciò che è accaduto, sia gli episodi più belli sia quelli più difficili, soprattutto quelli che mi hanno lasciato un’emozione intensa, positiva o negativa. Poi mi addormento”.
Nella sua vita hanno pesato di più i rimpianti o i rimorsi?
“E se le dicessi che non ho né rimpianti né rimorsi? In realtà è proprio così, ed è una conseguenza del mio modo di vedere la vita. Credo che gli eventi seguano il loro corso. Certo, ci sono situazioni che fanno male. Se una storia d’amore finisce, per esempio, è normale soffrirne, sia che sia stata l’altra persona a prendere la decisione sia che sia stata una scelta tua. Il dolore esiste. Non vivo, però, ciò che è accaduto con il peso del rimpianto o del rimorso. Fa parte del percorso e, in qualche modo, credo che ogni esperienza abbia avuto un significato”.
In questa sua filosofia di vita c’è più accettazione che rassegnazione?
“Accettazione, ma è un’accettazione sana. Cerco sempre di mantenere un equilibrio. Se accetti qualcosa con tristezza o con rassegnazione, probabilmente non l’hai davvero accettata. A quel punto è quasi meglio continuare a lottare. Per me l’accettazione è ciò che ti permette di andare avanti con serenità”.
Quanto è disposta a raccontare di sé nelle sue canzoni? Esiste un limite che non supererebbe mai?
“Cerco sempre di non dire mai ‘mai’, come nella mia prima canzone, perché nella vita non si può sapere come si cambia o dove può condurti il cuore. In generale seguo ciò che sento. Se percepisco che è giusto raccontare qualcosa, lo faccio”.
Non esiste, quindi, quello che viene definito il pudore dei sentimenti?
“Dipende anche dal punto di vista. Chi stabilisce che ciò che racconto in una canzone debba necessariamente coincidere con la mia vita? Prendiamo Single. Racconto quella condizione, ma questo non significa automaticamente che io sia single. Potrei anche vivere una relazione stabile e scegliere comunque di affrontare quel tema, perché mi interessa, perché mi appartiene come osservatrice o perché riguarda tante persone che conosco. Le canzoni non sono sempre una fotografia letterale della vita di chi le scrive”.
Se dovesse attraversare un momento di grande dolore, riuscirebbe a trasformarlo in una canzone oppure esisterebbe un limite emotivo che non riuscirebbe a superare?
“Ma, in fondo, è proprio a questo che servono le canzoni. Più riesci a essere autentico, più racconti ciò che hai dentro e più quello che arriva alle persone risulta vero. Per me una canzone è interpretazione, ma anche espressione del proprio stato emotivo. Significa raccontare ciò che sei e ciò che stai vivendo. Almeno, io vivo la musica in questo modo”.
Lei ha avuto un’insegnante di canto davvero speciale: Maria Dato, la madre di Mia Martini e Loredana Bertè. C’è un insegnamento che le ha lasciato e che ancora oggi porta con sé?
“Sì, assolutamente. Durante le lezioni di canto, quando affrontavamo le note più alte e facevamo i vocalizzi, mi ripeteva una frase che, con il tempo, ho capito essere valida non solo per il canto, ma anche per la vita. Mi spiegava che spesso siamo noi stessi a porci dei limiti mentali. Invece di concentrarci su ciò che stiamo facendo, iniziamo a pensare: ‘Non ce la farò’, ‘Quella nota è troppo alta’. E se la mente è già concentrata sul fallimento, inevitabilmente qualcosa si blocca. Mi diceva sempre: ‘Quando canti, pensa soltanto a quello che stai cantando. Lasciati andare. Devi sentirti libera. Se continui a pensare che non riuscirai a prendere quella nota, non la prenderai davvero’. È un insegnamento che porto con me ogni giorno. Se ci pensa, vale anche nella vita. Se affronti ogni situazione con un atteggiamento negativo, è molto più probabile che le difficoltà prendano il sopravvento. Se invece riesci ad affrontarla con fiducia, ti senti più libero di provarci e di arrivare dove desideri”.
Se la sua stanza da letto potesse raccontarmi chi è Vanessa Grey, che cosa direbbe?
“Racconterebbe esattamente ciò che sono. La mia stanza è colorata, un po’ caotica, piena di oggetti e di ricordi ricevuti in regalo nel corso degli anni. Credo che rappresenti bene la mia personalità e le sue tante sfaccettature”.
Qual è, invece, l’ultimo gesto di tenerezza che ha dedicato a se stessa?
“Cerco di regalarmi del tempo. Magari concedendomi un massaggio, prendendomi cura del mio corpo oppure dedicando del tempo all’attività fisica. Direi che il gesto di tenerezza che riservo più spesso a me stessa è proprio questo: prendermi cura di me”.
US: Parole e Dintorni
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
VirgilioNotizie
Source link







