Dopo aver trovato una sua voce personale con i suoi cortometraggi (tra cui Late Afternoon, candidato agli Oscar) e aver contribuito – in vari ruoli – ai grandi successi di Cartoon Saloon, la regista irlandese Louise Bagnall debutta nel lungometraggio con Julián, adattamento del celebre albo illustrato Julian Is a Mermaid di Jessica Love.
Presentato in anteprima al Festival di Annecy, il film amplia il delicato racconto originale trasformandolo in una storia di formazione che celebra l’espressione di sé, l’identità e il senso di appartenenza, senza rinunciare alla cifra stilistica che ha reso celebre lo studio irlandese: un’animazione poetica, realizzata a mano, capace di fondere realtà, folklore e fantasia.
Abbiamo incontrato Louise Bagnall per parlare della trasposizione del libro sul grande schermo, delle scelte artistiche che hanno dato vita alla Brooklyn coloratissima di Julian, del lavoro sul doppiaggio e della volontà di raccontare una storia in cui la scoperta di sé non nasce dal conflitto, ma dalla gioia, dalla comunità e dall’amore tra generazioni.
Il film è tratto dal libro Julian Is a Mermaid di Jessica Love, caratterizzato da uno stile visivo molto riconoscibile. In che modo l’estetica del libro ha influenzato il linguaggio visivo del film? E quali sono state le principali sfide nel tradurre quell’atmosfera così intima e pittorica nell’animazione?
È stata una delle prime cose che mi ha colpito del libro. Le illustrazioni sono meravigliose e, soprattutto, l’uso del colore trasmette una sensazione di gioia e celebrazione che volevamo assolutamente preservare nel film. Un altro elemento fondamentale erano i personaggi. Il tratto è molto delicato, le pose sono estremamente curate e, pur non essendo realistiche, comunicano una forte autenticità. Abbiamo cercato di mantenere quella sensibilità anche nell’animazione.
Naturalmente abbiamo dovuto adattare il design dei personaggi alle esigenze di una produzione animata, in cui interi team lavorano sugli stessi protagonisti. Allo stesso tempo volevamo conservare quella sensazione tattile che si percepisce nel libro: il braccio morbido della nonna, la consistenza dei capelli, il volume dei corpi. Era importante che i personaggi rimanessero credibili e vicini allo spettatore.
Per quanto riguarda gli sfondi, inizialmente abbiamo sperimentato acquerelli, gouache e inchiostri. Tuttavia ci siamo resi conto che questa tecnica limitava la dimensione cinematografica del film. Funzionava benissimo negli spazi aperti, ma diventava difficile rappresentare ambienti ricchi di dettagli, come una cucina o una strada di Brooklyn.
Per questo abbiamo scelto di utilizzare pennarelli e matite colorate. È una tecnica che resta vicina allo spirito del libro, ma ci permette di ottenere un linguaggio più cinematografico senza perdere il calore dell’illustrazione realizzata a mano. Tutti gli sfondi sono stati realmente disegnati con questi strumenti. La sfida principale è stata proprio trovare un equilibrio tra la gioia e l’immediatezza delle illustrazioni originali e le esigenze narrative di un lungometraggio.
Nel film la palette cromatica appare più vivace e satura rispetto a quella del libro. Come avete lavorato sul colore nelle scene quotidiane e nei momenti di fantasia di Julian? Anche nel tuo cortometraggio Late Afternoon il colore aveva un forte significato narrativo. Ha avuto una funzione simile anche in Julian?
Assolutamente sì. Il colore è uno strumento potentissimo per raccontare il percorso emotivo dei personaggi. Gran parte del merito va alla direttrice artistica Emilie Bach Nielsen, che possiede una sensibilità straordinaria nell’utilizzo del colore. Ogni emozione della storia veniva tradotta in una scelta cromatica precisa.
Le scene ambientate a Brooklyn sono immerse nella luce dell’estate. Volevamo che il sole fosse quasi percepibile sulla pelle, che il marciapiede sembrasse rovente, ma senza perdere la ricchezza cromatica dell’ambiente.
L’obiettivo era mostrare il mondo attraverso gli occhi di Julian. Per lui ogni cosa è fonte di meraviglia. Quella che un adulto vede come un’erbaccia che cresce tra le crepe dell’asfalto, lui la osserva come un bellissimo fiore. Il film cerca quindi di spostare lo sguardo da una prospettiva adulta a quella di un bambino che vive un’avventura estiva piena di entusiasmo.
Ci sono poi luoghi particolarmente intensi dal punto di vista cromatico, come il negozio di Fran, dove ogni parete è piena di oggetti e colori. In quei momenti volevamo che il colore trasmettesse energia e vitalità.
Al contrario, quando Julian attraversa momenti più introspettivi utilizziamo palette più uniformi. Non diventano mai grigie o spente, ma sono più semplici e meno varie, lasciando spazio alle emozioni del protagonista.
Il libro è molto breve, mentre il film amplia notevolmente il mondo narrativo, sviluppando nuovi personaggi e approfondendo l’ambientazione. Come avete affrontato questo processo? E quanto è stata coinvolta Jessica Love?
Jessica è stata coinvolta fin dall’inizio. È stata incredibilmente generosa e ha capito subito che un adattamento cinematografico avrebbe richiesto cambiamenti ed espansioni.
Ci ha raccontato il significato delle sue scelte nel libro e ci ha spiegato quali aspetti avevano colpito maggiormente i lettori. Questo ci ha aiutato a proteggere il cuore dell’opera originale mentre costruivamo una storia molto più ampia.
Abbiamo approfondito i personaggi, aggiunto nuove figure come Yemaya e Luna e sviluppato maggiormente il legame di Julian con le sue origini e con la cultura afro-caraibica della nonna.
Nel libro molte cose vengono suggerite attraverso le immagini. Nel film abbiamo avuto l’opportunità di esplorare esplicitamente questi aspetti, raccontando il passato della nonna, le radici culturali della famiglia e il modo in cui Julian scopre la propria identità anche attraverso la sua eredità culturale.
La sfida più grande è stata espandere la storia senza perdere quella sensazione di gioia che rende il libro così speciale. Non volevamo introdurre un classico antagonista o un conflitto convenzionale. Preferivamo conservare il tono delicato e positivo dell’opera originale.

Il film introduce anche diversi elementi magici, più presenti rispetto al libro, come da tradizione Cartoon Saloon. Quanto è stato importante utilizzare fantasia e folklore per raccontare il mondo interiore di Julian e il suo legame con la cultura afro-caraibica?
Come dici tu, questo è un aspetto che appartiene molto anche alla tradizione di Cartoon Saloon. Gli elementi fantastici permettono di raccontare il percorso emotivo dei personaggi in modo più evocativo.
Per esempio Luna è una creatura magica, ma rappresenta in realtà una parte della personalità di Julian. Esternalizzando quella parte di sé, il protagonista può conoscerla meglio e imparare ad accettarla. Allo stesso tempo anche il pubblico può vivere quel percorso con leggerezza e divertimento.
Da bambina adoravo questo tipo di storie e, ancora oggi, mi emoziona poter salire sul dorso di uno squalo-balena magico e lasciarmi trasportare dalla fantasia.
Credo che questo modo di raccontare derivi anche dalle mie origini irlandesi. Nella tradizione folkloristica irlandese il soprannaturale non vive in un mondo separato, ma è sempre presente appena sotto la superficie della realtà quotidiana. È una sensibilità narrativa che porto naturalmente nel mio lavoro.
Il quartiere di Brooklyn è stato rappresentato con una grande quantità di dettagli. Come avete costruito questo mondo e quali aspetti del quartiere erano fondamentali da restituire allo spettatore?
Tutto è partito dalla sceneggiatura di Juliany Taveras, che è cresciuta a Brooklyn in una famiglia dominicana. Gran parte dell’autenticità del film nasce proprio dalla sua esperienza personale.
Successivamente abbiamo svolto moltissime ricerche, consultato esperti e raccolto documentazione sulla città. Brooklyn offre una quantità enorme di riferimenti: dagli edifici agli alberi che crescono nelle strade, fino ai dettagli della vita quotidiana.
Ma ciò che volevamo raccontare davvero era la comunità. Il cuore del quartiere sono le persone: gli amici della nonna che giocano a domino, le ragazze che Julian incontra, Fran e il suo negozio. Tutti diventano parte della sua estate e contribuiscono, ciascuno a modo proprio, alla costruzione della sua identità.
La colonna sonora di La-Nai Gabriel ha un ruolo molto importante nel film. Come avete lavorato insieme?
La-Nai Gabriel ha svolto un lavoro straordinario. Nel film è presente molta musica diegetica: canzoni che provengono dalla radio, dai negozi o dalle automobili. Volevo che la musica fosse parte integrante dell’ambiente.
Il suo compito è stato quindi quello di fondere in modo naturale la colonna sonora originale con i brani già presenti nelle scene. È stato un lavoro molto complesso. Ovviamente la musica accompagna anche i momenti emotivi della storia, sottolineandone i cambiamenti. Abbiamo collaborato molto durante tutto il processo.
Io non possiedo una formazione musicale approfondita, quindi spesso descrivevo semplicemente le sensazioni che cercavo, lasciando poi a La-Nai il compito di tradurle musicalmente. È stata una collaborazione davvero preziosa.

Il lavoro sul doppiaggio, soprattutto per Julian, era fondamentale. Come avete scelto e diretto il giovane interprete?
Era probabilmente una delle decisioni più importanti del film. Julian è il centro assoluto della storia e serviva una voce autentica. Cercavamo un bambino dell’età giusta, perché una voce troppo adulta avrebbe modificato completamente la percezione del personaggio.
Knyght Darius Jack, l’attore che interpreta Julian, ha portato una spontaneità e una sincerità incredibili. È un bambino molto diretto e pieno di energia, proprio come il protagonista.
In Cartoon Saloon cerchiamo sempre, quando possibile, di far interpretare i bambini da veri bambini. Anche le tre amiche di Julian sono doppiate da giovani attrici. I bambini hanno una naturalezza impossibile da ricreare artificialmente.
Per me era anche la prima esperienza importante nella direzione del doppiaggio, quindi ero piuttosto nervosa. Fortunatamente potevo contare sul co-regista Guillaume Lorin, molto esperto, e sulla sceneggiatrice. È stata una grande occasione di crescita.
Il film parla di espressione di sé e accettazione. Che ruolo può avere una storia come questa nel percorso di crescita e scoperta di un bambino?
Prima di tutto spero semplicemente che i bambini si divertano. Poi mi piacerebbe che capissero come il percorso di Julian non sia sempre semplice. Ci sono ostacoli, momenti difficili, ma anche persone che lo sostengono e gli permettono di trovare il proprio modo di esprimersi.
È un messaggio che credo possa parlare sia ai bambini sia agli adulti, perché tutti abbiamo attraversato una fase della vita in cui cercavamo il nostro posto nel mondo.
Uno degli aspetti più interessanti è che il film non trasforma mai l’identità di Julian in un problema da risolvere. Al contrario, racconta soprattutto la gioia della scoperta di sé. Era un obiettivo preciso?
Assolutamente sì. Esistono già molti film importanti che raccontano il dolore e le difficoltà vissute da tante persone, ed è giusto che esistano. Io però sentivo il bisogno di raccontare un’altra prospettiva: quella della gioia di conoscersi, dell’entusiasmo di trovare la propria comunità e di poter essere se stessi.
Soprattutto oggi, in un periodo complesso come quello che stiamo vivendo, credo che i bambini abbiano bisogno anche di storie che offrano speranza e leggerezza.
Il rapporto tra Julian e la nonna è il vero cuore del film. Si può dire che sia anche una storia sul dialogo tra generazioni?
Senza dubbio. Il rapporto tra Julian e Abuela è il centro emotivo del film. Durante la storia entrambi cambiano grazie all’altro.
La nonna riscopre aspetti del proprio passato che aveva lasciato da parte e affronta vecchi rimpianti. Julian, invece, attraverso di lei entra in contatto con le proprie radici, con la cultura della sua famiglia, con la musica, il cibo e le tradizioni.
È uno scambio reciproco. Nessuno insegna soltanto all’altro: entrambi crescono insieme.
Dopo tanti anni trascorsi in Cartoon Saloon, cosa hai portato con te di questa esperienza – in ruoli anche diversi – alla regia del trio primo lungometraggio?
Tantissimo. Ho lavorato nello studio per oltre dieci anni, ricoprendo ruoli diversi e collaborando con registi come Tomm Moore, Ross Stewart e Nora Twomey. Ognuno mi ha insegnato qualcosa di diverso.
Quando è arrivato il momento di dirigere il mio primo lungometraggio avevo già sviluppato una mia voce personale grazie ai cortometraggi, ma soprattutto possedevo un enorme bagaglio di esperienza nella risoluzione dei problemi, nella costruzione della narrazione e nel linguaggio visivo.
Inoltre non ero sola. Potevo contare sul supporto dei produttori e di una squadra con cui avevo già lavorato in passato. È stato un ambiente ideale per affrontare questa nuova sfida.
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Davide Sette
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