Sinner, la forza tranquilla dei predestinati


Brooksby prova a trascinare il numero uno del mondo nei suoi sentieri tortuosi, ma Jannik non perde mai la bussola. A Wimbledon un’altra vittoria senza clamore, che forse vale più di molte esibizioni spettacolari.

Ci stiamo abituando male. Talmente male da considerare normale ciò che normale non è. Jannik Sinner vince in tre set, concede poco o nulla, approda agli ottavi di Wimbledon senza consumare energie inutili e, invece di celebrare l’impresa, ci mettiamo a cercare il dettaglio imperfetto, la sbavatura, il passaggio a vuoto. È il destino dei grandi: elevano così tanto l’asticella delle aspettative da rendere ordinario ciò che per chiunque altro sarebbe straordinario. Eppure quella contro Jenson Brooksby è stata probabilmente la miglior partita giocata finora dall’altoatesino sull’erba londinese. Non una dimostrazione di forza brutale, ma qualcosa di più raffinato e forse persino più significativo. Brooksby non era l’avversario che il punteggio potrebbe far immaginare. È uno di quei giocatori che sembrano usciti da una pagina delle Città invisibili di Italo Calvino. Costruisce deviazioni, rallenta il tempo, cambia continuamente prospettiva. Ti invita a percorrere strade secondarie, a smarrire il ritmo, a perdere il filo del gioco. Vive di variazioni, di geometrie impreviste, di scambi che si allungano fino a diventare una trappola. Ma i grandi campioni possiedono una bussola che non si guasta mai. E Sinner, anche quando il sentiero si fa tortuoso, sembra sapere sempre dove sta andando. L’americano ha provato a trascinarlo nei suoi territori, a sporcare la partita, a renderla meno leggibile. Ma c’era un dettaglio destinato a pesare come un macigno. Sull’erba il servizio è spesso il primo e più importante atto di comando. Brooksby ha combattuto, rincorso, costruito. Però non aveva l’arma necessaria per ferire davvero. Nessun ace, poche battute capaci di procurargli punti gratuiti, troppe seconde morbide finite sotto il controllo di Sinner. E contro il numero uno del mondo, prima o poi, il conto arriva sempre.

Forse siamo diventati esigenti. Forse ci siamo abituati troppo bene. Guardiamo Sinner e pretendiamo ogni volta una versione sovrumana, quella che travolge gli avversari senza concedere nemmeno l’illusione della speranza. Così finiamo per osservare ogni minima imperfezione come fosse una crepa. Eppure il vero messaggio arrivato dal Campo 1 di Wimbledon è un altro. Jannik sta crescendo dentro il torneo. Non è ancora il Sinner devastante visto nei giorni migliori, ma è un giocatore che sta ritrovando progressivamente automatismi, fiducia e brillantezza. E soprattutto mostra quella qualità che separa i grandi campioni dai semplici fuoriclasse: la capacità di vincere senza dover necessariamente giocare il proprio miglior tennis. Quando Brooksby ha tentato di alzare la testa, sono arrivati ace, servizi vincenti, accelerazioni chirurgiche. Nei momenti delicati l’americano si è trovato davanti una porta chiusa. Ogni volta che ha provato ad aprirla, Sinner gli ha risposto con la naturalezza di chi conosce già la soluzione del problema. Come quei grandi giocatori di scacchi che sembrano lasciare spazio all’avversario salvo poi ricordargli, con una sola mossa, chi sta davvero governando la partita. Forse il dato più bello non è il punteggio finale. È la maturità che emerge da ogni suo gesto. Jannik non ha avuto bisogno di giocare il miglior tennis della sua vita per vincere. Ha semplicemente fatto quello che fanno i campioni quando iniziano a sentire il profumo delle grandi occasioni: hanno amministrato il presente tenendo già un occhio sul domani. In una giornata più calda del solito, con il tema della condizione fisica inevitabilmente sotto osservazione, il numero uno del mondo ha fatto ciò che fanno i corridori più intelligenti nelle grandi corse a tappe: non ha sprecato una sola goccia di energia più del necessario. Ernest Hemingway scrisse che «il coraggio è grazia sotto pressione». Guardando Sinner viene da pensare che avesse ragione. Perché il suo tennis continua ad avere qualcosa di disarmante: non alza mai la voce eppure riesce sempre a farsi ascoltare.

Il terzo set ha raccontato meglio di ogni altro la differenza tra un ottimo giocatore e un numero uno del mondo. Brooksby ha trovato un break. Per qualche istante il pubblico ha creduto di poter assistere a un finale diverso. Wimbledon è fatta anche di questo: della speranza che l’imprevisto possa materializzarsi da un momento all’altro. Ma esistono campioni che sembrano avere un rapporto particolare con il destino. Non si agitano. Non perdono la direzione. Non dimenticano chi sono. Così il break è stato immediatamente restituito al mittente. Così l’illusione si è dissolta. Così la partita è tornata lentamente dentro il suo corso naturale. Come l’acqua di un fiume che può incontrare ostacoli, deviazioni e curve improvvise, ma alla fine trova sempre il mare.


Il 6-4 6-3 6-4 finale racconta una vittoria netta. Ma non racconta fino in fondo ciò che si è visto sul Campo 1. Perché oggi Sinner non ha semplicemente vinto. Ha trasmesso una sensazione. Quella che trasmettono i predestinati quando iniziano a prendere confidenza con il proprio destino. Ogni partita sembra togliere un velo, sciogliere una tensione, avvicinarlo un passo alla versione migliore di sé stesso.

Adesso all’orizzonte c’è il giapponese Shintaro Mochizuki, la sorpresa che nessuno aveva previsto. Ma questa appartiene già alla storia di domani.

Oggi resta l’immagine di un ragazzo dell’Alto Adige che attraversa la più antica e prestigiosa cattedrale d’erba del tennis mondiale con la compostezza di chi conosce il valore del cammino e non soltanto quello della meta. Non c’è esibizione, non c’è arroganza, non c’è il bisogno di ricordare al mondo chi sia. Lo raccontano il tabellone, i numeri, le vittorie che continuano ad accumularsi una dopo l’altra.

Forse per questo Sinner affascina persino quando non incanta. Perché dà l’impressione di appartenere a quella rara categoria di uomini che procedono senza clamore verso il proprio orizzonte. Un passo dopo l’altro. Un turno dopo l’altro. Un’estate dopo l’altra.

E mentre Wimbledon comincia lentamente a entrare nella sua seconda settimana, viene quasi naturale pensare che il viaggio più interessante non sia quello già compiuto, ma quello che ancora lo attende dietro la prossima curva del prato londinese.


Il resto, come sempre accade nelle grandi storie, lo racconterà il tempo. Ma intanto Jannik continua a camminare. E quando un campione cammina con questa serenità, con questa forza tranquilla, con questa ostinata naturalezza, la sensazione è che non stia semplicemente cercando una vittoria.

Stia andando incontro al proprio destino.

E forse, per raccontare ciò che sta accadendo sull’erba di Wimbledon, vengono in soccorso le parole di Italo Calvino, che sembrano scritte apposta per lui: «La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione». Leggerezza nei gesti, precisione nei colpi, determinazione nel cammino. È questa, oggi, l’essenza del tennis di Jannik Sinner. Ed è forse anche il motivo per cui, partita dopo partita, la sua marcia verso il cuore del torneo assume sempre più il passo naturale delle grandi imprese.

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 Massimo Longo

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