Abu Dhabi oltre Riyad: verso l’egemonia talassocratica emiratina nel Mar Rosso


Gli EAU perseguono una strategia egemonica autonoma che li colloca in competizione strutturale con Riyad nel Mar Rosso.

Introduzione

Il quadrante del Mar Rosso costituisce da secoli uno dei corridoi marittimi più contesi al mondo. Attraverso questo snodo transita circa il 12% del commercio mondiale, rendendo la stabilità di questa area una condizione necessaria per il funzionamento delle supply chain globali.

È in questo contesto che si inserisce la proiezione strategica degli Emirati Arabi Uniti. Formalmente parte della coalizione a guida saudita nel conflitto yemenita dal 2015, Abu Dhabi ha progressivamente sviluppato una postura autonoma nel quadrante, caratterizzata da investimenti strutturali in porti e basi militari, così come dal sostegno a gruppi separatisti – in particolare il Consiglio di Transizione del Sud (STC) – e dalla stipula di accordi bilaterali con entità nazionali e subnazionali del Corno d’Africa.

La presente analisi si propone di valutare se tale postura configuri una strategia organica di egemonia marittima che colloca gli EAU in competizione strutturale con l’Arabia Saudita per il controllo strategico del quadrante, e di prospettarne gli sviluppi.


Interessi EAU e Sauditi

L’ambizione degli EAU di affermarsi come potenza regionale si manifesta nell’impegno a diversificare l’economia nazionale in settori diversi da quello petrolifero puntando su commercio, logistica e turismo. Attraverso massicci investimenti infrastrutturali e progetti di sviluppo[1], gli EAU stanno consolidando la loro posizione come hub commerciale e logistico nella regione. Questa strategia ha rafforzato la loro presenza geopolitica e la loro capacità di influenzare le dinamiche dei Paesi recipients degli aiuti e degli investimenti. 

Dall’altro lato, Riyadh è formalmente alleata con gli EAU nel quadro della guerra yemenita ma persegue obiettivi distinti: il mantenimento del primato all’interno del GCC, intensificare la protezione delle proprie coste sul Mar Rosso e una conseguente serie di investimenti volti alla modernizzazione militare ancora dipendente per il 77% dalle forniture statunitensi.

Pertanto, i rapporti fra i due paesi sono da intendersi come un’alleanza formale che maschera obiettivi strutturalmente divergenti, come dimostrato anche dalla costituzione, il 19 marzo 2026 a Riad, del quadrilatero regionale Egitto-Pakistan-Arabia Saudita-Turchia, orientato a gestire le conseguenze del conflitto USA/Israele-Iran. L’assenza degli EAU da questa formazione non è accidentale: segnala una traiettoria autonoma da Riyad già in atto.

Leve per gli EAU

Il principale strumento operativo della strategia emiratina è l’investimento in infrastrutture portuali dual-use lungo le rotte del quadrante e un aumento delle spese di potenziamento della propria marina.

In aggiunta ad una presenza ormai consolidata in porti come quello di Aden questi avamposti, oltre a permettere movimenti di proiezione offensiva, preventiva e di deterrenza  degli attacchi Houthi, migliorano la capacità logistica emiratina, garantiscono la sicurezza delle operazioni commerciali, e contribuiscono a rafforzare i rapporti bilaterali con i paesi del Corno d’Africa, provvedendo economicamente a tecnicamente allo sviluppo locale in cambio del diritto di stabilire basi militari e infrastrutture in concessione. La rilevanza strategica di questi investimenti è particolarmente evidente nei casi del Porto di Berbera in Somaliland e quello di Assab in Eritrea[2].


Il primo è diventato un importante hub logistico, in grado di facilitare il commercio e il transito di merci attraverso il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Il secondo – trovandosi proprio all’imbocco dello Stretto di Bab el-Mandeb – è diventato una vera e propria base strategica per le operazioni militari di Abu Dhabi nella regione.

Da un punto di vista delle spese militari, la strategia emiratina presenta una traiettoria distinta rispetto a quella saudita. Nel periodo 2021-2025 il SIPRI Arms Transfer Database certifica che gli EAU hanno importato armamenti per un totale di 4.205 milioni di TIV – con USA al 42%, Francia al 18% e Corea del Sud al 10% come principali fornitori. Pur essendo accertata una diminuzione del 15% delle importazioni rispetto al periodo quadriennale precedente tale contrazione non riflette un disimpegno, bensì un processo di transizione verso l’autonomia produttiva che pone un primo scarto netto rispetto a Riyadh, la quale ha diminuito le sue importazioni del 31% ma rimane al 3° posto tra i destinatari globali di armi, a fronte dell’11° degli EUA. Pur essendoci commesse in ambito navale presso produttori esteri, l’Abu Dhabi Ship Building – braccio navale di EDGE Group – nel 2023 ha firmato un contratto di circa 1,1 miliardi di dollari per la fornitura di corvette alla marina angolana, segnalando la maturità commerciale e tecnologica dell’industria navale emiratina. Sul piano della proiezione di lungo raggio, nel febbraio 2023 gli EAU hanno acquisito una Landing Platform Dock anfibio dal cantiere indonesiano PT PAL per 408 milioni di dollari — con gittata superiore a 10.000 miglia nautiche, capacità di trasporto di 500 militari e fino a cinque elicotteri — che rappresenta il salto qualitativo più significativo nelle capacità di proiezione marittima emiratina nel quadrante.

Oltre a questo, è bene notare che gli EAU mirano a influenzare sia l’opinione della società civile sia la politica locale, sostenendo leader e fazioni che condividono i loro interessi strategici. Un esempio chiave è il sostegno alla fondazione della Cintura di Sicurezza, un gruppo paramilitare addestrato e finanziato da Abu Dhabi che opera nel sud dello Yemen, de facto sotto il controllo del STC. Quest’ultimo, pur essendo nemico degli Houthi, mantiene posizioni separatiste rispetto al Governo centrale[3]. Queste forze paramilitari fungono da vero e proprio proxy emiratino, garantendo il controllo di aree strategiche come l’Isola di Socotra, situata tra il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano. La presenza nell’isola assicura agli Emirati un alleato affidabile nel sud dello Yemen, sia in chiave anti-iraniana sia come protezione da altre possibili ingerenze internazionali.

Elementi di Resistenza

La strategia emiratina incontra resistenze concrete e multiple. Sul piano diplomatico, Mogadiscio contesta sistematicamente le concessioni in Somaliland che in Puntland di DP World – principale società di trasporti e infrastrutture portuali emiratina – avanzando rivendicazioni di sovranità che rendono strutturalmente precario il quadro giuridico degli accordi. Anche il precedente di Gibuti — con il sequestro del terminal di Doraleh — dimostra che la reversibilità delle concessioni portuali per Abu Dhabi non è un rischio teorico.

Sul piano militare persiste la tensione con gli Houthi, sia nel contesto yemenita che nelle basi militari nel Corno d’Africa minacciate di attacchi in risposta al sostegno al STC e alle operazioni militari congiunte con i sauditi. Sul piano internazionale il recente riconoscimento del Somaliland da parte di Israele e le discussioni in corso per un accesso militare delle IDF a Berbera introducono un attore terzo nel nodo strategico più rilevante della rete emiratina, andando a rappresentare una potenziale riduzione dell’autonomia operativa. 


Infine, la pressione saudita indiretta sui governi di Khartoum e Mogadiscio, costituisce un freno strutturale all’ambizioni di Abu Dhabi nella regione.

Alla luce di tutto quanto detto finora – volendo applicare il modello AILR – l’interesse emiratino ad espandersi nell’area del Mar Rosso e del Corno d’Africa si attesta al valore massimo di 5. Le leve descritte, sebbene fortemente dispiegate, sono esposte ad una vulnerabilità non trascurabile, attestandosi ad un livello di 4. La Resistenza è multipla e proveniente da direzioni convergenti per un valore finale di 4. Il valore risultante è – dunque – pari a 5, collocandosi sulla soglia tra l’azione possibile ma condizionata e quella altamente probabile, determinando che la strategia emiratina è reale e ambiziosa, anche se ancora ampiamente avversata.

Best Case Scenario 

Crisis Group certifica che, se si dovesse arrivare ad un’interruzione delle ostilità fra USA/Israele e Iran e la guerra regionale in generale, il transito attraverso Bab el-Mandeb andrebbe normalizzandosi, di fatto riducendo la pressione militare sulle infrastrutture emiratine nel Golfo e nel Corno d’Africa. Allo stesso tempo, se l’accordo di scambio prigionieri a guida ONU del 14 maggio 2026 portasse ad una tregua in Yemen, si andrebbe a cristallizzare la divisione attuale del paese con il nord sotto l’influenza saudita e il sud sotto controllo del STC, e quindi di Abu Dhabi.

In un simile scenario, la rete portuale emiratina rimarrebbe operativa, e la frattura intra-GCC, già manifestatasi nel ritiro degli EAU dall’OPEC e OPEC+ lo scorso primo maggio, non provocherebbe reazioni saudite eclatanti. Certamente la competizione rimarrebbe alta dal punto di vista economico-infrastrutturale, ma il processo di espansione egemonica nel quadrante proseguirebbe con una tolleranza mutualistica.

Worst Case Scenario

Se non si dovesse trovare un accordo fra USA/Israele e Iran, o si verificassero un deterioramento ulteriore della situazione attuale, non si possono escludere nuovi attacchi iraniani contro le infrastrutture emiratine, così come una riattivazione massiccia degli Houthi. Questo aggraverebbe la già precaria situazione in Yemen, favorendo la spinta separatista del STC e una conseguente risposta saudita che si tradurrebbe in una aperta pressione politica su Abu Dhabi.


Allo stesso tempo, i rapporti bilaterali fra altri paesi affacciati sul Mar Rosso – come Egitto ed Eritrea – potrebbero consolidarsi nel tentativo di arginare il tentativo di espansione emiratina; mentre l’approfondimento dei rapporti fra Israele e Somaliland con una effettiva presenza militare dell’IDF in uno dei nodi strategici più importanti di Abu Dhabi nell’area, trasformerebbero l’impegno degli EAU in una difficile partita ad incastro in un teatro che si configurerebbe sempre di più come una competizione multipolare fra attori Statali e non statali – con effetti diretti sulla stabilità delle rotte commerciali globali già compromesse.

Conclusioni

I dati analizzati convergono verso una lettura univoca: la partecipazione degli EAU alla coalizione saudita in Yemen ha funzionato come schermo strategico per obiettivi strutturalmente autonomi. Abu Dhabi ha costruito una rete infrastrutturale nel quadrante che oggi le garantisce una presenza duale — commerciale e militare — difficilmente reversibile. Il ritiro dall’OPEC/OPEC+, la modernizzazione navale autonoma e la persistenza operativa a Berbera confermano una traiettoria di emancipazione progressiva da Riyad già in atto. La stabilità del quadrante dipenderà dalla capacità degli attori regionali di gestire questa competizione strutturale prima che superi la soglia della proxy war.


[1] Antwi-Boateng, O., & Al Jaberi, N. H.2022. “The post-oil strategy of the UAE: An examination of diversification strategies and challenges”. Politics & Policy. 50: 380–407. https://doi.org/10.1111/polp.12457

[2] Telci I.N., Horoz T.O.,  “Military Bases in the Foreign Policy of the United Arab Emirates.” Insight Turkey 20, no. 2 (2018): 143–66. http://www.jstor.org/stable/26390312.

[3] Ahram A. I., Alaaldin R.,Separatists and Spoilers: The UAE’s Way of Proxy Warfare, Orbis, Volume 66, Issue 3, (2022), Pages 373-390.



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 Michele Fraternale

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